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Kim Jong-un o Trump,
chi è il vero “uomo razzo”?

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Le tensione internazionale provocata dai test atomici nordcoreani ha riacceso il dibattito accademico in merito all’accuratezza delle previsioni sulla proliferazione nucleare. Un recente articolo ha rivelato che la maggior parte di queste ipotesi si sono dimostrate inadeguate.

 

I meccanismi che hanno spiegato le scelte di proliferazione o, al contrario, di non proliferazione del passato sono tuttora validi? In che modo le dichiarazioni unilaterali del presidente statunitense Donald Trump hanno condizionato ciascuna di queste tendenze? Quali teorie sono più adatte per spiegare le risposte dei leader dell’Asia orientale?
I circoli accademici e politici legati alle teorie “neorealiste” sostengono da tempo che la proliferazione di armi nucleari da parte di uno Stato porterà inevitabilmente altri Stati della regione a seguirne l’esempio. Ma, contrariamente a questa previsione, vecchia di diversi decenni, i “soliti sospetti” dell’Asia orientale – Giappone e Corea del sud – finora non hanno iniziato a sviluppare armi atomiche.

 

Negli ultimi settant’anni, il Giappone e la Corea del sud hanno visto tre dei loro vicini trasformarsi in potenze nucleari: l’Unione sovietica (in seguito diventata Russia), la Cina e, infine, la Corea del nord. Ma anche nel momento in cui Pyongyang ha rafforzato le sue capacità nucleari e missilistiche e moltiplicato le sue minacce, Tokyo e Seoul hanno mantenuto salda la rotta della non proliferazione nucleare.

 

E il fatto che, nonostante il susseguirsi di leader nazionalisti, entrambi i paesi siano rimasti fedeli a questo principio, contraddice ulteriormente le previsioni di un domino atomico. Tra questi leader ricordiamo il nipote di Kishi Nobusuke, (il premier nipponico) Shinzo Abe, che nella sua ansia di riaffermare l’alleanza Tokyo-Washington è stato il primo leader della regione a incontrare l’allora presidente-eletto Donald Trump. Anche se nessuno può prevedere il futuro, va sottolineato che né le tante linee rosse giù superate dalla Corea del nord, né l’impetuosa ascesa della Cina hanno avviato la nuclearizzazione “reattiva” che in tanti avevano pronosticato.

Nella parata di Kim la dottrina nucleare della Corea del nord →


Dieci anni fa, “Nuclear Logic: Contrasting Paths in East Asia and the Middle East” provò a piegare perché questa nuclearizzazione reattiva non è inevitabile. Quel libro metteva in evidenza anche il ruolo centrale che i modelli di politica economica dei singoli Stati possono giocare nelle loro scelte nucleari. Dall’entrata in vigore del Trattato di non proliferazione nucleare nel 1970, le ambizioni nucleari si sono sviluppate maggiormente in contesti nazionali e regionali caratterizzati da modelli economici chiusi all’economia globale. La proliferazione nucleare in Medio Oriente fornisce in tal senso un buon esempio.

 

Al contrario, una corsa all’atomica in Asia orientale avrebbe danneggiato seriamente le strategie di internazionalizzazione fatte di crescita economica, competitività internazionale e accesso ai mercati adottate dal Giappone, dalla Corea del sud, da Taiwan e altri. La scelta di fedeltà agli Stati Uniti compiuta da questi paesi è stata legata a questi modelli. E, insieme, le alleanze e questi modelli hanno contribuito a tenere a bada le spinte nazionali a favore della nuclearizzazione.

