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Dopo il trionfo di Aung San Suu Kyi, tutte le sfide del nuovo Myanmar

cinaforum

Mandalay_1928p, Stefan Munder

 

Venerdì scorso, dopo quasi due settimane di attesa – per le complesse procedure di riconteggio delle schede – la Union Election Commission birmana ha finalmente comunicato i risultati ufficiali del voto dell’8 novembre, destinato a rivoluzionare il volto del parlamento nazionale e a guadagnarsi un posto nella storia recente del Myanmar. L’esito della consultazione, con un’affluenza vicina all’80% degli oltre 30 milioni di elettori, verrà ricordato per il trionfo senza precedenti delle forze d’opposizione guidate dalla National League for Democracy (NLD) di Aung San Suu Kyi, così come per lo smacco subito dall’establishment militare raccolto sotto le insegne dello Union Solidarity and Development Party (USDP).

 

Il partito del premio Nobel per la pace – che sino ad oggi poteva vantare soltanto 43 rappresentanti tra camera bassa e la camera delle nazioni – ha, infatti, colorato col rosso delle proprie bandiere ben 390 scranni parlamentari su un totale di 664, lasciando le briciole alla disordinata galassia delle formazioni minori (59 seggi) e all’USDP, che potrà contare su 42 deputati eletti, oltre a quel 25% di rappresentanza sottratta al voto popolare e affidata alle nomine appannaggio delle forze armate, che detengono anche la prerogativa di cooptare il ministro della difesa e degli affari interni. Numeri che consegnano nelle mani della leader carismatica dei movimenti progressisti non solo una larga maggioranza, ma anche la facoltà di eleggere un nuovo presidente nei primi mesi del 2016.

 

Nonostante i timori della vigilia, alimentati dallo “spettro” delle elezioni del 1990 – quando la giunta militare al potere si rifiutò di riconoscere un’analoga affermazione elettorale della NLD, reprimendo le conseguenti proteste e catapultando definitivamente il Paese nell’isolamento internazionale – sia i vertici governativi che quelli militari hanno sostanzialmente riconosciuto l’esito del voto, assicurando una fluida transizione di potere nei confronti del nuovo parlamento, che dovrebbe insediarsi ufficialmente a marzo. L’apparente tranquillità con la quale la vecchia classe dirigente birmana sembra rassegnarsi all’oblio, tuttavia, tradisce la consapevolezza di fondo che le forze della conservazione continueranno a giocare un ruolo centrale nella vita politica del Myanmar, anche alla luce degli oggettivi limiti posti dalla costituzione siglata nel 2008 alla libertà d’azione di Aung San Suu Kyi e del suo partito. Incompatibile con la carica di presidente a causa dei rapporti di parentela che la legano a cittadini stranieri, l’erede del “padre della patria” Aung San dovrà, inoltre, fronteggiare un altro ostacolo difficilmente aggirabile, ossia la facoltà di veto in capo ai vertici militari rispetto a qualsiasi riforma del dettato costituzionale.

 

Idealista-pragmatica, la svolta di Aung San Suu Kyi

Vista la necessità di mantenere una relazione costruttiva con l’esecutivo guidato da Thein Sein, anche allo scopo di non mettere a repentaglio una tappa così delicata del percorso di transizione birmano, la leader del fronte democratico ha sfoggiato negli ultimi giorni una notevole dose di pragmatismo, in netto contrasto con i proclami euforici dell’immediato post-elezioni, quando aveva lasciato intendere di voler sostanzialmente ignorare incompatibilità e meccanismi di veto. A margine dell’incontro del 19 novembre con lo speaker del parlamento Thura Shwee Mann, Aung San Suu Kyi ha quindi lanciato messaggi distensivi e accomodanti sia nei riguardi della platea interna che sul fronte diplomatico, dicendosi pronta a un immediato faccia a faccia con il presidente Thein Sein e il comandante delle forze armate Min Aung Hlaing, per dare nuovo impulso al processo di riconciliazione nazionale e plasmare una squadra di governo il più possibile inclusiva. In chiave internazionale, invece, gli sforzi di rassicurazione più consistenti hanno preso la direzione della Repubblica Popolare Cinese (RPC), che ha più di un motivo per guardare con apprensione all’esito della recente contesa elettorale birmana.

