Oltre la muraglia

Da Lima a Manila,
l’attivismo di Pechino
è a prova di Trump




Mentre la cronaca internazionale si occupava quasi esclusivamente delle presidenziali statunitensi, nelle ultime settimane l’agenda di politica estera della leadership cinese si è riempita di appuntamenti di grande importanza.

Ai primi di novembre, la visita di Li Keqiang in Russia, in occasione del ventunesimo “regular meeting” dei primi ministri dei due Paesi, ha assicurato a Pechino e Mosca un pacchetto di oltre venti accordi di cooperazione, tra i quali spiccano progetti di collaborazione in tema di energia nucleare e infrastrutture, nonché l’intesa su un ulteriore potenziamento delle intese commerciali sino-russe. Dopo aver incontrato il suo omologo russo, Dimitri Medvedev, il premier cinese ha proseguito la sua visita verso Kazakistan, Kirghizistan e Lettonia.

 

 

Dal 17 al 23 novembre il presidente Xi Jinping si è recato in visita ufficiale in Cile, Ecuador e Perù. Si tratta, come enfatizzato dai media cinesi, della terza visita ufficiale di Xi a Paesi latinoamericani in appena quattro anni di mandato. Durante gli incontri, in particolare, il presidente cinese ha partecipato al ventiquattresimo meeting dei leader APEC, a Lima (Perù) il 19 e 20 novembre.

La Cina avanza sulla strada del bilateralismo nelle relazioni internazionali, con l'obiettivo di perseguire e rafforzare la stabilità in tutti i contesti regionali di importanza strategica per il PCC

Intanto, il coinvolgimento cinese nella realizzazione dei corridoi logistici centroasiatici – quindi globali, in quanto reticolo che si sviluppa e collega tra loro Asia, Medio Oriente ed Europa – ha ottenuto un importante risultato con l’inaugurazione del “Corridoio Economico Cina-Pakistan”, un’opera costata a Pechino oltre 46 miliardi di dollari, che collegherà la regione cinese del Xinjiang, nella Cina nord-occidentale, con la città portuale di Gwadar, nel Pakistan meridionale. Si tratta dell’ennesimo passo avanti nella definizione della Nuova Via della Seta, nel cui progetto Gwadar dovrà costituire un hub portuale di rilevanza strategica.
Già nelle settimane che hanno preceduto il meeting sino-russo, quanto accaduto in Asia-Pacifico rendeva più nitida l’immagine di una Repubblica Popolare impegnata nel proseguire sulla strada del bilateralismo come veicolo privilegiato delle relazioni internazionali, con un obiettivo oggi più chiaro che mai: perseguire e rafforzare la stabilità, nelle sue diverse declinazioni, in tutti i contesti regionali di importanza strategica per il PCC.

 

Nei venti giorni che hanno preceduto le elezioni statunitensi, infatti, due appuntamenti hanno segnato sviluppi importanti per le contese territoriali nel Mar Cinese Meridionale. Due dei Paesi coinvolti (seppure con diversa “intensità”), Filippine e Malesia, sono stati protagonisti di incontri governativi di alto livello con le autorità cinesi. Il primo, in ordine di tempo, è stato il presidente filippino Rodrigo Duterte. In visita a Pechino ad ottobre, Duterte ha di fatto ufficializzato il nuovo corso delle relazioni con la Repubblica Popolare e messo da parte, almeno per il momento, le storiche rivendicazioni di Manila nel contenzioso territoriale in atto.

Un paio di settimane dopo, il copione si è ripetuto, con il primo ministro malese Najib Razak, protagonista di una visita di sei giorni nella capitale cinese, durante la quale ha sottoscritto 14 accordi commerciali con la Repubblica Popolare, assicurando così altrettanti miliardi di dollari di investimenti cinesi al proprio Paese. Un risultato indubbiamente positivo per il governo malese, che alcuni analisti hanno considerato come una “ricompensa” per l’impegno, assunto da Kuala Lumpur, di astenersi da un intervento nel Mar Cinese Meridionale e contribuire alla stabilità della regione.

Duterte tra Washington e Pechino, la strategia del pesce in barile → 

 

Se il futuro della politica estera statunitense resta, allo stato attuale, un’incognita, è chiaro che i suoi sviluppi influiranno notevolmente sulle scelte di Pechino. Pierre Haski, ad esempio, ha notato come “Pechino non può non rallegrarsi di un presidente degli Stati Uniti che potrebbe indebolire le sue alleanze in Asia, lasciando la Cina libera di diventare la potenza dominante del continente”. D’altra parte, come sottolineato dall’entusiasmo dei media cinesi, a partire dalla conferenza COP22 di Marrakech sui cambiamenti climatici, da poco conclusa, la Repubblica Popolare potrebbe tentare di guadagnare punti – in credibilità e attenzione alle tematiche ambientali – qualora l’amministrazione Trump mantenesse le promesse fatte in campagna elettorale e svincolasse gli Stati Uniti dagli accordi sottoscritti alla COP21 di Parigi, escludendo così Washington dalla partita per la leadership globale in tema di contrasto ai cambiamenti climatici.

 

La politica estera cinese, intanto, prosegue su un percorso i cui confini sono chiari da tempo. Alla neoeletta amministrazione degli USA è arrivato persino l’invito del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ad aderire alla AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank). Potrebbe essere la prova definitiva che la politica estera di Pechino si trovi pienamente a suo agio nel mutato contesto globale. Nonostante i grandi interrogativi posti dal nuovo corso politico – non solo internazionale – che la superpotenza statunitense potrebbe intraprendere, la leadership cinese mostra oggi grande coerenza e nessun turbamento rispetto alle incognite del prossimo futuro, mantenendo l’impostazione a cui ci ha abituati in tempi recenti.



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