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Nucleare, non è detta l’ultima parola

Il disastro di Fukushima ha cambiato la percezione dell’energia atomica anche nella Repubblica popolare. L’esecutivo ha varato un piano per passare da 49 a 88 gigawatt, per ridurre la dipendenza dal carbone. Ma il progetto di costruire decine di centrali nelle aree interne del Paese inquieta un’opinione pubblica che ha imparato a dare battaglia sulle questioni ambientali. E l’opposizione si manifesta anche all’interno dell’amministrazione, dove Wang Yinan, una ricercatrice, ha assunto il ruolo di leader della protesta. Le tappe di un dibattito poco conosciuto, in questo articolo di Zhu Wan pubblicato su chinadialogue

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La Cina potrebbe diventare lo Stato più nuclearizzato al mondo. Gli ambiziosi piani del governo di Pechino prevedono infatti che la sua capacità di generare energia nucleare (già operativa o in costruzione) debba quasi raddoppiare nei prossimi sei anni, passando da 49 a 88 gigawatt. A quel punto la Cina si ritroverebbe al secondo posto tra i produttori di energia atomica, subito dopo gli Stati uniti.

Questo, sulla carta, è il progetto. Tuttavia l’orientamento della società, sempre più contrario al nucleare, lascia intravedere nuvole all’orizzonte. A partire dal disastro della centrale giapponese di Fukushima del 2011, in Cina si sono registrate diverse proteste anti-nucleare. In particolare gli impianti situati all’interno del Paese – considerati meno sicuri di quelli costruiti sulla costa, a causa dei rischi sismici e della distanza da riserve idriche garantite, necessarie per il raffreddamento – rappresentano ormai una questione capace di suscitare emozione tra la cittadinanza, proprio come le fabbriche di paraxilene e gli inceneritori. Una parte dell’opinione pubblica non crede che a un paese che non riesce a garantire la sicurezza di latte e alimenti possa essere accordata fiducia nella gestione di impianti nucleari.

Ma, affinché la Cina raggiunga i suoi ambiziosi obiettivi, deve costruire impianti nucleari nelle aree interne, e rapidamente – forse entro il 2015. Un duro scontro tra il campo pro-nucleare e quello anti-nucleare potrebbe essere alle porte.

 

“Sono insicuri”, cresce la preoccupazione per i nuovi impianti

Prima che si verificasse la fusione del reattore di Fukushima, il pubblico cinese sapeva davvero poco dell’energia atomica e delle caratteristiche dei reattori costruiti sulla costa e nell’interno della Repubblica popolare. Tre provincie interne – Jiangxi, Hunan e Hubei – avevano individuato i siti per la costruzione di centrali e i lavori preliminari erano già iniziati. Ma l’attenzione sul nucleare restava focalizzata sulle regioni costiere ricche e affamate di energia, dove sono concentrate tutte e 17 le centrali nucleari cinesi.

Tuttavia gli interessi che girano attorno all’energia nucleare sono forti anche nelle provincie in rapido sviluppo del centro della Cina, dove la domanda di energia sta crescendo. Il nucleare infatti fa molto comodo ai governi locali, perché dà loro la possibilità di ottenere non soltanto un’abbondante fornitura di elettricità, ma anche gli enormi investimenti necessari alla costruzione delle centrali.

Dopo Fukushima, i cinesi avevano più d’un motivo per ripensare all’energia nucleare. Il primo a suscitare preoccupazioni fu l’impianto di Pengze, che era in costruzione nel Jiangxi, vicino al confine con la provincia di Anhui (la contea di Wangjiang nello Anhui è a soli cinque chilometri di distanza). Tutti i vantaggi della centrale – crescita del Pil, tasse, occupazione – sarebbero andati al Jiangxi, ma qualsiasi suo problema avrebbe colpito anche lo Anhui.

Alla fine del 2012, quattro funzionari governativi in pensione di Wangjiang scrissero una lettera aperta al Consiglio di Stato – il più alto organismo amministrativo della Cina – mettendo in dubbio la ragionevolezza e la legalità dell’impianto di Pengze. Puntarono l’indice contro le procedure adottate nella scelta del sito e nelle audizioni pubbliche e chiesero che il progetto fosse cancellato. In seguito, He Zuoxiu, membro dell’Accademia cinese di scienze sociali e noto attivista la cui famiglia è originaria di Wangjiang, scrisse un articolo contro l’impianto, invitando il governo cinese ad affrontare con cautela i progetti di espansione dell’energia nucleare.

 

Grazie a un’ampia copertura mediatica, quel caso divenne uno dei temi caldi di quell’anno. Le aziende nucleari offrirono alcune risposte, ma di scarso effetto: fornirono soprattutto spiegazioni ultra-tecniche, inaccessibili al pubblico. Gradualmente, la discussione su Pengze si trasformò in un’ondata nazionale di sentimento anti-nucleare.

