Oltre la muraglia

Tensione nel Mar Giallo,
vacilla la luna di miele
tra Pechino e Seoul?




Le acque che separano la Cina dalla penisola coreana si sono notevolmente agitate di recente, non soltanto a causa del passaggio dell’uragano Megi e del tifone Chaba. Nelle ultime settimane, infatti, gli scontri fra pescherecci cinesi (che svolgono regolarmente attività di pesca illegale, a quanto affermano le autorità di Seoul) e la guardia costiera sudcoreana sono degenerati in scontri violenti. Lo scorso 29 settembre, tre pescatori cinesi sono rimasti uccisi nella loro imbarcazione durante un’ispezione della guardia costiera sudcoreana. Il peschereccio era stato fermato ed abbordato all’interno della zona economica esclusiva di Seoul, a 40 miglia dalla costa; nel corso dei controlli tre membri dell’equipaggio che si erano rinchiusi in cabina sono deceduti per le esalazioni dei fumogeni utilizzati dalle autorità di Seoul. A pochi giorni di distanza, un nuovo scontro ha provocato l’affondamento di un’imbarcazione sudcoreana speronata da alcuni pescherecci cinesi, ancora una volta trovati a svolgere attività di pesca illegale in acque sudcoreane.

 

Quest’ultimo evento, in particolare, ha scatenato la dura reazione di Seoul. Il Ministro degli Esteri ha convocato prima il console generale cinese e, successivamente, l’ambasciatore. Contemporaneamente la guardia costiera ha fatto sapere che avrebbe modificato le proprie regole di ingaggio, con la possibilità di fare ricorso in maniera più frequente alle armi da fuoco, in caso di resistenze o proteste violente. Le schermaglie fra Corea del sud e Cina per la pesca nel Mar Giallo non sono una novità, così come le vittime: nel 2012 e nel 2014, due pescatori cinesi furono uccisi da colpi esplosi dalla guardia costiera sudcoreana; mentre nel 2011 un ufficiale sudcoreano venne accoltellato a morte da un pescatore cinese.

 

Tuttavia questo nuovo rinfocolarsi delle tensioni fra Seoul e Pechino a proposito delle zone di pesca risulta interessante per una più ampia analisi delle relazioni fra i due paesi. Durante la presidenza di Park Geun-hye, infatti, le relazioni bilaterali hanno goduto di una sorta di lunghissima luna di miele, agevolata anche dall’ottimo rapporto personale fra i leader dei due Paesi. La principale ragione di tale intesa si può far risalire alle fiorenti relazioni economiche e commerciali fra i due Stati; un secondo fattore rilevante è costituito dalla ferma opposizione manifestata sia in Cina che in Corea del Sud rispetto al rinascente sentimento nazionalista giapponese, cavalcato dal governo di Shinzo Abe.

L'avvicinamento fra Pechino e Seoul costituisce una preoccupazione non da poco per la strategia statunitense di ribilanciamento verso l'Asia-Pacifico, il cosiddetto Pivot to Asia obamiano

Ciò nonostante, i due leader tendevano a rifuggire dall’affrontare i nodi più spinosi sul tavolo, soprattutto quelli riguardanti le questioni di sicurezza. Ad esempio sul problema nordcoreano – prioritario per qualsiasi governo di Seoul – le due parti avevano promosso una comune posizione favorevole alla de-nuclearizzazione della penisola, senza però entrare nei dettagli. Per Pechino, infatti, il dialogo rappresentava la strada maestra, mentre per Seoul doveva essere Pyongyang a mostrare il proprio impegno sulla via della de-nuclearizzazione, per poter poi essere ammessa a un tavolo negoziale. Queste differenze di metodo sono andate sempre più acuendosi in seguito ai test atomici nordcoreani, con il conseguente inasprimento della posizione di Seoul – condito da una dose di insofferenza verso la presunta inazione da parte di Pechino – a fronte di continui richiami alla necessità di dialogo da parte cinese. Questa nuova situazione regionale ha quindi allontanato Cina e Corea del sud e riavvicinato quest’ultima al Giappone, con grande soddisfazione degli Stati Uniti. In questo scenario, infatti, il ruolo di Washington è tutt’altro che marginale. Il percorso di avvicinamento fra Pechino e Seoul – condito da eventi di forte portata politica e simbolica, quali la mancata adesione della Corea alla TPP, il suo ingresso nella Asian Infrastructure Investment Bank, la partecipazione in prima fila della signora Park alla parata militare cinese per commemorare la vittoria nella seconda guerra mondiale, a fianco di Xi Jinping e Putin – costituisce una preoccupazione non da poco per la strategia statunitense di “ribilanciamento” verso l’Asia-Pacifico; una strategia che dovrebbe basarsi, in primo luogo, sul rafforzamento delle alleanze bilaterali regionali in chiave di contenimento di Pechino.

