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Il sultano Erdogan
e la guerra per procura
che diventa un boomerang
contro l’Europa




La Turchia, per un periodo di tempo della storia recente, sembrava destinata a diventare un ponte di dialogo tra il mondo musulmano e quello occidentale. La sua prossimità all’Europa, la posizione geografica, il peso demografico, il boom economico dello scorso decennio e la modernizzazione del sistema sociale e politico – nonostante i tanti limiti della sua democrazia – avevano incrementato le probabilità di entrare in Europa, di modificare gli equilibri geopolitici nel Medio Oriente a favore della pace, facendo da mediatore tra palestinesi e israeliani. Era il periodo in cui il governo turco aveva adottato la politica di “zero problemi” con i vicini (Iran, Siria, Iraq, Europa, ecc). Le popolazioni musulmane riponevano nella Turchia la speranza di dare un’immagine positiva dell’islam.

 

 

Opportunità buttate al vento. In seguito alla cosiddetta “primavera araba”, il governo turco guidato da Recep Tayyip Erdogan ha approfittato della crisi sociale e politica in cui versano diversi paesi arabi per cercare di estendere la sua egemonia sul mondo arabo come ai tempi del califfato ottomano. Ha deciso di fare concorrenza all’Arabia Saudita con la quale si contende il controllo del grave degente Egitto; all’Iran per quanto riguarda la Siria e l’Iraq; e anche a Francia e Inghilterra che vogliono avere una parte della torta Medio Oriente. Da questi giochi rimangono fuori gli Stati Uniti, i quali detengono strumenti strategici per tenere sotto pressione e controllo Ankara.

 

 

La Turchia è passata quindi da “zero problemi” a “zero amici”. È in parte responsabile della guerra che ha devastato la Siria. Ha concesso il transito dei jihadisti sunniti che oggi occupano una parte del territorio siriano. Ha invaso in diverse occasioni il territorio iracheno con la pretesa di combattere i curdi di Öcalan e ha iniziato a comprare petrolio dal Kurdistan iracheno bypassando il governo centrale di Baghdad. I militari turchi hanno abbattuto un cacciabombardiere russo, aprendo una grave crisi diplomatica con il Cremlino che rischia di creare gravi danni economici alla stessa Turchia.

 

Anche con l’Unione europea le relazioni sono molto tese. Erdogan ha provocato la crisi dei profughi nei paesi Ue, che rischia di far saltare il trattato di Schengen e spaccare l’Europa. Il “sultano ottomano” sta usando questa crisi per ricattare l’Europa e ha già ottenuto buoni risultati. Nel marzo scorso, il suo visir, il premier Davutoglu, è riuscito a strappare un accordo che impegna l’Ue dei 28 a versare nelle casse di Ankara tre miliardi di euro all’anno. In cambio la Turchia “dovrà” bloccare il flusso dei profughi che raggiungono l’Europa attraverso le sue frontiere.

 

Inoltre l’accordo prevede l’abolizione del visto nello spazio Schengen (se sopravvivrà!) per i cittadini turchi. Il rischio di questa operazione è l’approdo facile in Europa di turchi aderenti all’ideologia di al-Qaida e del Gruppo Stato islamico (Is). Giocando la carta dei profughi, i turchi sono riusciti a costringere Bruxelles ad affrontare con impegno la questione dell’ingresso della Turchia nell’Ue, nonostante la repressione dei media (come è successo di recente a Zaman, il più diffuso quotidiano turco) e la violazione dei diritti umani dei curdi e dei profughi siriani.

Questa complessa situazione è a vantaggio di chi e a danno di chi?

Sono soprattutto gli Usa a beneficiare dell’attuale crisi geopolitica che coinvolge la Turchia e i suoi vicini arabi ed europei. La grave crisi nel Medio Oriente non nuoce agli interessi dell’America: la Siria e l’Iraq sono fuori combattimento e l’accordo sul nucleare costituisce di fatto un’implicita tregua tra Washington e Teheran.

La crisi dei profughi innescata da Ankara indebolisce la stabilità dell’Ue. Ciò rende ancora più preponderante il ruolo degli Usa in seno alla Nato. Un’Europa debole va a vantaggio anche della Russia, principale fornitore di idrocarburi all’Ue, già danneggiata dalle sanzioni economiche contro la Russia.

I danni saranno a scapito sia del mondo islamico, compresa la Turchia, sia dell’Europa. Quest’ultima ha commesso il grave errore di partecipare alla destabilizzazione del Medio Oriente – per fini neocoloniali – mediante la guerra per procura affidata ai jihadisti di al-Qaida e dell’Is. Questo errore le sta costando caro in termini di insicurezza causata dagli stessi jihadisti e di conflitti interni per via dei profughi.

 

 

Tratto da Nigrizia



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