Oltre la muraglia

Mar cinese meridionale,
se gli Usa lasciano
il Vietnam da solo




A poco più di una settimana dal suo insediamento alla Casa Bianca, trascorsa in massima parte ad attirarsi le inimicizie di Paesi confinanti, a bullizzare gli organi d’informazione nazionali e a macchiare con un rapido segno d’inchiostro la tradizione ultra-secolare di accoglienza e tolleranza delle diversità che ha reso gli Stati Uniti la prima potenza del globo, è chiaro a tutti che Donald Trump è un uomo che mantiene le promesse. Coloro che auspicavano un ridimensionamento dei suoi proclami elettorali, o una normalizzazione dei continui e contraddittori slanci di The Donald una volta costretto dalle maglie del gruppo d’accompagnamento e gravato della responsabilità di governo, possono riporre in un cassetto le loro illusioni. Non sarà Washington a cambiare il magnate dell’intrattenimento che ha già regalato all’umanità vertici altissimi, quali la polemica sul reale luogo di nascita di Barack Obama o l’ideazione del talent televisivo “The Apprentice”, mentre c’è il serio rischio che accada il contrario. Il breve ed emblematico antipasto dei prossimi quattro anni di presidenza repubblicana presentatosi sotto gli occhi degli osservatori internazionali sin dal trionfo elettorale dello scorso novembre, peraltro, ha evidenziato un dato ulteriore: la sfera della politica estera verrà sferzata dal terremoto Trump con la stessa veemenza già dimostrata nel tradurre in pratica un’agenda domestica controversa e divisiva, e, in questo quadro, l’Asia Orientale rischia di rappresentare l’epicentro del sisma.

 

A tal riguardo, il menù propinatoci nelle ultime settimane contempla improvvise invettive circa un possibile riesame dell’aderenza statunitense alla politica di “Una sola Cina” quale architrave dei rapporti con Pechino e Taipei, seguite da avvertimenti dal retrogusto bellicoso in direzione dei grandi progressi compiuti dall’arsenale nucleare nordcoreano, e, successivamente, dal colpo di spugna sulla Trans pacific partnership (TPP) e le annesse negoziazioni a guida americana che l’avevano preceduta. Analogamente, le lodi sperticate del neo Presidente sull’utilità della tortura quale strumento d’intelligence hanno suscitato in tutta la regione reazioni a metà fra il perplesso ed il dubbioso, suonando come un avallo di massima per tutti quei regimi dell’area – dalle Filippine al Myanmar, passando per la Tailandia e la Cambogia – che oggi ricorrono con disinvoltura a metodi illegali e inumani per il contrasto di criminali e oppositori politici. Il tutto condito da un afflato generale che altalena quotidianamente fra la ritirata isolazionista volta “a rendere l’America di nuovo grande” (cit.) e l’esibizionismo muscolare di un primato strategico, economico e tecnologico che appare, invece, ormai stanco ed offuscato.

Hanoi è tormentata tanto da un ipotetico "disengagement" Usa dal Mar cinese quanto da una possibile escalation delle tensioni con Pechino sulla scia di impulsi avventati e incontrollati

È, però, un’altra la partita che promette di accendere e far deflagrare questa pericolosa oscillazione insita nei primi passi dell’amministrazione Trump. La questione più annosa che al momento tiene in scacco i calcoli diplomatici di numerose cancellerie dell’intera zona dell’Asia-Pacifico non riguarda, infatti, l’ipotesi – difficilmente percorribile – di una guerra commerciale senza esclusione di colpi con la Repubblica popolare cinese, né lo scenario di un conflitto volto a riscrivere lo status di Taiwan, ma la profonda imprevedibilità e imperscrutabilità dei nuovi disegni di Washington rispetto alla polveriera del Mar cinese meridionale. Non a caso, la “issue” in questione aveva caratterizzato una porzione importante della strategia del “Pivot to Asia” sposata dalla presidenza uscente, che si era distinta per riconoscere nella stabilità del perimetro conteso un interesse primario della politica estera statunitense, dando avvio ad alcuni programmi volti ad assicurare una costante presenza della propria marina attorno agli atolli al centro della controversia, in chiave di dissuasione della crescente assertività cinese nell’avanzare le proprie rivendicazioni territoriali.

