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Cina e Occidente, se gli stereotipi orientalisti conquistano New York

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Detail of the hands, China 2012, H4g2

 

Quando, durante il college, lavoravo in ospedale, avevo un collega che qui chiamerò Mike. Mike non era asiatico, ma aveva due caratteri cinesi tatuati sul braccio. A chi chiedesse il significato di quegli ideogrammi, Mike rispondeva sempre: “misterioso”. Sono sicura che intendesse “misterioso” nell’accezione, da film noir, di ” fantastico, intrigante”.

Ho incominciato a studiare cinese durante l’ultimo anno di college e un giorno, pochi mesi dopo aver iniziato, scorrendo la lista dei miei vocaboli riconobbi 奇怪, i due caratteri che avevo visto sul braccio di Mike negli ultimi anni. Ma il libro definiva 奇怪 qiguai non come “misterioso”, ma “strano, bizzarro”. Tipo, “Hey, quel cane guida l’automobile. Che qiguai!”. Forse questa situazione può essere in qualche modo tradotta come “misteriosa”, ma a più di un decennio da allora la mia impressione resta che qiguai comunica sconcerto, o l’idea che le cose non sono come ce le si sarebbe aspettate. E quando è riferito a una persona, qiguai costituisce certo un complimento. (Cultori della lingua cinese lasciate un commento se avete delle opinioni a riguardo)

Cercate su Google “tatuaggi di caratteri cinesi sbagliati” e troverete che Mike, tra le persone che non parlano cinese, non è affatto il solo ad aver compiuto un simile errore. La gente vuole tatuaggi che indichino apprezzamento per cose esotiche ma se non si è in grado di maneggiare la materia prima, i veri significati possono andare perduti nella traduzione.

 

 

Mi sono ritrovata a pensare al tatuaggio di Mike diverse volte lunedì, mentre passeggiavo per la mostra dell’istituto di costumi del Metropolitan Museum of Art (di New York, ndt) “China: Through the Looking Glass“, al suo ultimo giorno di apertura al pubblico. In realtà non è che riuscissi proprio a camminare, perché – assieme a centinaia di altri visitatori dell’ultim’ora – mi trascinavo lungo gallerie sovraffollate: eravamo ammassati così vicini che chi si fosse fermato per scattare una foto avrebbe causato un tamponamento a catena. La folla non è stata una sorpresa: “Through the Looking Glass” è la mostra di abiti più visitata di sempre, avendo battuto il record stabilito nel 2011 da quella di Alexander McQueen, ed è diventata così popolare che il museo ne ha prolungato l’apertura al pubblico oltre la data originaria del 16 agosto fino al Labor day (il 7 settembre, ndt).

 

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Tom Ford (American, born 1961) for Yves Saint Laurent, Paris (French, founded 1961) Evening dress, fall/winter 2004–5

 

“Through the Looking Glass” esaminava come la Cina sia stata affrontata e tradotta dagli stilisti occidentali: dalle cineserie del 18° secolo, fino a un vestito d’alta moda di Mao con short e una cintura di pelle verniciata rosso rossetto. Gli organizzatori della mostra hanno voluto enfatizzare che non stavano mettendo in dubbio o criticando quanto “corrette” fossero queste interpretazioni occidentali della Cina; il loro intento, sembra, fosse di dimostrare il fatto che gli occidentali sono stati a lungo affascinati dalla Cina e hanno trovato nel paese e nella sua cultura una fonte d’ispirazione.

 

Si tratta di una strada delicata, che attraversa i problemi della conoscenza e dell’appropriazione culturale, con il fantasma di Edward Said che incombe. Said, autore di Orientalismo, sosteneva che la rappresentazione occidentale de’ “l’Oriente” (che andava dal Nord Africa al Giappone, sebbene il suo interesse principale fosse per il Medio Oriente) fosse parte integrante dell’imperialismo e intrinsecamente paternalistica e femminizzante. Società e culture complesse venivano ridotte a tropi semplicistici che dipingevano l’Oriente come imperscrutabile, pericoloso e seducente – ma arretrato e bisognoso del pugno di ferro euro-americano che ne prendesse il controllo.

 

In poche parole, nella prospettiva di un orientalista il complesso della cultura, della storia e della società cinese si riduceva a: dragoni, oppio, piedi fasciati, concubine, il colore rosso, il sistema imperiale, e il confucianesimo. Grosso modo.

