Oltre la muraglia

Duterte, dieci cose
da sapere sull’uomo
forte di Manila




Il voto del 9 maggio scorso per il rinnovo della Presidenza delle Filippine ha mantenuto in pieno le promesse della vigilia, lasciando in dote un esito difficilmente pronosticabile. Al termine di tre mesi di serrata campagna elettorale fra i cinque candidati alla poltrona apicale dell’ordinamento nazionale e altrettanti concorrenti al ruolo di vice-presidente, i filippini hanno deciso di premiare con il 38% dei consensi la personalità fuori dagli schemi e il temperamento da sergente di ferro di Rodrigo “Rody” Duterte, propostosi come uomo di rottura nel quadro di un ticket con l’indipendente Antonio Trillanes che era partito senza squilli di tromba né favori del pronostico, all’insegna di una vera e propria impresa da underdog.

Una breve analisi della biografia personale di colui che – erroneamente – è stato già ribattezzato come il Donald Trump d’Asia, aiuta a comprendere che timori reverenziali e deficit di sicurezza nei propri mezzi abbiano scarsissima cittadinanza nel corredo genetico di Duterte, capace di parlare alla pancia di un Paese lacerato da una crescita tanto sostenuta quanto diseguale nella sua distribuzione interna, convincendolo a imboccare una strada più energica sia all’interno che in relazione ad un ambiente esterno ove si condensano nubi sempre più minacciose. Di conseguenza, se l’uomo nuovo di Manila incarna per molti versi il più improbabile fra i successori dell’uscente Benigno Aquino III, quale modo migliore per restituire un affresco autentico e fedele del personaggio in questione se non mediante un identikit altrettanto sui generis? Ecco la nostra personalissima selezione all’interno del ricchissimo bagaglio professionale e umano di Rodrigo Duterte.

 

1. La carriera politica di Duterte, classe 1945, inizia e si sviluppa nella roccaforte di Davao City, che – con una popolazione in netto aumento che ha da poco superato il milione e mezzo di abitanti – rappresenta il cuore pulsante dell’isola di Mindanao, al centro di un’area storicamente sensibile e problematica nei suoi rapporti con il potere centrale. A Davao, non a caso, Duterte ha imposto nuovi record di longevità politica che difficilmente verranno eguagliati, avendo servito in qualità di sindaco per ben sette mandati, per oltre 22 anni (1988-1998, 2001-2010, 2013-2016) di febbrile attivismo nelle vesti di architetto supremo della rinascita cittadina.

 

 

2. Già in gioventù, come spesso accade, emergono alcuni dei tratti distintivi di un carattere – volendo usare un eufemismo – alquanto peculiare, tratti che riemergeranno poi in modo più sistematico in età adulta e con l’avvio della carriera politica. Gli anni trascorsi sui banchi scolastici, in particolare, risultano essere i più tempestosi: dopo una serie di espulsioni dalle scuole medie di Davao per la propria condotta ribelle, Duterte è costretto a terminare il ciclo di studi nella vicina cittadina di Digos. Successivamente, durante il periodo alla scuola di legge viene coinvolto in un episodio dai connotati oscuri, quando ferisce un compagno di corso con un colpo di pistola per lavare l’onta degli insulti razzisti da egli rivolti contro la minoranza etnica dei Visayan. La vittima, come detto, sopravvivrà all’aggressione, mentre a Duterte viene concesso di laurearsi “con disonore”, ossia senza la possibilità di prendere parte alle celebrazioni di consegna delle pergamene.

 

 

3. D’ora in avanti il governo della quarta città delle Filippine, a dispetto del nuovo incarico di papà Rodrigo, resterà comunque un affare di famiglia. A raccogliere il testimone, infatti, sarà la figlia Sara Duterte Carpio, già all’opera come primo cittadino di Davao durante la parentesi 2010-2013. Nei tre anni trascorsi in veste di sindaco, peraltro, la giovane Sara ha saputo guadagnare a più riprese i riflettori dei media nazionali, anche a seguito di una serie di episodi capaci di raccontare la profonda somiglianza che la lega al padre nei metodi d’azione poco ortodossi, così come nelle frequenti derive populiste e demagogiche. Nel corso del 2011, ad esempio, balza agli onori delle cronache (e dei video virali su YouTube) per aver colpito ripetutamente e in pieno volto un agente di polizia durante una schermaglia alla periferia di Davao, nel tentativo di bloccare una serie di misure di sgombero e demolizione dei numerosi alloggi abusivi sorti nei quartieri popolari della città. Più di recente, durante le settimane di dibattito infuocato sulla piaga nazionale degli abusi sessuali, ha ammesso attraverso il suo account Instragram di essere stata vittima in prima persona di un trauma analogo durante l’infanzia, salvo essere smentita poche ore dopo dal padre che l’ha bollata come una “regina del melodramma”.

