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Qatar e Turchia in prima
linea nel conflitto in Siria: gasdotto ci cova




«Ci si può fidare fino in fondo delle intenzioni di Turchia e Qatar? E non è che gli stessi Usa abbiano in qualche modo concorso ad armare formazioni terroristiche in Siria? Per ora nessuno si azzarda a fare queste domande ad alta voce. Ma i dubbi circolano. E per buone ragioni». A porre questi interrogativi è stato Il Sole 24 Ore, in un articolo di Claudio Gatti del 1 dicembre scorso.

 

Chi in questi anni ha osato fare queste domande ad alta voce è stato spesso additato come “teorico del complotto”. Ma ora di questa questione parlano in maniera esplicita anche i media legati ai grandi poteri, come il quotidiano della Confindustria (di cui fa parte Finmeccanica, fiore all’occhiello dell’industria delle armi italiana). E le armi, come è noto, sono uno strumento centrale nella strategia di destabilizzazione di diversi paesi arabi. «Vi è il dubbio che queste guerre servano per vendere armi», aveva dichiarato papa Francesco nell’Angelus dell’8 settembre 2013, riferendosi al devastante conflitto armato in Siria.

 

L’articolo del Sole cita ampiamente il New York Times, un giornale legato ai grandi gruppi di pressione americani che condizionano fortemente la politica della Casa Bianca, nel Medio Oriente e non solo. Ma che cosa è cambiato rispetto a circa cinque anni fa, quando quasi tutti i media mainstream ci parlavano di una rivoluzione pacifica soffocata nel sangue dal regime siriano? Quando in realtà si sapeva che l’insurrezione armata in Siria era stata orchestrata dall’esterno per far cadere il governo di al Assad, che ostacola gli interessi geostrategici ed economici degli Usa e dei loro alleati nella regione mediorientale.

 

Il Qatar nel 2009 propose al governo di Damasco la costruzione di un gasdotto qatariota che avrebbe attraversato l’Arabia Saudita, la Giordania, la Siria e la Turchia per servire l’Europa. La Siria – che per la sua posizione geografica è uno strategico corridoio regionale di transito d’energia – ha preferito siglare un accordo di gasdotto con l’Iran (e l’Iraq) nel 2012. La guerra strategica per l’energia spiega in gran parte il forte coinvolgimento del Qatar nel sostegno dei jihadisti, ai quali è stata affidata “la guerra santa” contro Damasco: un gasdotto iraniano che transita per la Siria avrebbe danneggiato gli interessi delle petromonarchie arabe, acerrime nemiche e concorrenti della repubblica iraniana.

 

La Turchia a sua volta si considera un passaggio obbligato dell’energia verso il vecchio continente. Il gasdotto qatariota avrebbe rafforzato la posizione della Turchia come snodo centrale per lo smistamento del gas verso l’Europa. Quindi, togliere di mezzo al Assad – che aveva optato per Teheran – era diventata una priorità per Ankara. È ormai un segreto di Pulcinella che il governo turco è implicato nella guerra per procura contro la Siria, affidata allo gruppo Stato Islamico (Is), ad al Nusra e ad altri gruppi di al-Qaida.

 

La mobilitazione delle cancellerie europee contro Damasco rientra nella stessa logica: il progetto del gasdotto del Qatar, rifiutato da al Assad, avrebbe ridotto la dipendenza dell’Europa occidentale dal Gazprom russo.

 

L’intervento militare della Russia – per difendere i suoi interessi – in Siria, concordato con Damasco, ha rimescolato le carte. Ha portato alla luce con prove evidenti che gli Usa e i suoi alleati arabi del golfo, quelli turchi e anche quelli europei, hanno contribuito alla nascita dell’Is e di altri gruppi jihadisti “moderati”. E i media che hanno a lungo nascosto la verità all’opinione pubblica oggi cercano di rifarsi una verginità scoprendo la tanta polvere nascosta da tanti anni sotto il tappeto.

 

Persino Al Jazeera, di proprietà del Qatar, cerca di recuperare qualche briciolo di una credibilità persa in seguito all’avvento della famigerata “primavera araba” e il suo schieramento ideologico contro Damasco. In un’intervista rilasciata il 29 luglio scorso su questo canale satellitare, Michael Flynn, ex direttore della Defense Intelligence Agency americana, ha affermato che sin dal 2012 gli Usa contribuivano a coordinare il trasferimento di armi verso movimenti radicali che ufficialmente dicevano di combattere i salafiti, i fratelli musulmani e al-Qaida in Iraq. Flynn ha inoltre affermato che il fatto di armare e formare i jihadisti per combattere il regime di Damasco fu una decisione deliberata della strategia di Washington.

 

La favola mediatica della “lotta al terrorismo” per far addormentare l’opinione pubblica e scatenare guerre che hanno distrutto interi paesi sovrani, è giunta finalmente al suo epilogo?

 

 

Tratto da Nigrizia

 

 



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