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Liberare Hong Kong?
La “rivoluzione
del nostro tempo”
è colorata

La crisi di Hong Kong minaccia direttamente il Partito comunista cinese. Ironia della storia, il dramma si svolge nel trentennale dello scossone di Tiananmen. Nella primavera del 1989, le richieste di democrazia del movimento studentesco si innestarono sullo scontro, all’interno della leadership del Pcc, tra liberali e conservatori, terminato con la vittoria di questi ultimi, che ordinarono la repressione. Quello di questa calda estate del 2019 è invece, apparentemente, un Partito irregimentato dal segretario generale, Xi Jinping, che lo governa assieme a membri del Comitato permanente dell’Ufficio politico di provata fiducia.

 

L’ex colonia britannica – ha dichiarato il 7 agosto scorso il direttore dell’Ufficio (del governo di Pechino) per gli affari di Hong Kong e Macao, Zhang Xiaoming, si trova “nella situazione più grave” dal 1997, le manifestazioni di protesta iniziate il 9 giugno scorso sono diventate “più numerose e più violente e stanno coinvolgendo porzioni più ampie della società”, e “il governo centrale è molto preoccupato e sta elaborando una strategia, avendo ben presente il quadro complessivo”.

 

Zhang ovviamente non dice che anche i vertici del Partito navigano in acque agitatissime. Eppure è così, perché le centinaia di migliaia di giovani scesi in piazza nelle ultime settimane stanno provando a mettere in discussione l’appartenenza di Hong Kong alla Repubblica popolare cinese e, dunque, l’integrità territoriale del Paese, la cui unificazione rappresenta uno dei pilastri della legittimità del governo ininterrotto del Partito unico dal 1949. È questo il motivo per cui, se dovessero continuare, non è affatto da escludere un intervento dei paramilitari o dell’Esercito popolare di liberazione per stroncare le proteste.

 

I simboli di questo movimento – che fa affidamento su un’organizzazione e un marketing politico di primo livello – parlano chiaro. Lo slogan “Liberare Hong Kong: la rivoluzione del nostro tempo” disegnato con lo spray sui muri della città, le tante bandiere statunitensi, britanniche, e perfino coloniali sventolate nei cortei, le unanimi dichiarazioni anti-Cina dei ragazzi intervistati, confermano che c’è un’ampia fetta della popolazione giovanile di Hong Kong (centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze della classe media, con un livello di istruzione superiore) che sogna (e si batte per) l’indipendenza dalla Repubblica popolare.

 

Rispetto alla rivolta degli ombrelli dell’autunno 2014, questa aspirazione è stata rafforzata da processi economici e politici che, nell’ultimo lustro, hanno accresciuto l’ansia di questa generazione di nati negli anni dell’handover: la perdita del primato assoluto rispetto a Shanghai e Shenzhen; le difficoltà finanziarie dei giovani in una metropoli iper-competitiva; il fallimento di timidi tentativi di riforma della rappresentanza; le mosse di Pechino per avvicinare Hong Kong al sistema della Repubblica popolare (di cui il contestatissimo disegno di legge sull’estradizione rappresenta l’ultimo esempio).

 

Tuttavia la principale richiesta di questo movimento – il suffragio universale – porta dritto allo scontro frontale con Pechino, e se il campo democratico continuerà a insistere con questa rivendicazione, la situazione rischia di precipitare.

 

La “Basic Law”, la Costituzione locale, non prevede il suffragio universale né per l’elezione del Chief Executive né per il Consiglio legislativo. Il “Chief Executive” della città e i suoi 70 deputati vengono scelti attraverso meccanismi non democratici proprio perché – all’atto di riconsegnare l’ex colonia – i britannici riconobbero che Hong Kong, seppur come Regione ad amministrazione speciale, è parte integrante della Repubblica popolare, e – frutto di un compromesso con Pechino – le garantirono un sistema politico (“non socialista”) e un’economia (“di mercato”) differenti dalla Cina continentale, ma con una democrazia monca e bloccata.