 

Populista e fautore di violente campagne law and order, il nuovo capo dello Stato tende un ramoscello d'olivo a Pechino sulle isole contese, alla minoranza musulmana e difende i gay

 

4. Il frutto non cade mai troppo lontano dall’albero. Se, come detto, i metodi spicci ed il piglio energico rappresentano una costante familiare, non stupirà che il soprannome di Rodrigo Duterte sia quello di un supereroe dei fumetti – “The Punisher”, il giustiziere – abbinatogli in tempi non sospetti dal magazine Time. Il motivo? Una lotta senza quartiere e senza confini alle reti criminali locali, anche attraverso l’utilizzo di strumenti poco ortodossi – tra i quali bande armate e squadroni della morte – per la cattura e l’esecuzione sommaria di sospetti assassini e narcotrafficanti. Modus operandi capaci di bloccare la spirale di violenza che aveva soffocato Davao negli anni Settanta e Ottanta, e che hanno però attirato un ampio ventaglio di critiche sulla figura di Duterte, sia da parte del governo centrale (nelle Filippine la pena di morte è stata abolita nel 2006, ma Duterte negli ultimi giorni ha dichiarato di volerla reintrodurre) che della Commissione sui Diritti Umani dell’Onu. I numerosi scandali emersi durante più di due decenni di governo della città all’insegna della tolleranza zero nel contrasto ad un’illegalità diffusa, tuttavia, sembrano aver corroborato – anziché scalfito – le certezze di Duterte, che, ancora nel 2009, ammetteva candidamente: “Finché sarò sindaco, chiunque si macchi di certi tipi di reati – creando cupole e reti criminali in grado di approfittare della stragrande maggioranza di cittadini onesti – rappresenterà il bersaglio legittimo di azioni di assassinio mirato”.

 

 

5. Un tempo fumatore accanito, oggi convertitosi all’anti-tabagismo militante soprattutto per ragioni di salute, Duterte ha impresso una svolta senza precedenti anche nella legislazione anti-fumo che oggi regola la vita dei luoghi pubblici di Davao. A tal proposito, ha certamente guadagnato un posto di tutto riguardo nel pantheon delle gesta del nuovo Presidente filippino l’episodio occorso nel settembre del 2015, allorché un turista che si ostinava a non voler rispettare il divieto di fumo in un bar del centro è stato costretto – letteralmente – a ingoiare la sua amata sigaretta, dopo il pronto intervento di Duterte all’interno del locale che, allertato dal gestore dello stesso, ha comunicato in prima persona al malcapitato avventore la penitenza da osservare per un simile affronto.

 

 

6. Lo “sceriffo di Davao”, tuttavia, è una figura che sfugge a raffigurazioni troppo semplici e caricaturali, a differenza del più noto competitor per la Casa Bianca al quale, suo malgrado, è stato spesso accostato nelle ultime ore. Accanto al pugno di ferro in fatto di law&order, infatti, uno sguardo più attento rivela l’accorato sostegno di Duterte al mondo LGBT, così come la sua visibile propensione nell’accogliere all’interno delle istituzioni locali esponenti del mondo musulmano, a loro volta espressione di realtà etnico-religiose afferenti a gruppi come quelli dei Moro e dei Lumad. Pionieristiche, in questo senso, le battaglie politiche contro la discriminazione delle minoranze portate a compimento durante il lungo periodo trascorso a Mindanao, capaci di offrire una roadmap concreta per la riconciliazione nazionale che può essere trasferita con profitto al governo del Paese. Lo stesso Duterte, non a caso, è oggi il patriarca di una famiglia unita nella diversità, nonché arricchita da ben otto nipoti: quattro di essi sono cristiani, altrettanti hanno sposato la fede dell’islam.

