Internazionale

La Cina al Centro,
è nato il CSCC




381230449_e29171edc5_b

China in Italy, Ronnie R

 

 

Il 5 aprile scorso è stato fondato a Roma il Centro Studi sulla Cina Contemporanea (CSCC). Il think tank, presieduto da Alberto Bradanini – già ambasciatore a Pechino (dal 2013 al 2015) e a Tehran (dal 2008 al 2012) – avrà sedi a Milano, Bologna e Roma e intende contribuire alla ricerca italiana sul gigante asiatico e a una maggiore conoscenza reciproca  tra l’Italia e la Repubblica popolare.

 

Ambasciatore Bradanini, lei ha appena istituito – assieme a 22 soci fondatori – il Centro Studi sulla Cina Contemporanea (CSCC), di cui è presidente. Può spiegarci l’importanza di una tale istituzione per l’Italia, che sembra continuare a guardare alla Repubblica popolare cinese come a un paese tutto sommato “lontano”?

La Cina, di tutta evidenza, è quanto mai vicina, ma noi la conosciamo assai poco. Persino chi fa business con la Cina, ne conosce spesso solo la superficie. In Italia, conosciamo poco la sua storia, la politica, l’economia, temi che pure hanno tanta influenza sul nostro stesso benessere. Tante idee confuse insomma, di solito frutto di letture affrettate o di una stampa che affronta argomenti complessi con approssimazione. Vi è dunque necessità, reputo, di generare una conoscenza strutturata e accumulata sulla Cina. È questa la ragione per la quale, insieme ad un gruppo qualificato di personalità di diversa provenienza, è nata la spinta a dar vita ad un soggetto capace, con il tempo e l’impegno di molti, di fornire a coloro che si occupano o sono interessati alla Cina uno strumento di acquisizione di notizie aggiornate e continue su quel paese, nella sua dimensione interna e internazionale, e con un’attenzione specifica agli interessi italiani.

 

 

Che tipo di centro studi sarà il CSCC, come pensa di promuovere una ricerca di qualità sulla Cina in Italia: quali obiettivi si pone e come opererà il CSCC?

Si tratta di una struttura a rete, che intende coinvolgere personalità, imprese e soggetti del settore della ricerca, innanzitutto gli Atenei, sia italiani che stranieri, auspicabilmente insieme ad enti pubblici esposti sulla Cina, e che agiscono di norma sulla scorta di dati quantitativi e qualitativi carenti ovvero derivati da fonti estere, che sono quindi portatori di interessi di parte. Per agire con efficacia a tutela dei grandi interessi del nostro paese ci è sembrato indispensabile avviare un percorso autonomo e centrato sui nostri interessi, come fanno altri paesi meglio organizzati di noi in questo campo. Per raggiungere tali obiettivi, sarà cruciale disporre di qualche risorsa, non eccessiva tuttavia, che possa coprire le spese dei ricercatori – che vogliamo selezionare in termini trasparenti e meritocratici – che dovranno sviluppare i progetti nei tanti ambiti riguardanti il gigante cinese.

 

 

L’Italia negli ultimi anni ha perso influenza in Medio Oriente – dove tradizionalmente ha svolto un ruolo importante – cosa deve fare oggi se vuole avere un rapporto più stretto con una potenza in ascesa come la Cina?

L’Italia è un paese con una limitata influenza politica sulla scena mondiale, sia nelle regioni lontane che in quelle vicine, con qualche differenza tra le due aree. Per avere influenza nel mondo occorre disporre di forza politica, che è legata a quella militare, a sua volta dipendente da quella economica. Quest’ultima dovrebbe operare attraverso grandi agglomerati/monopoli multinazionali (non so se questo è un bene, ma certo è un fatto), una cornice operativa di cui l’Italia è chiaramente sprovvista. Per di più il nostro Paese è parte di alleanze economiche (l’UE) e politiche (la Nato), nelle quali per svariate ragioni la nostra voce è poco ascoltata. Occorrerebbe che la società civile, gli intellettuali, le forze pensanti del nostro paese avviassero una riflessione sui grandi temi della politica internazionale, dalle profonde ingiustizie nella distribuzione della ricchezza alle relazioni tra paesi che andrebbero centrate sui nobili obiettivi della pace, del lavoro per tutti, della cultura e della lotta alla povertà, facendo tacere le armi e investendo nel progresso e nelle prospettive di vita dei popoli. Anche nei riguardi della Cina, dunque, per meglio difendere i nostri interessi bilaterali che vedono sistematicamente vincente la controparte, occorre un’analisi più professionale, maggiore coraggio e un impegno nuovo presso le istanze dell’Unione Europea che copre oggi aspetti centrali del dialogo economico con Pechino, avendo i Paesi Membri ceduto ampi spazi di sovranità al riguardo. Più peso in Europa dunque per difendere meglio i nostri interessi anche con la Cina.

 

 

La Cina sta cambiando molto in fretta, che differenze vede tra il Paese del periodo in cui lei è stato ambasciatore a Pechino e quello di oggi?

Vedo una forte continuità. La Cina è governata da una dirigenza accorta e meritocratica. Una realtà che certo non la salva da possibili errori e contraddizioni, ma che le consente di raggiungere traguardi straordinari, come ben sappiamo, e di trovare allo stesso tempo la strada per correggersi ed imparare dai propri errori e dalle esperienze altrui. La Cina non soffre di complessi, quando pensa di aver bisogno di conoscenze o esperienze di altri paesi. Anche l’Italia, del resto, avrebbe interesse a guardare alle esperienze di altri e far tesoro di successi ed errori altrui per far avanzare la sua società, la sua economia e persino la sua Amministrazione, magari guardando alla Cina, che contrariamente a quanto si immagina, può già costituire in diversi ambiti un esempio da seguire. Ma la Cina di oggi è anche una terra che racchiude nella sua dimensione allo stesso tempo un passato di povertà ed emarginazione, un presente di modernità e vivace confronto con il mondo, e infine un orizzonte capace di anticipare il futuro. Ecco un’altra buona ragione, dunque, per gettare uno sguardo attento e professionale su quello che avviene in Cina, tenendo sempre presente, come sopra illustrato, i nostri interessi.



Commenti


Articoli correlati