 

Per queste ragioni, Washington ha sempre caldeggiato un riavvicinamento tra Park e Abe, per rafforzare quella “Southern Alliance” dei tempi della guerra fredda. Dove gli sforzi di Obama hanno ottenuto scarsi risultati, è arrivato l’inaspettato aiuto di Kim Jong-un, il quale ha non solo fornito un’ottima ragione strategica per il riavvicinamento fra Seoul e Tokyo, ma anche per l’installazione in Corea del Sud del sistema di difesa missilistico THAAD. La questione del THAAD è anche la principale causa del raffreddamento dei rapporti fra Corea del sud e Cina. Quest’ultima ha protestato in maniera decisa nei confronti del governo di Seoul, non mostrandosi persuasa dalle continue rassicurazioni provenienti dalla Cheong Wa Dae, secondo la quale l’unica motivazione per il dispiegamento di questo nuovo sistema di difesa è costituita dalla minaccia nordcoreana.

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Si torna così al più recente nodo del contendere emerso nelle relazioni fra Seoul e Pechino. La linea decisamente dura assunta dal governo sudcoreano dopo i due test del 2016 e i numerosi lanci missilistici multipiattaforma si è concretizzata anche nella volontà di creare una sorta di consenso internazionale unanime per sanzionare la Corea del nord. La presidente Park e il ministro degli esteri Yun Byung-se si sono recati in molti paesi vicini al regime di Pyongyang per cercarne la collaborazione, spesso agevolata da prestiti e altre misure finanziarie. Il vero obiettivo è però Pechino, da cui dipende in larga misura l’effettiva applicazione delle sanzioni. Nonostante la Cina abbia condannato duramente il test di gennaio e votato a favore del nuovo round di sanzioni della risoluzione 2270, la Corea del sud – e gli Stati Uniti – sembrano insoddisfatti quanto alla loro applicazione da parte di Pechino. La reazione cinese al test di settembre, una condanna sicuramente più mite rispetto a quanto visto a gennaio, potrebbe segnalare un malcontento verso l’installazione del THAAD e verso la rinnovata armonia fra Seoul e Tokyo.

 

In una situazione di questo genere le controversie legate alla pesca potrebbero sembrare di poco conto. In realtà però possono essere viste come un segnale di problematiche strategiche molto più rilevanti fra Cina e Corea del sud; tensioni nascoste sotto la cenere per anni, ma che non hanno mai smesso di bruciare, pronte a riattizzarsi al momento opportuno. Il nuovo round di sanzioni del Consiglio di Sicurezza contro Pyongyang, atteso per le prossime settimane, sarà significativo per misurare il livello di tensione nella regione; e ancora più rilevante sarà l’imminente voto presidenziale negli Stati Uniti e l’anno elettorale che sta per aprirsi in Corea del sud, nel corso del quale le relazioni con Pechino rappresenteranno un punto centrale dei programmi di politica estera. Nel frattempo, osservare le controversie sulla pesca nel Mar Giallo potrà essere utile come barometro di una relazione sempre più strategica per l’Asia nord-orientale e non solo.



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