Via le bombe

All’ombra del vertice
il confronto strategico
tra Cina e Stati Uniti




D

al commercio internazionale, ai problemi legati al Mar cinese meridionale, passando per il caso della Corea del Nord: c’è tutto questo nei colloqui in corso a Mar-a-Lago, in Florida, tra il presidente degli Stati Uniti e quello della Cina.  A proposito di Pyongyang, Trump non ha smentito il suo carattere burrascoso, dichiarando che se la Cina non farà pressioni sulla Corea del Nord, gli Usa agiranno unilateralmente. È evidente che Trump attraverso queste affermazioni, come abbiamo già potuto notare dalle sue precedenti mosse, cerca di giocare al rialzo. Tuttavia, affermazioni del genere tradiscono mille problemi, uno fra tutti l’ignoranza delle dinamiche internazionali. Inoltre, egli ha già anticipato che quello con Xi sarà un incontro molto duro, condizionando già in partenza il rapporto con la sua controparte cinese, creando i presupposti per la realizzazione di una “self-fulfilling prophecy”.
In questa breve analisi cercheremo di intercettare le condizioni che caratterizzano il nuovo confronto sino-americano nel Mar cinese meridionale. Nello specifico, ci sono due elementi che meritano attenzione: il Pivot to Asia e il programma infrastrutturale cinese nelle isole contese.

Per quanto riguarda il primo punto, un aspetto particolarmente rilevante sono i principi del Pivot to Asia di Obama, che non sembrano essere stati alterati; dal famoso articolo di Hillary Clinton su Foreign Policy del 2011, che inaugurava la nuova agenda di sicurezza degli Stati Uniti, fino all’ultimo articolo del Segretario della Difesa Ash Carter del novembre 2016, sempre su Foreign Affairs, si può constatare come il passaggio di consegne dall’amministrazione Obama a quella Trump sulla logica di sicurezza nell’Asia-Pacifico si sia svolto sotto il segno della continuità. Anzi, ad uno sguardo più attento, il Pivot to Asia sembra aver ricevuto un sostanziale incremento in termini di dispiegamento di forze in almeno due settori particolarmente rilevanti: l’installazione del sistema anti-missili Terminal High Altitude Area Defense (THAAD) in Corea del Sud, e il rafforzamento dell’alleanza con il Giappone che ha già posto in essere un progressivo accrescimento della propria presenza nel Mar cinese meridionale (una delle prime visite istituzionali del neo Segretario della Difesa americano, Jim Mattis, in Giappone poneva al centro della questione la progressiva insofferenza americana nei confronti delle mosse di Pechino nel Mar cinese meridionale).

Il sistema anti-missili THAAD riesce a monitorare le azioni militari cinesi, anche durante normali test di lancio, riducendo il deterrente missilistico di Pechino e l'associato livello di sicurezza

Queste misure rispondono direttamente alla nuova traiettoria della politica estera americana inaugurata da Trump il quale, supportato dalle idee dell’ex “chief strategist” Steve Bannon, già prevede l’inevitabilità di un conflitto nel Mar cinese meridionale, destinato a verificarsi nel giro di cinque, massimo dieci, anni.
Per quanto riguarda il primo caso, il dispiegamento del THAAD impensierisce non poco Pechino. Questo sistema tecnologico, infatti, ideato inizialmente per contenere e respingere possibili attacchi missilistici nordcoreani, finisce per controllare una zona particolarmente vasta, grazie al contributo tecnologico del radar TPY-2 che, aumentando la sezione radar equivalente – RCS (Radar Cross-section) –, riesce a monitorare le azioni militari cinesi (anche durante normali test di lancio), riducendo, inevitabilmente, il deterrente missilistico di Pechino e l’associato livello di sicurezza.
Ciò è dovuto al fatto che la potenza dell’apparecchiatura favorisce l’intercettazione degli impulsi elettromagnetici più forti che derivano dalla parte bassa del missile (quella di solito meno visibile proprio perché più vulnerabile), quando di solito i missili montano una struttura a forma di cono non solo per ragioni di balistica, ma anche perché così facendo riducono sensibilmente gli impulsi elettromagnetici che ne faciliterebbero l’individuazione.
Per esempio, nel caso di un potenziale conflitto sino-americano, il sistema THAAD, grazie a queste caratteristiche tecnologiche, riuscirebbe ad intercettare i possibili missili cinesi e, quindi, a trasmetterne agli USA tutti i dettagli e le coordinate.

