home chi sono archivio



Se nel Mar cinese
meridionale si tuffa
anche Nuova Delhi

La disputa marittima più aspra e controversa dell’attuale scenario internazionale potrebbe arricchirsi di un nuovo protagonista, che andrebbe ad aggiungersi a una nutrita pattuglia di attori che va dalla Repubblica popolare cinese al Giappone, passando per gli onnipresenti Stati Uniti d’America e per le agguerrite cancellerie locali, raccolte sotto gli scudi dell’Associazione delle nazioni del sudest asiatico (ASEAN). Nelle ultime settimane, infatti, l’esecutivo indiano guidato da Narendra Modi ha espresso a più riprese la volontà di offrire un contributo tangibile alla gestione e all’eventuale soluzione della controversia plurisecolare sulla sovranità ed il controllo del Mar cinese meridionale, oggi più che mai principale nervo scoperto dello scacchiere Asia-Pacifico.
Come prevedibile, la crescente assertività dell’India – frutto di un processo già in atto da almeno un triennio e orientato ad archiviare la proverbiale politica di basso profilo di Nuova Delhi rispetto alla issue in questione – ha immediatamente generato una ridda di speculazioni e reazioni contrastanti: secondo alcuni, ad esempio, le forze armate indiane sarebbero già pronte a partecipare a missioni di pattugliamento congiunto nelle acque contese assieme agli Usa, così da indurre a più miti intendimenti i vertici di Pechino. Un’eventualità, peraltro, smentita nelle ultime ore dallo stesso Ministro della Difesa Manohar Parrikar, che ha però ribadito l’importanza accordata dal suo governo al perimetro del Mar cinese meridionale, così come la volontà dello stesso di espandere i programmi di esercitazioni marittime collettive con paesi come le Filippine e il Vietnam, intimoriti dalla crescente assertività di Pechino.

 

Al netto di indiscrezioni giornalistiche che – per il momento – non trovano conferme ufficiali, i segnali sempre più espliciti provenienti dal “secondo gigante” d’Asia suggeriscono una realtà ormai ineludibile per ognuna delle parti in causa: Nuova Delhi è intenzionata a mettere da parte, una volta per tutte, il ruolo di spettatore sostanzialmente passivo nel quadro della disputa territoriale che oppone le maggiori potenze regionali, a beneficio di un più pronunciato dinamismo diplomatico e militare a tutela dei propri vasti interessi geopolitici. Questo progressivo abbandono di ogni timore reverenziale da parte dell’establishment capitanato da Modi giunge, inoltre, sulla scia di una serie di significativi sviluppi registrati nei primi mesi del 2016, che promettono di alimentare un braccio di ferro già estremamente serrato. Dopo l’avvio, sul finire di gennaio, del programma americano dedicato alle cosiddette “freedom of navigation operation” (FONOP), attraverso le quali la marina di Washington intende riaffermare lo status di spazi internazionali per gli specchi di mare rivendicati dalla Cina attorno agli arcipelaghi delle Spratly e delle Paracel, si è prontamente registrata la risposta altrettanto muscolare di Pechino, concretizzatasi a pochi giorni di distanza con l’installazione di batterie missilistiche anti-aeree sull’atollo di Woody (noto anche come Yongxing), testimoniata in modo incontrovertibile da alcune immagini satellitari che hanno rapidamente fatto capolino sui principali media internazionali.

 

Inidia, Stati uniti e Giappone condividono una sempre più marcata dipendenza dalle rotte di approvvigionamento navali che passano per le zone al centro della controversia

 

Cosa si cela, pertanto, dietro le ormai ricorrenti prese di posizione dell’India sul Mar cinese meridionale? E, soprattutto, che tipo di apporto è lecito attendersi dal coinvolgimento della più popolosa democrazia del globo nella mischia del principale crogiolo di tensioni regionali? In primo luogo, va rilevata la profonda convergenza di vedute che – allo stato attuale – anima il calcolo strategico non solo di Washington e Nuova Delhi, ma anche di un altro attore segnalatosi di recente per un inedito protagonismo lungo tutto il perimetro dell’Asia sudorientale, ossia il Giappone di Shinzo Abe. Questi tre colossi, infatti, condividono una sempre più marcata dipendenza dalle rotte di approvvigionamento navali che passano per le zone oggetto di controversia e per lo snodo nevralgico della Malacca, a cui si abbina una visione di fondo comune sulla natura stessa della disputa in atto.
Alla base di tale direttiva di manovra, più in dettaglio, figura la constatazione che un ipotetico successo delle rivendicazioni di Pechino – per mezzo di colpi di mano o fait accompli in grado di contemplare, in dosi variabili, misure di persuasione e coercizione a danno degli altri e più deboli contendenti – modificherebbe radicalmente gli equilibri di forze locali, provocando un vulnus incolmabile nella cornice di diritto internazionale su cui si fonda l’ordine esistente. Dalla soluzione della potenziale escalation del Mar cinese meridionale, in altri termini, deriverebbero ripercussioni molto più profonde rispetto al mero possesso di specchi di mare e isolotti altamente ambiti, che chiamano in causa la sopravvivenza stessa delle “regole del gioco” e dello status quo di un sistema ormai in discussione su più fronti.

