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Nuova via della Seta,
quelle ipocrite reprimende
di Parigi e Berlino
contro il memorandum
delle arance di Sicilia

Era visibilmente soddisfatto Xi Jinping quando sabato scorso ha lasciato Roma dopo la firma del protocollo d’intesa sulla Belt and Road Initiative (BRI). “È stato un grande successo, ringrazio di cuore il governo italiano”, ha dichiarato il presidente cinese sulla scaletta dell’aereo che lo ha portato a Palermo, tappa conclusiva della sua prima visita di stato nel Belpaese, dieci anni dopo quella del suo predecessore, Hu Jintao.

 

In Cina, la propaganda ha assicurato all’evento una copertura mediatica straordinaria: telegiornali, servizi speciali, dirette sulla tv pubblica in lingua inglese… chi scrive ha potuto ammirare le immagini del canuto Mattarella sorridente accanto al suo omologo cinese dalla chioma corvina irradiate dal maxischermo di un grattacielo di Shanghai.
La leadership cinese era interessata anzitutto al riconoscimento politico della sua Nuova via della Seta per la prima volta da parte di paese membro del G7, nonché fondatore dell’Unione europea. E il governo Conte le ha fatto un grosso regalo, confermando la tradizionale amicizia tra i due paesi.

 

Dopo che già l’ex presidente del Consiglio Renzi aveva espresso il suo sostegno alla Belt and Road Initiative in un’intervista alla CCTV nel 2016 e il suo successore Gentiloni aveva partecipato, l’anno successivo, al Belt and Road Forum di Pechino, l’esecutivo “del cambiamento” ha detto “sì” alla BRI in continuità con la linea delle amministrazioni precedenti, seppure tra l’isteria mediatica che accompagna ogni sua decisione importante e col plateale smarcamento di Salvini, ansioso di accreditarsi una volta di più come fedelissimo dell’America di Trump, impegnata in una sorta di nuovo containment dell’ascesa cinese.

 

Oltre all’auspicio di un’intensa cooperazione Italia-Cina lungo la Nuova via della Seta, il “memorandum of understanding” (MoU) contiene 19 intese istituzionali e dieci accordi commerciali per un valore di 2,5 miliardi di euro, briciole in confronto alle commesse per 40 miliardi di euro ottenute due giorni dopo dalla Francia durante l’incontro della delegazione cinese con il presidente Macron. Mancano all’appello le annunciate intese con Fincantieri, Terna, Italgas, Enel, probabilmente tenute fuori per non irritare gli americani.

 

Per quanto riguarda gli accordi “commerciali”, essi sono appannaggio di una serie di grandi compagnie: Ansaldo energia (2); Danieli; Cassa depositi e prestiti (2); Eni; Intesa Sanpaolo; una tra l’Istituto per il Commercio Estero e Suning per la promozione dei prodotti italiani e quelle delle autorità portuali del Mar Adriatico Orientale (Trieste) e del Mar Ligure Occidentale (Genova) per lo sviluppo dei rispettivi scali.

 

Quelli istituzionali invece prefigurano un aumento della collaborazione tra una serie di ministeri ed enti italiani e controparti cinesi.

 

È presto per valutare l’impatto di questo memorandum of understanding tanto osteggiato da Stati Uniti, Germania e Francia: se esso garantirà – come promesso dal ministro Di Maio – una significativa apertura dei mercati cinesi ai prodotti italiani e se le per le compagnie italiane aumenteranno le commesse lungo la Nuova via della Seta, allora il governo potrà rivendicare la giustezza della sua mossa, altrimenti si sarà trattato di un regalo puro e semplice ai zhongguo pengyou (gli amici cinesi). In ogni caso, bisognerà attendere per vedere se – mutatis mutandis – l’Italia riuscirà a raggiungere per altre vie quello che probabilmente l’America di Trump otterrà dopo aver minacciato sfracelli con la guerra dei dazi.
Negli ultimi giorni si sono sprecate le battute sulle arance siciliane che l’Italia esporterà in Cina contrapposte alle commesse miliardarie per gli Airbus francesi: facile ironia, che però non coglie il cuore del problema.

