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Il razzo di Kim Jong-un
e l’urgenza di un dialogo
senza precondizioni

Il 2016 è iniziato da poco più di un mese, ma quest’anno già si prefigura come uno dei più tesi tra le due Coree da quando Kim Jong-un ha preso il potere nel Nord. Un mese prima del lancio del “Kwangmyongsong-4” (KMS-4), avvenuto il 7 febbraio scorso, Pyongyang aveva già fatto parlare di sé per il test nucleare portato a termine nella regione nordorientale del Paese. Che si trattasse di una bomba H (ipotesi ormai scartata dalla maggior parte degli analisti) o meno, il regime nordcoreano ha, per la quarta volta, dimostrato che le sue ambizioni nucleari non si limitano a qualche, propagandistica, dichiarazione di intenti.

 

 

Come per il test nucleare (e per tutto quanto attiene alla condotta minacciosa di Pyongyang), anche il lancio del KMS-4 ha prontamente scatenato le reazioni di Seoul, che dopo aver annunciato, per bocca del ministro dell’Unificazione Hong Yong-pyo, la chiusura del parco industriale di Kaesong (gestito congiuntamente dalle due Coree ed ultima “reliquia” della politica di riavvicinamento attuata dai governi progressisti della Corea del Sud) ha ritirato le proprie aziende dal complesso. Secondo il governo sudcoreano, infatti, i profitti prodotti a Kaesong verrebbero utilizzati da Pyongyang per foraggiare il proprio programma nucleare.

 

Ma la portata della mossa di Seoul si coglie appieno laddove si consideri che era stato proprio il governo sudcoreano a volere che l’accordo per la riapertura di Kaesong (raggiunto nel 2013) contenesse una clausola di salvaguardia che vieta il ritiro unilaterale, da entrambe le parti, dal complesso industriale. Il ruolo di Kaesong è cruciale nel rapporto tra le due Coree, se non altro in quanto costituisce l’unico esempio di cooperazione diretta e continuativa tra il Nord e il Sud.

 

Sullo sfondo, rimane la preoccupazione della comunità internazionale, Stati Uniti e Corea del Sud in testa, convinta che il lancio del KMS-4 abbia in realtà celato un test missilistico, facile da confondere, sul piano dell’effetto visivo, con il lancio di un satellite.
Anche il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, ha definito la mossa del regime nordcoreano “profondamente deplorevole”.

 

Le provocazioni di Pyongyang vanno lette come un tentativo, per quanto singolare, di riaffermare la propria esistenza e rincorrere il dialogo con gli Stati Uniti e la comunità internazionale

 

La Cina, alleato tradizionale – ma non inconsapevole – della Corea del Nord, ha espresso un certo disappunto, come dimostrato dal messaggio di protesta formale inoltrato all’ambasciatore nordcoreano a Pechino, Ji Jae Ryong. Come di consueto, peraltro, al fine di abbassare la tensione, la Repubblica Popolare ha invocato l’apertura di negoziati con Pyongyang.
Resta sul tavolo, però, una questione inevasa. Perché il regime di Pyongyang ha voluto procedere al lancio del satellite? E perché farlo, ad appena un mese da un test nucleare, nonostante la certezza di una forte reazione da parte della comunità internazionale? Se è vero, infatti, che le annunciate sanzioni del Consiglio di Sicurezza ONU per il test nucleare di gennaio non sono ancora state approvate, il lancio del KMS-4 non potrà che rafforzare la convinzione che le sanzioni siano necessarie e indifferibili.

 

Partiamo dall’osservazione più ovvia: il timing. Se il test nucleare di gennaio si è registrato a un paio di giorni dal trentatreesimo compleanno di Kim Jong-un, tra gli osservatori non sono pochi a ricordare che a maggio di quest’anno si aprirà il settimo congresso del Partito Coreano dei Lavoratori. Ancora una volta, dunque, quella che dalla comunità internazionale viene considerata una provocazione, per il regime di Pyongyang, e in particolare per il suo giovane leader, potrebbe costituire l’occasione per consolidare la propria autorità politica e la stabilità dell’intera struttura di potere. Il 16 febbraio, inoltre, si celebra lo “Shining Day”, il compleanno del “caro leader” Kim Jong-il: un’altra buona occasione da commemorare proprio con il lancio del KMS-4.
Intanto, il 1 febbraio, dall’altra parte dell’Oceano Pacifico, si sono aperte le primarie che determineranno la scelta dei candidati che si sfideranno per la Casa Bianca. E non è un mistero che il primo interlocutore a cui Pyongyang ha tradizionalmente rivolto lo sguardo in tema di negoziati sul nucleare sia proprio Washington. Come per il test di gennaio, insomma, il lancio del KMS-4 si configura come un nuovo tentativo di veicolare alla comunità internazionale nel suo complesso, e in primis a Washington, un messaggio che – diversamente da quanto comunemente si ritiene – contiene tutte le premesse per l’apertura di un negoziato.

 

Lo scudo missilistico di Seoul fa infuriare Pechino e Mosca

 

Se il progetto congiunto di Stati Uniti e Corea del Sud sull’attivazione di uno scudo antimissilistico (Terminal High-Altitude Area Defense, Thaad) a protezione di Seoul è sul tavolo già da qualche tempo – scatenando le critiche di Pyongyang, ma anche di Pechino e Mosca – a seguito del lancio del KMS-4 il Senato Usa ha prontamente approvato nuove sanzioni in direzione di Pyongyang.

 

A invocare l’introduzione di nuove sanzioni c’è anche il Consiglio di Sicurezza ONU e una pluralità di osservatori e organismi internazionali. E ci sono i media, anche i più influenti: sul sito della BBC, tra gli altri, l’analista della Rand Corporation, Bruce Bennett, auspicava, già il 7 febbraio, la comminazione di nuove sanzioni, in nome della deterrenza.
Pare invece il caso di ricordare che i numerosi tentativi, fin qui esercitati, di isolare la Corea del Nord – non ultima la proposta sudcoreana, un mese fa, di “riesumare” la formula dei Party Talks sul nucleare nordcoreano, questa volta senza la partecipazione diretta di Pyongyang – non hanno fatto altro che gettare benzina sul fuoco, contribuendo, come molti sostengono, a peggiorare le condizioni di vita della popolazione piuttosto che colpire efficacemente il regime.

 

È necessario, anzitutto, leggere le provocazioni di Pyongyang come il tentativo – seppur singolare – di riaffermare la propria esistenza e cercare una nuova esperienza di dialogo con gli Stati Uniti e la comunità internazionale. In questo senso, la necessità di un nuovo approccio alla questione nordcoreana è ormai chiara, così come l’urgenza di riportare Pyongyang e la comunità internazionale (a partire, ancora una volta, da Corea del Sud e Stati Uniti) al tavolo delle trattative. Se tutti sembrano essere d’accordo sulla necessità di nuovi negoziati, poco diffusa pare invece la consapevolezza che il dialogo con Pyongyang non possa partire dalla condicio sine qua non della rinuncia al programma nucleare.

 

Piuttosto, un rinnovato e più pragmatico approccio, non può che partire dalla consapevolezza che lo sviluppo del suo apparato nucleare è per il regime nordcoreano una priorità politica irrinunciabile, almeno in questo momento. E che, per rinunciare al nucleare, Pyongyang deve prima tornare al tavolo delle trattative, e non viceversa.