 

Kenneth Waltz – il principale esponente del neorealismo – riteneva che le alleanze fossero mal equipaggiate per prevenire la proliferazione in un “mondo autosufficiente”. Le dichiarazioni di Trump hanno aggravato i timori degli alleati che l’autosufficienza e l’”America first” possano ridurre impegno e credibilità dell’alleanza. Un anno dopo il suo insediamento, Trump sembra averci ripensato: durante la sua recente visita nella Regione, ha infatti provato a rassicurare gli alleati, mentre gli stessi Stati Uniti sono diventati un potenziale obiettivo del programma nucleare di Kim Jong-un. Tuttavia, dal momento che, all’inizio del suo mandato, il presidente Usa ha piantato il seme del dubbio, ciò potrebbe causare danni duraturi alle alleanze degli Stati Uniti, il che accresce l’importanza dei modelli di internazionalizzazione dell’Asia orientale come argini contro la nuclearizzazione.

 


“Nuclear Logics” ha inoltre documentato come, diversamente dalla tendenza generale della regione, il regime nordcoreano abbia cercato costantemente di dotarsi di armi atomiche, fin dagli anni Cinquanta. Il motore principale di questa ricerca è stato ed è tuttora il modello isolazionista di estrema autosufficienza (juche) che i Kim hanno adottato per assicurare la sopravvivenza del regime. In questo contesto le armi atomiche rappresentano il proverbiale gioiello nella corona di Kim, che può essere utilizzato per giustificare tutte le penurie che la maggior parte della popolazione è costretta a sopportare. Mentre evocava minacce esterne, la dinastia dei Kim guardava alle armi atomiche come a una garanzia contro rivolte interne simili a quelle che hanno buttato giù dittatori in Europa orientale.

 


Le invasioni dell’Iraq e della Libia da parte degli Stati Uniti e delle forze della NATO hanno permesso ai Kim di insistere su questa narrazione, così come la litania di minacce di Trump e gli attacchi di quest’ultimo contro il Joint Comprehensive Plan of Action con l’Iran. Tutto ciò ha permesso al regime nordcoreano, in patria e all’estero, di giustificare la sua intransigenza, aumentando i rischi di un conflitto, convenzionale o nucleare.

I tentativi di Trump di accusare i suoi predecessori per la sua debacle sono ipocriti, perché i Kim hanno sistematicamente respinto i precedenti tentativi statunitensi di arrivare a un compromesso.


E forse il regime non ha mai concepito davvero le armi nucleari come pedine di scambio per benefici economici e garanzie di sicurezza. Tuttavia un pacchetto onnicomprensivo in grado di far tornare indietro la Corea del nord dal suo sentiero nucleare deve restare sul tavolo, assieme a sanzioni severe in caso di respingimento dello stesso.

 

I modelli di politica economica sono fondamentali per spiegare i percorsi di proliferazione, mentre l’elezione di Trump da parte di un elettorato isolazionista e preoccupato per la globalizzazione sottolinea che questi modelli sono ovunque alla base delle scelte politiche.
Per oltre 70 anni gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo cruciale in Asia orientale non soltanto fornendo un’ampia deterrenza, ma anche sostenendo i modelli di internazionalizzazione e la trasformazione economica dell’Asia orientale. Il discorso di Trump al vertice APEC del 2017 ha segnalato un’abdicazione epocale da questo ruolo, sollevando l’interrogativo se l’impegno per l’internazionalizzazione e la non proliferazione dell’Asia orientale possa continuare.

 

I leader che hanno partecipato agli ultimi undici incontri dell’APEC e della Trans Pacific Partnership hanno riaffermato il loro impegno per la stabilità e l’apertura dell’economia globale che ha garantito il loro successo. Queste promesse potranno rivelarsi utili in un futuro prossimo, ma i leader dell’Asia orientale devono raddoppiare la loro determinazione a subordinare dispute e tensioni a una visione più ampia. Né possono ignorare le svolte populiste isolazioniste che stanno colpendo gli Stati Uniti, l’Europa e oltre: segnali d’allarme che i modelli di internazionalizzazione devono continuare ad allargare i beneficiari delle economie aperte.

 

 

Tratto da EASTASIAFORUM

Etel Solingen è Thomas T. and Elizabeth C. Tierney Chair in Peace and Conflict Studies presso la University of California Irvine e autrice di “Nuclear Logics: Contrasting Paths in East Asia and the Middle East”