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Modello Shenzhen
e “doppia circolazione”,
la ricetta di Xi Jinping
per rilanciare l’innovazione

Quando nel 1980 Deng Xiaoping vi istituì la prima zona economica speciale dove sperimentare il capitalismo nella Repubblica popolare cinese, Shenzhen non era che un villaggio di pescatori. Nel 1992, un Deng ormai vecchio e malato vi ritornò dalla lontana Pechino per proclamare che il suo “socialismo di mercato” aveva definitivamente avuto la meglio sulla sinistra del Partito comunista, che si opponeva alle liberalizzazioni. Da allora Shenzhen non ha fatto che crescere, diventando la quarta città cinese più ricca (dopo Pechino Shanghai e Guangzhou), una metropoli a due passi da Hong Kong popolata da milioni di giovani, dove gli acquisti di fanno solo con valuta digitale e alla metropolitana si accede senza biglietto, grazie al riconoscimento facciale.

 

Xi Jinping, sbarcato ieri – quarant’anni anni dopo Deng – in quella che è diventata la città di Huawei, Tencent, ZTE, BYD…. ha scelto non a caso questo simbolo del “miracolo cinese” per provare a convincere il suo popolo dell’urgenza di cambiare ancora una volta la rotta dell’economia nazionale. La seconda economia del pianeta – ripetono da tempo i leader del Partito – è “grande ma non forte”, una “fabbrica del mondo” basata ancora essenzialmente sull’export di prodotti assemblati per conto di multinazionali straniere, e su iper investimenti pubblici.

 

«Stiamo attraversando cambiamenti mai visti nell’ultimo secolo – ha esordito Xi – e dobbiamo imboccare con più decisione la strada dell’auto sufficienza». Lo slogan lanciato dal Pcc è: “innovazione autoctona” (zìzhŭ chuàngxīn). Facile a dirsi ma (molto) difficile a farsi in un Paese che per i suoi smartphone top di gamma ha fatto finora affidamento su microchip acquistati dall’estero, le cui linee di produzione di automobili sono importate, i cui jet civili “Comac” – che mirano a fare concorrenza a Boeing e Airbus – hanno bisogno di “core components” occidentali.

 

Ora però il boicottaggio da parte dell’Amministrazione Trump delle compagnie high tech cinesi – ZTE, Huawei, ByteDance, Hikvision… – e il crollo del commercio internazionale in conseguenza della pandemia di coronavirus, hanno convinto la leadership cinese che sia giunta davvero l’ora di fare da soli, scommettendo sull’enorme classe media (oltre 400 milioni di persone) che dovrebbe consumare di più e acquistare prodotti “ideati in Cina”. Classe media che, finora, ha tradito le aspettative, continuando a risparmiare per sopperire alle croniche carenze del welfare cinese e/o per mandare a studiare i figli all’estero, e preferendo generalmente ai marchi nazionali quelli stranieri, dalla cosmetica all’automotive.

 

Ma il micidiale uno-due pandemmia-guerra commerciale ha già prodotto grandi novità: nei primi otto mesi di quest’anno, a causa dei prolungati lockdown, l’Unione europea ha ceduto lo scettro di primo partner commerciale della Cina all’Associazione degli stati del Sud-est asiatico (Asean), con la quale Pechino ha scambiato beni e servizi per 416 miliardi di dollari. Per aggirare l’embargo voluto da Trump, compagnie giapponesi e coreane hanno spostato la produzione in paesi come Vietnam, Malesia e Thailandia, pronti a soddisfare le esigenze di “core components” per lo sviluppo industriale cinese.

 

 

“L’andamento dell’economia, della tecnologia, della cultura, della sicurezza, della politica sta subendo profondi cambiamenti e il mondo è entrato in un periodo di turbolenza e trasformazioni», ha aggiunto Xi da Shenzhen. Ma il presidente cinese è sicuro che «la Cina non verrà ostacolata dai venti e dalle correnti avverse. Dobbiamo rimanere dalla parte giusta della storia, continuando senza sosta le nostre aperture». Dunque il pendolo stato-mercato presto prenderà a oscillare più verso il secondo, perlomeno a Shenzhen e nell’Area della Grande baia.