 

Dall’altro versante, i recenti incontri tra Abe e Trump, l’ultimo dei quali proprio a Mar-a-Lago, hanno sancito un rafforzamento delle misure militari nel Mar cinese meridionale. Dai primi di febbraio, infatti, gli Stati Uniti hanno avviato una serie di esercitazioni militari con il Giappone, Filippine e Corea del Sud proprio con l’intento di migliorare il coordinamento militare tra questi Stati in previsione di un potenziale scontro con la Cina, opzione ritenuta sempre più probabile. In base a queste prospettive non sarà difficile vedere di nuovo operative le FONOPs (Freedom of Navigation Operations) che hanno rappresentato l’attività principale dell’ultimo anno della presidenza Obama.

Guerra insulare, nella nuova strategia rispunta Sun Tzu →

 

Ciò, quindi, ha anche rinvigorito le aspirazioni marittime giapponesi, al punto che Tokyo sta costruendo nuove navi da guerra con lo scopo di acquisire una presenza sempre più massiccia nel Mar cinese meridionale e Orientale, dove tra l’altro si trova coinvolto in una contesa con la Cina per le isole Diaoyu/Senkaku. A livello militare, infatti, il Giappone ha completato un primo importante tassello della propria rinascita militare, con l’inaugurazione della Kaga, la seconda portaelicotteri (definita così in osservanza ai limiti imposti dalla costituzione pacifista, pur trattandosi di una vera e propria portaerei), entrata ufficialmente in servizio nel mese di marzo. Così come l’ipotesi, ormai diventata certezza, del dispiegamento della più grande nave da guerra giapponese, la “Izumo”, un’altra portaelicotteri, presso il Mar cinese meridionale, che avverrà nel mese di maggio. Un’azione, quella giapponese, battezzata da molti commentatori come la “più grande manifestazione della forza navale nella regione dai tempi della Seconda guerra mondiale”.

 

Il secondo elemento che sarà destinato a caratterizzare il rapporto sino-americano alla luce dell’incontro Trump-Xi sarà il progressivo completamento della costruzione delle isole artificiali (o rafforzamento strategico di alcuni pezzi di territorio delle isole contese) da parte della Cina. Questo aspetto è molto rilevante, perché adesso Pechino – grazie alle opere infrastrutturali a carattere prevalentemente militare nelle isole Spratly, specificatamente presso le così definite “Big 3” Subi, Mischief, and Fiery Cross Reefs –, dispone di nuove piste e di nuovi sistemi di sicurezza che le permetteranno di controllare più concretamente le isole contese e predisporre un’efficace difesa contro potenziali manovre americane nel Mar cinese meridionale.

 

Le nuove misure difensive di Pechino, oltre a svolgere l’inevitabile ruolo primario della difesa, rappresentano un’evoluzione della strategia militare con caratteristiche cinesi. Nello specifico, la creazione di piste di decollo/atterraggio e di aree di soggiorno sia per i militari che per i civili rispondono a una logica ben precisa: processo di “civilizzazione” delle isole contese (a fianco dell’ormai avviato processo di militarizzazione delle stesse). Ciò implica una progressiva diluizione della distinzione tra sfera civile e quella militare, così da poter adottare misure difensive militari nell’area sfruttando la protezione di una rete infrastrutturale adibita ad uso principalmente civile (come per esempio promozione del turismo), così da impedire agli Stati Uniti, e di riflesso ai suoi alleati, possibili atti di ritorsione contro civili, oppure, in casi estremi, attirare l’attenzione e, di conseguenza, la denuncia da parte della comunità internazionale contro possibili interventi militari a stelle e strisce.

 

Questo programma di espansione sia civile che militare potrebbe allargare le prospettive strategiche cinesi anche sulla Scarborough Shoal, ossia quell’isola in prossimità delle coste filippine e per le quali sia Washington che Manila nutrono una certa apprensione per l’enorme valore strategico che essa possiede e per la quale un potenziale confronto militare tra Cina e Stati Uniti non costituirebbe più una remota ipotesi.

Di conseguenza, quello tra i due presidenti non sarà forse l’incontro che cambierà il corso della storia, ma sicuramente, considerati questi elementi e le personalità coinvolte, porrà le basi di quello che sarà il prossimo confronto strategico tra Cina e Stati Uniti, almeno per i prossimi quattro anni (ossia fino alla conclusione del primo mandato presidenziale di Donald Trump).



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