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Liu Xiaobo ha il cancro,
Pechino scarcera
il Nobel per la pace




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Liu Xiaobo (destra) con la moglie Liu Xia

 

Alla fine la sua scarcerazione, richiesta da anni da ong e qualche governo, è arrivata soltanto perché a colui che, all’estero, è forse il prigioniero politico cinese più famoso, è stato diagnosticato un tumore terminale.

 

Liu Xiaobo, premio Nobel per la pace 2010, è così uscito di prigione ed è stato ricoverato in un ospedale della città di Shenyang affinché gli venga curato un cancro al fegato che – secondo quanto rivelato oggi dal suo legale Mo Shaoping – i medici gli hanno scoperto lo scorso 23 maggio.

 
Liu Xiaobo non è uno dei tanti detenuti politici che affollano le galere ufficiali e segrete della Repubblica popolare.

Nato il 28 dicembre 1955 a Changchun (capoluogo della provincia nord-orientale di Jilin) da una famiglia di intellettuali, Liu completa gli studi all’Università Normale di Pechino, dove ottiene un dottorato in letteratura nel 1988. Subito dopo, il giovane docente e critico letterario si reca per una serie di conferenze in Europa e negli Stati Uniti.

 

Rientrato in patria, nel 1989 si unisce al movimento di studenti e operai che – in un momento in cui le riforme economiche di Deng Xiaoping presentano il loro conto salato – per mesi protestano contro inflazione e disoccupazione e si battono contro la corruzione dei funzionari governativi. Nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, Liu negozia con i militari un passaggio sicuro per i dimostranti che intendano lasciare piazza Tiananmen.

 

Il 5 giugno, subito dopo la repressione del movimento e l’uccisione da parte dell’Esercito popolare di liberazione di centinaia di manifestanti, Liu viene arrestato. Verrà rilasciato senza capi d’imputazione all’inizio del 1991.

 

Il 18 maggio 1995 viene incarcerato nuovamente dopo aver promosso una petizione che chiede al governo di mettere in atto riforme politiche.
La battaglia di Liu contro Pechino per la democrazia fa parte di una sua più generale scelta di campo che lo vede da sempre nettamente schierato con l’Occidente: sostiene le guerre statunitensi in Medio Oriente, appoggia Israele contro i palestinesi e critica con parole sprezzanti l’islam politico.

 

Ma quello che il Partito comunista non gli perdonerà mai è di aver promosso la “Charter 08” pubblicata il 10 dicembre 2008 e sottoscritta da 350 intellettuali e difensori dei diritti umani cinesi. Si tratta di un manifesto politico che nella forma e nella sostanza ricalca la anti-sovietica “Charter 77” lanciata nel 1977 da intellettuali e dissidenti cecoslovacchi guidati da Vaclav Havel che rappresentò il prodromo della rivoluzione di Velluto.

 

A Pechino nel 2008, come trent’anni prima a Praga, si pretendevano democrazia parlamentare e libero mercato; separazione dei poteri e indipendenza di quello giudiziario; rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali: in una parola, la fine del governo del Partito unico che, tra alterne fortune, guida il Paese-continente dal 1949.

 

La storia però ha voluto per la Cina un destino diverso da quello dell’ex Patto di Varsavia e non soltanto per Liu si sono spalancate per l’ennesima volta le porte del carcere (questa volta condannato a undici anni, dei quali gliene resterebbero da scontare ancora tre), ma la nuova Cina che aspira a diventare “ricca e forte” è riuscita anche ad assorbire il colpo del Nobel attribuito nel 2010 – “per la sua lunga battaglia non-violenta in favore dei diritti umani fondamentali in Cina” – a Liu mentre era in carcere e che ne ha fatto il dissidente cinese più famoso all’estero.

 

 

Sette anni dopo quello scontro, mentre i giovani cinesi per effetto della censura non hanno idea dell’esistenza di un Nobel per la pace loro connazionale, Pechino ha riallacciato nel dicembre scorso i pieni rapporti diplomatici con Oslo (è norvegese l’istituzione che designa il Nobel) e nessun governo è più disposto a intavolare un braccio di ferro sui diritti dell’uomo con la Cina di Xi Jinping, sempre più assertiva e attenta alla sua immagine nel mondo.

 

 

Chissà se Liu Xiaobo, mentre si avvia verso il tramonto, ammira ancora tanto l’Occidente oppure non ritiene che le patrie della democrazia abbiano tradito le sue battaglie.



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