 

A dispetto delle formule di rito apparse sui maggiori organi di stampa della Cina – secondo cui i vertici della RPC sarebbero addirittura entusiasti all’idea di lavorare spalla a spalla con la leadership di un nuovo e stabile Myanmar – alcuni osservatori hanno infatti intravisto in questo storico ribaltone politico interno un motivo di allontanamento ulteriore dall’orbita di Pechino, nel quadro di un più vasto processo di riposizionamento diplomatico volto a controbilanciare la pervasiva influenza del Dragone. Questa tendenza, emersa a partire dal 2009 con il succedersi di una serie di snodi cruciali, è stata però contrastata con crescente determinazione dalla diplomazia cinese, che durante il periodo di campagna elettorale ha apertamente corteggiato Aung San Suu Kyi e il fronte delle opposizioni, strappando – a margine dei colloqui a tre di giugno fra quest’ultima, il presidente cinese Xi e il premier Li – una solenne promessa di tutela degli ingentissimi interessi economici di Pechino in territorio birmano.

 

Da parte sua, la Cina può peraltro contare su una varietà di leve negoziali di sicuro effetto, dall’alto della sua posizione di primo partner commerciale ed infrastrutturale del Myanmar: in altri termini, se nei mesi a venire il nuovo esecutivo birmano vorrà confermare i sostenuti tassi di crescita conseguiti durante l’era di Thein Sein, ciò potrà avvenire soltanto attraverso la riconferma ed il consolidamento dei legami con il potente vicino, inquadrati dal 2011 sotto il cappello di un partenariato di cooperazione strategica.

 

Washington o Pechino? L’equilibrismo della Lega per la democrazia

La leadership della lega progressista sarà, quindi, chiamata ad esercitare in modo ancora più attento e sofisticato quella politica dell’equidistanza e dell’equilibrismo sull’asse Washington-Pechino che ha rappresentato la bussola diplomatica dell’ultimo lustro. Se, da un lato, il trionfo della NLD è destinato ad imprimere una nuova scossa positiva ai contatti con gli Stati Uniti, dall’altro appare altrettanto chiaro che il mantenimento di una relazione cordiale e costruttiva con il gigante cinese continuerà a rappresentare un imperativo assolutamente vitale per Naypyidaw, peraltro funzionale ad ottenere l’appoggio di Pechino nel riportare al tavolo delle trattative i gruppi armati che hanno rifiutato la tregua proposta lo scorso ottobre dalle autorità centrali. Fra i dissenzienti spiccano formazioni quali lo Shan State Army, lo United Wa State Army e, soprattutto, il Kachin Independence Army, che operano sui due lati del confine sino-birmano potendo contare su una vasta rete di contatti e protezioni, a loro volta facilitati dalla comune etnia cinese e dal controllo dei fiorenti traffici di giada, legname e narcotici.

 

Già nel 2009, le operazioni anti-guerriglia condotte dal Tatmadaw – l’esercito regolare birmano – avevano scatenato vibranti proteste in Cina, che aveva registrato l’arrivo di oltre 35 mila profughi provenienti dal Kokang. Durante la scorsa estate, un’offensiva analoga si è addirittura risolta nello sconfinamento di alcune unità e nel danneggiamento di proprietà poste oltre la frontiera cinese, spingendo Pechino ad organizzare in segno d’avvertimento una serie di inedite manovre militari nella provincia dello Yunnan.

 

Pertanto, mentre l’individuazione di un modus vivendi con l’establishment delle forze armate incarnerà il primo obiettivo di politica interna della nuova maggioranza parlamentare, la preservazione dei legami con la Cina – in qualità di interlocutore irrinunciabile della diplomazia birmana – continuerà a rappresentare una necessità cardinale nell’ambito delle relazioni con l’esterno. In aggiunta, nelle vesti di membro ormai navigato dell’ASEAN – che nel corso del 2014 ha accordato a Naypyidaw, per la prima volta, la presidenza di turno dell’Associazione – il Myanmar sarà chiamato a dare il proprio contributo per dirimere l’attuale inasprimento della rivalità sino-americana nelle acque del Mar Cinese Meridionale. Prevedibilmente, qualora questa non dovesse placarsi – anche alla luce del crescente attivismo giapponese nel volersi affiancare ai pattugliamenti della marina statunitense – il prossimo governo a guida democratica si troverebbe costretto a fronteggiare, ancora una volta, il dilemma più arduo e delicato, faticosamente aggirato nel corso della storia diplomatica recente del Paese: Washington o Pechino?

 

 

Andrea Passeri è dottorando in Storia, Istituzioni e Relazioni Internazionali dell’Asia e dell’Africa Moderna e Contemporanea presso l’Università di Cagliari e assegnista di ricerca nel Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna. I suoi temi di ricerca principali riguardano la politica estera cinese nel Sudest asiatico e le strategie diplomatiche delle piccole e medie potenze dell’area.
Twitter: @andrea_passeri_