 

L’Orientalismo è generalmente percepito come qualcosa di sbagliato. Tuttavia ciò che i curatori della mostra “Through the Looking Glass” hanno provato a fare è stato rivendicare l’Orientalismo, dimostrando che gli stilisti occidentali potevano avere soltanto una comprensione superficiale della Cina, ma che una visione limitata è stata loro sufficiente a ispirare dei bei vestiti. Oppure, per dirla con le parole del testo introduttivo:

 

“Questa mostra prova a proporre un esame meno politicizzato e più positivistico dell’Orientalismo come un luogo di creatività infinita e senza briglie… rappresenta un ripensamento dell’Orientalismo come un’elogiativa risposta culturale da parte dell’Occidente ai suoi incontri con l’Oriente”.

 

Dunque gli stilisti occidentali potevano lavorare secondo stereotipi superati e riduttivi, ma… questo significa forse che loro apprezzavano davvero quegli stereotipi?

Lascio questa discussione agli esperti di “cultural studies”.

Quale è stata la mia impressione della mostra, dopo che ho smesso di scervellarmi col testo introduttivo?

Come ho scritto sul mio notepad a metà strada, “è così maledettamente prevedibile”.

Perché questo è il problema quando metti in mostra degli stereotipi: tutti li hanno già visti prima. Proprio perché si tratta di stereotipi. Tra i pezzi importanti della mostra c’erano: qipao (e loro varianti), dragoni, Mao, i colori rosso e giallo, l’attrice Anna May Wong “Fiore di loto/Donna dragone”, l’oppio (nella fragranza di Yves Saint Laurent) e porcellane blu e bianco.

 

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Film still from Daughter of the Dragon, 1931

 

Quasi tutti i vestiti erano meravigliosi e più volte ho desiderato di essere venuta in un momento meno affollato, in modo da ammirarli con maggiore attenzione. Mi sarebbe anche piaciuto avere più tempo per starmene a guardare i filmati proiettati in vari angoli del percorso espositivo. Curati dal celebre regista Wong Kar-wai, i video aggiungevano un altro livello interpretativo e comunicativo. La maggior parte di quelli che sono riuscita a vedere erano tratti da film degli anni Ottanta o successivi di registi cinesi (due eccezioni erano Cina e L’Ultimo Imperatore, entrambi diretti da italiani). Questi film guardavano a un passato che i loro registi non necessariamente avevano vissuto, con il loro set di stereotipi e romanticizzazione. Così uno stilista occidentale alla ricerca della Shanghai pre-1949 di Lust, Caution, o che guardasse In the Heat of the Sun per capire cosa sia stata la Rivoluzione culturale, si allontana ulteriormente dal vero.

Ma che cos’è il vero? Ritengo che questa sia la domanda alla quale “China: Through the Looking Glass” voleva che io – e gli altri 815.991 visitatori – rispondessimo. Quanto è importante per uno stilista capire davvero un’altra cultura prima che lui/lei la incorpori nel suo lavoro? Possiamo lavorare soltanto all’interno dei parametri delle nostre società, storie, culture? L’appropriazione culturale è sempre sbagliata?

 

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Valentino SpA (Italian, founded 1959) Evening dress, “Shanghai” collection, 2013

 

Gli stilisti della mostra, a mio avviso, hanno provato a sostenere che la risposta a quest’ultima domanda sia “no”. Io non sono d’accordo con loro. Ma vedere tanti esempi di visioni occidentali della Cina assieme in uno stesso posto mi ha chiarito quanto stanca sia questa visione. Abbiamo davvero bisogno di andare oltre i qipao, Mao, i dragoni e la calligrafia.

A proposito della calligrafia: il mio ex collega Mike e tutte quelle persone con ridicoli tatuaggi cinesi non devono sentirsi degli stupidi. Questi errori possono capitare a chiunque. Uno dei disegni più semplici tra quelli in mostra era un bel vestito da cocktail di Dior del 1951, con i drappi di seta crema coperti di fluido corsivo cinese. Leggendo la spiegazione, tuttavia, ho appreso che il testo stampato sull’abito era una famosa lettera del X secolo… che descrive un improvviso mal di pancia dell’autore.

Whoops.

 

 

 

Tratto dal blog dell’autrice per sua gentile concessione

Maura Elizabeth Cunningham lavora presso il National Committee on Us-China Relations, un’organizzazione che promuove relazioni costruttive tra gli Stati Uniti e la Cina