Oltre la muraglia

Dopo l’impeachment
della presidente Park,
Seoul si scopre fragile




Nel 2017 la giovane democrazia della Corea del Sud celebrerà il trentesimo anniversario nel bel mezzo della più grave crisi costituzionale della sua storia. Il 9 dicembre scorso infatti l’Assemblea Nazionale ha approvato la mozione di impeachment contro la presidente Park Geun-hye, al centro di uno scandalo di corruzione e nepotismo, e nelle prossime settimane sulla sua possibile destituzione è atteso il verdetto della Corte costituzionale.

 

I fatti che campeggiano sui quotidiani sudcoreani da più di due mesi sono stati definiti dal quasi certo candidato conservatore alle prossime elezioni presidenziali, Ban Ki-moon, come il “peggior caos politico che abbia colpito il mio Paese dai tempi della guerra di Corea” (1950-1953, nda). Si tratta dell’ennesima manifestazione della profonda collusione tra burocrazia e grandi conglomerati industriali che il dittatore Park Chung-hee (1963-1979) aveva favorito come chiave per lo sviluppo economico del paese. Significativo è il fatto che la vicenda sia esplosa poche settimane dopo l’entrata in vigore di una severa legge anti-corruzione, tesa a scardinare la cultura del business dominante (tra i 34 paesi OCSE, la Corea del Sud è 27ma nell’indice di corruzione percepita).
La rabbia che dopo otto settimane ancora spinge i cittadini nelle piazze della capitale, armati solo di candele accese, ha radici profonde. Accanto alle richieste di dimissioni della presidente Park e del presidente ad interim, il primo ministro Hwang Kyo-ahn, e di una rapida revisione dei capi d’accusa da parte della Corte costituzionale, sono emerse una serie di istanze sociali, dalla mancanza di prospettive di carriera e di mobilità sociale (il tasso di disoccupazione giovanile in ottobre ha toccato l’8,5%), alla politicizzazione del potere giudiziario, passando per la già citata collusione tra governo e imprese.

La Cina mette in atto ritorsioni, perché teme che il radar a lungo raggio associato alle batterie del Thaad statunitense possa rivelare informazioni sensibili sulla sua piattaforma missilistica

Dopo il primo successo dei manifestanti, con la messa in stato di accusa della presidente, l’attenzione del già ribattezzato “movimento delle candele” si rivolge quindi ad aree che necessitano di riforme non più rinviabili. L’urgenza dell’intervento governativo si scontra, però, con l’iter costituzionale. Dal momento che la mozione di impeachment riguarda 13 presunte violazioni della Costituzione e del codice penale, la Corte potrebbe utilizzare tutti e 180 i giorni che ha a disposizione per portare a termine la procedura e, se alla fine la presidente sarà rimossa dall’incarico, le nuove elezioni dovranno tenersi entro sessanta giorni. Ciò provocherebbe otto mesi di paralisi politica i cui segni hanno già iniziato a manifestarsi sul piano internazionale, con il rinvio da parte giapponese dell’annuale vertice trilaterale, previsto per questo mese a Tokyo, con Cina e Corea del Sud dopo che i rispettivi leader si erano incontrati nel novembre dello scorso anno per la prima volta dal 2012. In questa fase di transizione la Corea del Sud trova ancor più complicato gestire il duplice rapporto con gli Stati Uniti da un lato – data l’incertezza che circonda la politica estera della nuova amministrazione Trump – e la Cina dall’altro. La principale fonte di tensione fra Seoul e Pechino rimane l’installazione (prevista per il prossimo novembre) del Terminal High Altitude Area Defence (Thaad), sistema antimissile che la Corea del Sud e gli Stati Uniti considerano un importante scudo contro le provocazioni militari dalla Corea del Nord, responsabile quest’anno del lancio di oltre 30 missili balistici e due test nucleari.