 

Lungo i viali di Shenzhen campeggiano mega poster di Deng che invitano a «seguire rigorosamente la linea del partito per 100 anni». Eppure proprio il Partito e la cultura cinese tradizionale – con l’enfasi posta rispettivamente sul controllo delle informazioni e sull’apprendimento mnemonico – hanno costituito finora uno dei limiti principali per la cosiddetta “innovazione autoctona”. I colossali investimenti degli ultimi anni nell’intelligenza artificiale, nell’internet delle cose e nei laureati STEM non hanno ancora dato i risultati sperati. Consapevole di questa dura realtà, ieri Xi ha invitato le autorità locali ad «applicare politiche più aperte per attirare e coltivare talenti di livello internazionale, leader in ambito scientifico e tecnologico, e team altamente innovativi».

 

Ma ripartire da Shenzhen vorrà dire che questa metropoli potrà contare sul pieno sostegno del governo centrale e sulle politiche preferenziali del XIV Piano quinquennale (2021-2025) che sarà esaminato a Pechino tra un paio di settimane dal Comitato centrale: con ogni probabilità, i pianificatori continueranno a indicare un obiettivo di crescita media (tra il 5% e il 5,5% secondo le indiscrezioni) da centrare nel prossimo lustro. E Shenzhen dovrà diventare uno hub globale dell’innovazione all’interno dell’Area della Grande baia, il mega cluster di undici metropoli collegate dal ponte Hong Kong-Macao-Zhuhai che rappresenta la risposta cinese alla Silicon Valley.

 

Nell’ex villaggio di pescatori le aziende avranno esenzioni fiscali e agevolazioni di vario tipo, e maggiore accesso agli investimenti stranieri, all’interno di un’area con oltre 70 milioni di abitanti e sovrabbondanza di capitale umano giovane e qualificato, e – ha promesso Xi – una protezione dei diritti d’impresa in linea con le megalopoli del resto del mondo, oltre a maggiore autonomia al governo locale per sfruttare i terreni per progetti di sviluppo.

Insomma, proprio come negli anni Ottanta, Shenzhen dovrà diventare di nuovo una città diversa dal resto della Cina: più aperta, dinamica e internazionale, e se l’esperimento avrà successo, potrà diventare un modello da estendere ad altre aree del Paese.

 

La nuova parola d’ordine della leadership cinese è stata chiamata “doppia circolazione”.

La Cina – dopo aver registrato un inedito -6,8% di Pil nel primo trimestre e aver chiuso il secondo con un +3,2% – sarà, secondo le stime del Fondo monetario internazionale, l’unico paese al mondo a registrare una crescita positiva sia quest’anno che nel 2021.

In un simile contesto, la “doppia circolazione” non rappresenta una misura di breve periodo per far fronte alle difficoltà post-Covid o alle tensioni con gli Stati Uniti, ma una nuova strategia economica.

Il significato di questo slogan è semplice: la Cina non si chiude agli investimenti, ai beni e ai servizi in arrivo dall’estero, ma incardina il suo sviluppo dei prossimi anni sulla circolazione (produzione, distribuzione e consumo) interna, riducendo in tal modo la sua dipendenza dai mercati e dalla tecnologia straniera. Per continuare a crescere, nei prossimi anni l’economia cinese dovrà contare molto di più sulla popolazione cinese e su brand “made in China”.

Shenzhen, ancora una volta, sarà la sua stella polare.

 

Michelangelo Cocco è autore di Una Cina “perfetta” La Nuova era del PCC tra ideologia e controllo sociale (Carocci editore), in libreria e nei negozi online