Ma nell’ottobre di quell’anno, il governò cancellò una moratoria sulla costruzione di nuove centrali nucleari in vigore dal disastro di Fukushima, assicurando però che, fino al 2015, nelle aree interne del Paese non sarebbe stato edificato alcun impianto.

Lo smog, che nel 2013 in Cina raggiunse nuovi picchi, fornì acqua al mulino della lobby pro-nucleare. Le centrali elettriche alimentate a carbone, le acciaierie e i cementifici furono accusati del terribile inquinamento atmosferico e severe restrizioni vennero imposte a questi settori. E il governo alla fine sostenne che, poiché l’energia nucleare non inquina, il suo impiego andrebbe esteso, a condizione che ne venga garantita la sicurezza.

All’inizio di quest’anno, la Conferenza politica consultiva del popolo cinese ha dedicato uno dei suoi consessi quindicinali a calmare le acque, sempre più agitate. Ha invitato a parteciparvi He Zioxiu, il più noto oppositore del nucleare, il quale con un discorso ha ridefinito la sua posizione, da “contrario all’energia nucleare” a “contrario all’energia nucleare nelle aree interne del Paese, ma non in quelle costiere”.

Il cambiamento di He ha ridato forza al campo pro-nucleare, e si sono moltiplicati gli appelli al rapido avvio di nuove centrali – anche all’interno del paese, quelle alle quali He si è opposto esplicitamente. Il governo provinciale dello Hunan ha chiesto più volte il rapido avvio della costruzione della centrale di Yaohuajiang, e alcuni esperti sono arrivati a sostenere che “20 milioni di hunanesi stanno aspettando ansiosamente l’inizio dei lavori a Taohuajiang”.

 

La lobby pro-atomica se ne infischia di fornire informazioni ai cittadini

Ciononostante, stanno emergendo nuove voci non allineate. A partire dall’aprile scorso, Wang Yinan, una ricercatrice presso il Centro di ricerca per lo sviluppo (DRC), in almeno tre occasioni (con articoli o interviste) ha promosso le tesi anti-nucleare. Il DRC è un organismo politico e consultivo subordinato al Consiglio di Stato (il governo, ndt) e le opinioni espresse dai suoi esperti sono considerate molto autorevoli. Wang è una protégé di He Zuoxiu e le loro posizioni sono molto simili.

Wang sta diventando rapidamente la leader di una nuova generazione anti-nucleare. I suoi articoli sono popolari e le risposte che riceve online indicano che la maggioranza dell’opinione pubblica sostiene le sue posizioni. Tuttavia il comportamento del campo anti-nucleare nel suo complesso è deludente. I suoi opinion leader non sono riusciti a promuovere la discussione e chiarire alcuni fatti importanti, proprio in un momento in cui il dibattito pendeva a favore del campo anti-nucleare. Alla fine il dibattito è scaduto in una guerra di parole. Alcuni accademici hanno mostrato mancanza di rigore scientifico: in una lettera aperta, la stessa Wang ha riferito dati inesatti e notizie di stampa falsate.

 

Il comportamento del campo pro-nucleare è risultato però peggiore, forse anche perché, essendo stato – prima del 2011 – in gran parte ignorato dal pubblico, ha faticato ad adattarsi all’improvvisa ribalta. Sia come sia, durante la crisi post-Fukushima, le aziende che producono energia nucleare non si sono preoccupate di far conoscere il loro punto di vista. Ho chiesto più volte ai rappresentanti dell’industria perché in quell’occasione così drammatica non fornissero alcuna informazione e mi sono sentito rispondere: “Aspetteremo e vedremo cosa succede”, “Non c’è alcun bisogno di fornire risposte”, “Diremo qualcosa solo quando saremo costretti a farlo”.

Mentre i cittadini e gli accademici anti-nucleare discutono pubblicamente, quelli del campo pro-nucleare raramente partecipano a dibatti aperti. He Zuoxiu e Wang Yinan hanno, in almeno cinque occasioni, pubblicato lettere aperte o discusso con i giornalisti le loro opinioni. Ma non hanno ottenuto risposta da nessuno degli accademici o dei rappresentanti ufficiali del campo pro-nucleare. L’industria nucleare può contare sul sostegno di una quantità di esperti – tra cui un paio di accademici di rango equivalente o maggiore rispetto ad He – ma non considera le argomentazioni di He e Wang degne di risposta. Si tratta di un’industria che non ha ancora afferrato l’importanza della comunicazione.

La stessa scarsa capacità di relazionarsi al mondo esterno ha lasciato il settore nucleare senza gli strumenti necessari a persuadere il pubblico che le sue centrali sono sicure. Quando in migliaia sono scesi in piazza a Jiangmen, nel sud della Cina, per protestare contro un impianto per l’arricchimento dell’uranio, un accademico ha provato a difendere quella centrale durante una conferenza stampa organizzata alla bell’e meglio dal governo. Ma ha utilizzato un linguaggio tecnico incomprensibile, e i contestatori non lo hanno degnato del minimo ascolto.

 

 

Tratto da chinadialogue