 

La Cina teme, però, che il radar a lungo raggio associato alle batterie del Thaad possa rivelare informazioni sensibili sulla sua piattaforma missilistica. Negli ultimi mesi, mentre Seoul finalizzava le pratiche per l’installazione sul territorio nazionale, la Cina è ricorsa ad alcune aspre misure nei confronti della Corea del Sud a livello diplomatico ed economico che, considerata la tempistica, sono state lette da molti osservatori come ritorsioni indirette. Le esercitazioni nel Mar Giallo delle tre flotte della marina cinese all’inizio di settembre e la sospensione del dialogo di difesa bilaterale per volontà del Ministero della difesa cinese sono parse come un avvertimento a Seoul. Non solo, ma i maggiori contraccolpi finora hanno riguardato l’industria del K-Pop. Gli attori e le popstar sudcoreane si ritrovano ad essere ospiti non più graditi in Cina: secondo il sito del Ministero della Cultura cinese, nessuno di loro ha ottenuto il permesso di esibirsi in Cina da ottobre. Jingdong, la seconda piattaforma cinese per l’e-commerce dopo Alibaba, pare inoltre che abbia diramato istruzioni tese a scoraggiare l’uso di celebrità coreane come testimonial per le pubblicità.

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Diverse fonti parlano anche del rafforzamento da parte cinese della normativa anti-dumping e dei criteri per l’entrata di alcuni prodotti provenienti dalla Corea del Sud. Recentemente è stato reso noto l’avvio di un’indagine delle autorità cinesi sulle operazioni a Shanghai, Pechino, Shenyang e Chengdu della sudcoreana Lotte, il quinto più grande conglomerato del paese, che potrebbe essere stata colpita proprio per aver venduto al Ministero della difesa sudcoreano un campo da golf a Seongju per il posizionato del Thaad. Gli ultimi dati diffusi dalla Banca di Corea indicano che i guadagni dall’esportazione verso la Cina di spettacoli televisivi, film e musica sono scesi da 95,6 milioni di dollari a giugno a 51,5 milioni a ottobre. Nonostante il Ministero degli Affari Esteri cinese neghi l’imposizione di queste misure nei confronti delle merci provenienti dalla Corea del Sud, la tempistica suggerisce il contrario, e probabilmente le esportazioni dell’industria dell’intrattenimento sono state prese di mira perché “meno sensibili” per i legami bilaterali rispetto a settori quali l’elettronica o le automobili. Nonostante ciò, la Cina resta il maggior partner commerciale della Corea del Sud, avendo acquistato il 26 percento di tutte le esportazioni di Seoul nel 2015, e qualsiasi misura restrittiva è fonte di preoccupazione per l’economia sudcoreana, agitando conseguentemente anche il dibattito interno.

 

L’attuale crisi politica indebolisce la capacità di risposta del governo sudcoreano e aggiunge ulteriore incertezza circa l’effettivo dispiegamento del Thaad, che i manifestanti anti-Park chiedono di sospendere o addirittura revocare. Questa posizione è condivisa dalla maggior parte dei partiti di opposizione, e da alcune correnti dello stesso partito di governo (Saenuridang), contrarie anche al recente Patto di condivisione dell’intelligence con il Giappone (Gsomia), che preoccupa Pechino. Echeggiando le richieste della piazza, il favorito per la presidenza, Moon Jae-in, ha affermato che se eletto riconsidererà la questione, sostenendo che i benefici in termini di maggiore sicurezza derivanti dalla presenza del Thaad verrebbero ridimensionati dal deterioramento dei rapporti con Cina e Russia. Come gli altri principali sfidanti tra le file liberal, Moon è convinto della necessità di legami più stretti con Pechino senza ritenere che l’auspicata rinegoziazione dell’accordo sul Thaad possa minacciare l’alleanza con Washington, che ha 28.500 soldati in Corea del Sud.

 

Probabilmente il prossimo presidente della Corea del Sud sarà espressione dello schieramento progressista e come solitamente accade in questo sistema semi-presidenziale in cui il mandato è quinquennale e non rinnovabile, gran parte di quanto ereditato dall’amministrazione uscente sarà abbandonato. A ciò si aggiunge la necessità politica di distanziarsi il più possibile dall’operato di una presidente prossima ad essere incriminata per corruzione. Per questo, Pechino non può quindi che guardare con favore alla competizione per la Casa Blu ormai alle porte.



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