 

Molti erano stati gli attori dell’Asia di sud-est che, con tempi e gradazioni variabili, avevano risposto positivamente al rinnovato protagonismo di Washington. Il loro fine ultimo era quello di costruire un equilibrio complesso, articolato e diversificato di partnership trans-regionali con un’ampia gamma di potenze esterne, da attivare in qualità di contrappeso rispetto allo strapotere assunto lungo l’ultimo decennio dalla Cina nell’influenzare le traiettorie dei paesi posti alla propria periferia. Corroborati dal sostegno della Casa Bianca, alcuni di essi si erano persino spinti fino ad opporsi frontalmente ai periodici sfoggi di forza esibiti nell’area da Pechino, mettendo a repentaglio l’andamento complessivo dei fitti legami intessuti con l’economia cinese negli ultimi anni.

 

Stanti queste premesse, c’è da scommettere che l’esito inatteso delle elezioni statunitensi dello scorso novembre sia giunto in numerose cancellerie dell’ASEAN come un vero e proprio fulmine a ciel sereno, che ora impone una serie di scomodi e spesso imbarazzanti aggiustamenti. L’affermazione alle urne dell’America trumpiana, ad esempio, ha assunto toni da autentico psicodramma nei corridoi del ministero degli esteri vietnamita, ove si tifava per la vittoria della continuità riassunta nella figura di Hillary Clinton, che aveva contribuito largamente alla genesi della stessa politica del “rebalancing”.
Durante il doppio mandato a Pennsylvania Avenue di Barack Obama, infatti, Hanoi era assurta agli onori delle cronache quale il più ostinato oppositore delle pretese di Pechino nel Mar cinese meridionale. Tale determinazione si era riflessa sul senso di urgenza col quale ci si apprestava a varare un vasto programma di ammodernamento militare volto a sostenere in maniera più efficace gli interessi vietnamiti nella zona, sulla scelta di fronteggiare anche fisicamente la presenza navale della Cina nelle acque contese, dando vita a frequenti incidenti e schermaglie, come pure sull’abbandono di ogni timore reverenziale nel legarsi a doppio filo con il nemico giurato del passato, normalizzando a grandi falcate le proprie relazioni con gli Stati Uniti. Questo percorso di corteggiamento reciproco, peraltro, aveva prodotto risultati tutt’altro che trascurabili, fra cui la stesura nell’estate del 2013 della Comprehensive Partnership bilaterale a latere della visita a Washington dell’allora presidente Truong Tan Sang, la sofferta adesione del Vietnam alla TPP e la rimozione delle ultime vestigia dell’embargo sull’esportazione di armamenti verso il Paese asiatico, annunciata nel maggio del 2016 dallo stesso Obama durante il suo soggiorno ad Hanoi e finalizzata ad inaugurare modalità senza precedenti di cooperazione militare fra i due governi.
Oggi, di contro, il clima prevalente fra le figure di punta che gestiranno la politica estera dell’amministrazione Trump in Asia orientale alterna i già richiamati slogan protezionisti ed isolazionisti con iniziative tanto estemporanee quanto impraticabili e provocatorie, come segnalato dalle prime dichiarazioni sul Mar cinese meridionale rese dal nuovo segretario di Stato Rex Tillerson, secondo cui bisognerebbe impedire che la Cina goda di un così facile accesso agli isolotti e fortificazioni artificiali costruiti in gran fretta negli ultimi mesi. Appare lecito chiedersi chi dovrebbe sobbarcarsi un simile onere “sul campo”, in che modo e in virtù di quale autorità, come anche interrogarsi sugli effetti che un approccio del genere sortirebbe sullo stato di conflittualità latente che attanaglia un punto così nevralgico dell’Asia sud-orientale.

 

Timori, dilemmi e quesiti che certamente turbano il sonno dell’odierna leadership vietnamita, tormentata sia dalla paura di un possibile abbandono a seguito del progressivo “disengagement” statunitense dalla questione del Mar cinese, che dallo spauracchio, opposto, di un’escalation incontrollabile delle tensioni con Pechino sulla scia di impulsi avventati e controproducenti. Nel primo caso, Hanoi sarebbe probabilmente costretta ad un umiliante dietrofront, magari impreziosito da un ideale inchino in ossequio alla rinnovata centralità della Cina. Viceversa, l’intero panorama regionale imboccherebbe la strada di una contrapposizione rigida e altamente infiammabile, ponendo i Paesi maggiormente esposti come il Vietnam di fronte a scelte persino più dolorose e delicate.

 



Commenti


Articoli correlati