 

Uno dei corollari più rilevanti di questo impianto di governance legale e istituzionale che ha informato per decenni l’impetuosa crescita delle economie asiatiche è rappresentato, non a caso, dal principio della libertà di navigazione lungo i global commons, ossia i domini navali internazionali sottratti alle prerogative e alle giurisdizioni che disciplinano, di contro, l’istituto delle acque territoriali dei vari Stati. Di conseguenza, ai messaggi di appoggio e solidarietà inviati da Nuova Delhi a Vietnam e Filippine – al momento i più accaniti oppositori dei disegni espansionistici della Cina verso la propria più immediata periferia – hanno fatto seguito misure e gesti più concreti, culminati nella scelta di approfondire la cooperazione indo-vietnamita nel campo dell’esplorazione subacquea degli idrocarburi, come pure nelle sempre più frequenti occasioni di contatto con le marine locali per l’addestramento al contrasto di minacce sia di stampo tradizionale che di tipo asimmetrico, fra cui anzitutto i programmi anti-pirateria e le missioni in ambito umanitario di “disaster-relief”.

 

 

Ancora una volta, tuttavia, le autorità indiane hanno inteso tracciare una linea rossa ben visibile, atta a chiarire meglio limiti e connotati del proprio rinnovato commitment verso l’Asia sudorientale. Gli sforzi futuri sottesi alla preservazione e promozione del framework normativo che fa da sfondo alla controversia – centrato in massima parte sul “codice di condotta” non vincolante sottoscritto dalle varie parti nel 1992 e poi riaffermato dieci anni più tardi grazie all’omonima Dichiarazione – non implicheranno una postura di contenimento manifesto nei riguardi di Pechino: l’ipotesi di pattugliamenti congiunti delle acque contese, pertanto, verrà vagliata unicamente in presenza di un preciso mandato dell’Onu, che sulla issue del Mar cinese meridionale ha sinora optato per un approccio alquanto sfumato e circospetto.
Ad uno sguardo più attento, inoltre, la sempre più pronunciata disinvoltura indiana nell’assumere una statura di leadership nella gestione dell’agenda di sicurezza della regione può essere letta non soltanto come un messaggio rivolto ai policymaker di Pechino e ispirato all’auto-moderazione, ma anche sotto le vesti di una prova tangibile da offrire alle cancellerie della zona in termini di credibilità, affidabilità e accountability della politica estera del governo Modi.

 

Una potenza “avveduta e propositiva” sotto la guida del premier Modi

Analogamente a quanto accaduto nel caso del Giappone, infatti, le classi dirigenti dell’Asia sudorientale hanno spesso imputato a Nuova Delhi un atteggiamento eccessivamente pragmatico e mercantilista, teso a massimizzare i ritorni economici di un più intimo legame con le “tigri del sudest” e a scansare, al contempo, le questioni più controverse che dividono da tempo i principali attori dell’area. A tal scopo, il primo ministro indiano ha puntato a rinverdire il lascito storico e simbolico della dottrina del “Look East”, lanciata dal suo predecessore Rao nei primi anni Novanta, quale piattaforma programmatica per un sentiero di engagement al cospetto dell’ASEAN in grado di superare, finalmente, i limiti e gli ostacoli imposti dal confronto bipolare. Il fine ultimo di un simile revival, per ciò che concerne il dossier in esame, risulta evidente: convincere i partner indigeni ed esterni del Paese – primi fra tutti gli Stati uniti, ansiosi di assistere ad una maggiore presa di responsabilità da parte di un loro alleato chiave nella definizione dell’assetto futuro dell’Asia-Pacifico – che l’India è pronta a fare la sua parte nel tentativo di disinnescare la miccia di instabilità rappresentata dal Mar cinese meridionale, agendo come una Potenza avveduta e propositiva.

 

 

Se, dunque, la svolta maturata nelle ultime settimane nei i circoli politici della capitale indiana e anelata sin dall’insediamento di Modi non produrrà nell’immediato un impatto significativo sul panorama delle forze militari dispiegate attorno alle Spratly e alle Paracel, un giudizio meno netto può essere tratto per ciò che attiene agli effetti più genuinamente diplomatici associati al crescente attivismo di Nuova Delhi. Da questo punto di vista, peraltro, la disponibilità senza precedenti ostentata da interlocutori cruciali degli Stati del Sud-est asiatico nel mobilitare i propri asset per tenere a bada l’assertività di Pechino ha già proiettato dei riflessi non trascurabili sulle strategie di alcuni contendenti, i quali oggi guardano all’America, al Giappone e all’India con rinnovato ottimismo, nell’auspicio di ottenere quell’assistenza concreta che appare indispensabile per fronteggiare un avversario forte e determinato.
Nel caso del Vietnam, ad esempio, simili aperture hanno fornito un terreno estremamente fertile per l’attuazione del paradigma di internazionalizzazione della disputa, inaugurato sul finire del 2010 durante il summit di Hanoi dell’ASEAN Regional Forum. In quella sede, l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton presentò la novità più dirompente connessa al lancio del “Pivot to Asia”, riconoscendo la sussistenza di un preciso interesse nazionale degli Stati uniti nella preservazione della libertà di navigazione lungo le tempestose acque del Mar cinese meridionale.

 

Analogamente, le Filippine hanno capitalizzato il montante sostegno della comunità internazionale optando per un’enfasi più legalistica, simboleggiata dalla procedura di arbitrato attivata ai danni della Cina che si appresta a produrre a breve i propri responsi. Come prevedibile, la “misurata ostinazione” profusa da Manila nell’imboccare la strada di un confronto acceso, seppur circoscritto negli argini della dialettica politica e del diritto internazionale, ha raccolto i favori più entusiastici proprio nell’India di Modi, con quest’ultimo che si è detto desideroso in più occasioni di elargire tutto il sostegno possibile a beneficio dell’esecutivo di Benigno Aquino, avanguardia del raggruppamento di attori che si contrappone a Pechino in quella che assume sempre più – soprattutto dopo l’escalation di inizio 2016 – i tratti di una polveriera pronta ad esplodere.