 

 

7. Se, pertanto, la ricetta domestica del nuovo leader filippino non sembra prefigurare particolari sorprese, centrandosi su un’agenda prettamente populista e securitaria, diverso è il discorso rispetto alla gestione della politica estera. In tale ambito la lunga carriera di Duterte restituisce, ancora una volta, un’immagine tutt’altro che monocromatica: rispetto alla disputa del Mar Cinese Meridionale, ad esempio, le prime dichiarazioni del neo Presidente sembrano improntate a porgere un ramoscello d’ulivo nei riguardi di Pechino, così come a un notevole scetticismo nei confronti dell’enfasi legalistica sposata dalla precedente amministrazione, il cui simbolo più tangibile è rappresentato dal procedimento d’arbitrato internazionale avviato a danno della Repubblica Popolare il cui responso  è atteso nelle prossime settimane. Un’aura da “colomba” che, tuttavia, stride con la lunga sequela di precedenti controversi associati alla figura di Duterte. Sul proscenio della diplomazia regionale, non a caso, il temperamento fumantino di “the punisher” è ampiamente noto dal 1995, quando l’allora Sindaco di Davao si rende protagonista di un’infuocata querelle con le autorità di Singapore. In quella circostanza, l’esecuzione nella vicina città-Stato di una detenuta filippina – Flor Contemplacion, colpevole di duplice omicidio – scatena la reazione rabbiosa e sdegnata di Duterte, capace di mettersi alla testa di una manifestazione di protesta con alcune migliaia di sostenitori, giungendo sino al punto di bruciare la bandiera di Singapore di fronte alle grida di giubilo dei presenti.

 

 

8. La sua abilità retorica lo ha sempre portato a rifuggire celebrazioni e auto-celebrazioni troppo pompose, così come a mostrare una certa riluttanza nel ricevere onorificenze e posti di prestigio (nel corso degli anni, ad esempio, ha rifiutato a più riprese la poltrona di Ministro degli Interni, offertagli da varie amministrazioni di diversa estrazione partitica). Inoltre, ama sottolineare la propria predilezione per uno stile di vita dignitoso ma spartano, testimoniata da una forte idiosincrasia per le automobili di lusso. Questo rigido codice etico, abilmente veicolato in chiave di attrazione dei consensi, conosce una sola eccezione: le motociclette, meglio se rumorose e di grossa cilindrata. Nel suo attuale garage fanno bella mostra alcune Harley Davidson e una fiammante Yamaha Virago.

 

 

9. Altrettanto nota risulta essere la sua passione per il gentil sesso, che – come riconosciuto dallo stesso Duterte – ha causato il naufragio del matrimonio con Elizabeth Zimmerman, madre di tre dei suoi quattro figli. Ammette senza particolari ritrosie che il Viagra ha infinitamente migliorato il godimento della propria vita privata. Ciò, tuttavia, non sembra aver esercitato un effetto deleterio sulla sua attività pubblica: interrogate negli ultimi mesi dai media filippini circa le politiche di genere implementate a Davao durante il suo regno pluridecennale, alcune figure di punta dei movimenti di tutela della donne – tra cui Irene Santiago – hanno tessuto grandi lodi dell’azione moralizzatrice dell’allora Sindaco, ricordando una serie di battaglie patrocinate da Duterte contro lo svilimento e la mercificazione della figura femminile, come nel caso del divieto di sfilate in costume da bagno imposto ai concorsi per le reginette di bellezza locali.

 

 

10. Nonostante sfoggi ai quattro venti la propria accesa fede cattolica, di recente ha saputo collezionare un evitabilissimo passo falso anche con la Santa Sede, che mantiene ancora oggi una profonda influenza all’interno dell’unico Paese (assieme a Timor Est) a maggioranza cristiana dell’intera Asia orientale. Lo scorso mese di dicembre, infatti, durante un discorso pubblico che ha seguito di poco l’ultima visita di Papa Francesco nelle Filippine, il candidato alla presidenza del Paese si è lanciato in una serie di imprecazioni e improperi all’indirizzo del pontefice che hanno scatenato la reazione incredula degli astanti. Il nodo del contendere? Gli ingorghi e il traffico di downtown Manila, naturalmente, prevedibilmente impazzito durante i giorni del soggiorno di Francesco.



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