 

A norma di legge questo sistema può rimanere in piedi fino al 2047, quando, 50 anni dopo la sua entrata in vigore, scadrà. Ogni tentativo di cambiarlo senza un accordo con Pechino e con le forze politiche nel parlamentino hongkonghese (pesantemente condizionato dai suddetti meccanismi non democratici di nomina dei rappresentanti) costituisce una “forzatura”. A dirla tutta, la situazione in cui una parte della popolazione si batte per cambiare l’ordine politico con la forza, senza un accordo, ha un nome preciso: rivoluzione. Non a caso lo slogan dei manifestanti recita: “Liberare Hong Kong: la rivoluzione del nostro tempo”.

 

Questo tentativo rivoluzionario in corso a Hong Kong ha cercato, dal primo momento, l’appoggio degli Stati Uniti.

I pronunciamenti del Congresso a sostegno dei dimostranti, i rapporti documentati tra deputati del campo democratico e parlamentari e membri dell’amministrazione Usa, nonché i finanziamenti del National Endowment for Democracy al variegato mondo dell’associazionismo hongkonghese ne sono solo alcune testimonianze. È normale che un tentativo rivoluzionario cerchi sponde all’estero. Ma i giovani di Hong Kong forse non hanno capito che gli Stati Uniti possono utilizzarli per destabilizzare il governo della Cina, ma Hong Kong – per evidenti motivi – non potrà mai rappresentare per gli Stati Uniti l’hub finanziario, logistico e dei servizi che li collega al capitalismo globale, che è stato ed è tuttora per la Cina. Per gli Stati Uniti il tentativo di rivoluzione colorata a Hong Kong non è che un tassello della Guerra fredda 2.0 che stanno combattendo contro la Cina, che si alimenta di scontri politici (Hong Kong, Taiwan, Xinjiang, Tibet…), dazi protezionistici, competizione tecnologica globale (Huawei) e confronti militari (Mar cinese meridionale).

 

Tornando al Partito, da tempo per la leadership la minaccia numero uno non è più – come nel periodo di Tiananmen – il collasso del regime per cause endogene (corruzione, deficit ideologico, lotte intestine), ma è rappresentata da tentativi di destabilizzazione dall’esterno come quelli visti all’opera durante la rivoluzione dei gelsomini in Tunisia (2010-2011) e quella arancione in Ucraina (2014), che fanno leva proprio sullo scontento sociale. Per fronteggiarli, l’ubiquo apparato di sicurezza interna si “concentra sulla prevenzione delle e la resistenza contro le ‘rivoluzioni colorate’ e si batte con determinazione per proteggere la sicurezza politica della Cina, respingendo ogni tentativo di infiltrazione e le attività sovversive di forze straniere ostili”, ha spiegato in un post il ministro di Pubblica sicurezza Zhao Kezhi il 17 gennaio scorso.

 

Un editoriale del Quotidiano del popolo aveva chiarito, già dal luglio 2012, quali sono i gruppi sui quali si sarebbe focalizzata negli anni successivi l’attenzione degli apparati repressivi. “Intonando lo slogan della ‘libertà di internet’, loro (gli Stati Uniti) attaccheranno la governance ‘dall’alto verso il basso’ per far avanzare il modello tradizionale di democrazia liberale; servendosi specialmente di avvocati che difendono i diritti umani, movimenti religiosi clandestini, dissidenti, commentatori critici su internet e attivisti di gruppi sociali svantaggiati, faranno pressione per un approccio di governance cinese ‘dal basso verso l’alto’ da parte della gente comune, per costruire una base per cambiare la Cina”.

 

Sembra che quello che il Partito temeva da tempo si stia materializzando in questi giorni, a Hong Kong. Da come saprà gestire questa crisi, capiremo se, oltre all’analisi di questa minaccia esistenziale, il Partito ha anche nuovi ed efficaci strumenti per affrontarla.