Sì, perché bisogna ricordare, anzitutto, che Pechino attribuisce a Parigi un ruolo all’interno degli equilibri europei (e globali) molto più rilevante di quello dell’Italia, dunque, per gli affari come per la politica, Macron rappresenta per Xi un interlocutore decisamente privilegiato rispetto a Conte. Quando c’è da confrontarsi sulla Ue (che da tempo, assieme agli Usa, preme per ottenere maggiore spazio sui mercati cinesi), la leadership cinese s’incontra con quella tedesca e francese, non con quella italiana.

 

Per il secondo, anch’esso fondamentale, motivo per cui le commesse sottoscritte in Francia dalla leadership cinese sono molto più remunerative degli accordi siglati in Italia – ovvero per la differente struttura industriale del nostro paese rispetto a quello dei cugini d’oltralpe – basta dare un’occhiata a questo sintetico, chiarissimo articolo: https://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2019/03/26/cina-made-in-italy-accordi/230542/
Schiere di commentatori hanno lanciato strali contro l’accordo e il dilettantismo politico del governo, costruendo una narrazione incentrata su un MoU colpevole di isolarci in Europa e far arrabbiare gli Stati Uniti nostri alleati; e favorire un progetto imperiale della Cina.

 

Per quanto riguarda il secondo punto, la Cina sta evidentemente espandendo i suoi interessi economici in Europa e all’interno dell’Unione Europea così come spera di avere infine quest’ultima dalla sua parte contro Trump, ma la sua presenza nel Vecchio continente corrisponde alla “naturale” proiezione in un mercato ricco di un paese la cui economia è in forte ascesa, non è accompagnata da alcuna penetrazione militare e deve fare i conti quotidianamente con le contraddizioni e le tensioni interne alla Cina, in gran parte ancora povera e difficilmente controllabile. Quello della Cina non è un espansionismo che mira a creare un’egemonia politico-militare come avvertono schiere di opinionisti-sinofobi, ma il frutto di un capitalismo a guida statale che cerca sbocchi sui mercati internazionali, incontrando le resistenze degli altri blocchi capitalistici.

 

Più complesso il discorso sulla rottura da parte del governo italiano di una presunta unità europea sulla Cina. Effettivamente i suoi azionisti di maggioranza stanno provando a dotare l’Unione Europea di un pacchetto di strumenti per proteggersi dall’avanzata cinese. Parigi (da cui arrivano meno del 2% delle importazioni cinesi) insiste sulla reciprocità, su una maggiore apertura alla Francia dei mercati cinesi, e non è pronta a dare via libera alla Belt and Road che entra in concorrenza con i suoi interessi in Africa.
Berlino negli ultimi decenni ha saputo costruire con Pechino una relazione speciale che la ha resa per il terzo anno consecutivo il principale partner commerciale della Cina, con la quale ha registrato nel 2018 un interscambio di 199,3 miliardi di euro (e un deficit di 13 miliardi di euro). Ma la relazione di Berlino con Pechino sta cambiando rapidamente, sotto la spinta della tecnologia cinese che inizia a farle concorrenza in Cina e nei paesi terzi.

 

Alla luce di tutto ciò, non può meravigliare che il protocollo d’intesa sulla BRI sottoscritto con Pechino dal governo italiano sia visto dall’asse franco-tedesco come un atto di insubordinazione.

Tuttavia è piuttosto vero il contrario e che cioè (per ragioni che qui non tratteremo) Francia e Germania stanno provando da sole, assecondando anzitutto i loro interessi nazionali – nonostante le spinte centrifughe che scuotono l’Ue – a dare impulso a una serie di “riforme” dell’Unione, tra le quali rientra quella del rapporto con la Cina, che Parigi e Berlino vorrebbero ridisegnare secondo le linee guida contenute nel recente “EU-China – a strategic outlook”.

 

Dopo lo strappo sulla Nuova via della Seta, l’Italia sarà in grado di elaborare e proporre una politica alternativa di fronte all’avanzata del gigante cinese?