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Democratici inascoltati, ora lo scontro su Hong Kong si radicalizza

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I pandemocratici hanno espresso rabbia e delusione per il quadro normativo per le riforme politiche di Hong Kong approvato dall’Assemblea nazionale del popolo (NPC, il parlamento cinese). Il 31 agosto, Pechino ha annunciato che i candidati all’elezione per il chief executive (il “direttore generale” al vertice del Consiglio direttivo di Hong Kong, ndt) del 2017 potranno essere due o, al massimo, tre e dovranno ricevere l’appoggio di almeno il 50% più uno dei componenti il Comitato per le nomine, respingendo così la richiesta di candidature aperte, avanzata dai pandemocratici. Il Comitato per le nomine sarà composto di 1.200 membri provenienti da quattro categorie principali, un meccanismo simile a quello attualmente in vigore.

Per molti hongkonghesi che si battono per ottenere più democrazia si tratta di un arretramento rispetto al 2007, quando il NPC aveva stabilito che la composizione del Comitato per le nomine poteva “far riferimento” a quella dell’elettorato, mentre nell’attuale formulazione il Comitato deve conformarsi a un modello prestabilito. Sono ormai 30 anni – dal 1988, da prima del passaggio di consegne (dalla Gran Bretagna alla Repubblica popolare, ndt) – che il campo democratico reclama elezioni dirette, ma viene deluso dalle autorità di Pechino che continuano a disattendere le loro promesse.

Insoddisfatti dallo sdegno con cui Pechino ha risposto alle richieste di promuovere maggiore democrazia ad Hong Kong, all’inizio del 2013 tre attivisti diedero vita al movimento “Occupy central” (OC), che all’inizio avanzò l’idea di un blocco stradale da parte di almeno 10 mila manifestanti per fare pressione affinché il governo appoggiasse pienamente il suffragio universale, se quest’ultimo non fosse stato garantito per l’elezione del 2017. Appoggiati dai partiti pandemocratici, hanno sempre sostenuto che, per soddisfare il principio di “elezioni corrette e aperte”, il diritto dei membri a “essere nominati” debba realizzarsi attraverso l’”elezione diretta”.

Gli attivisti sostengono che questo requisito sia scritto nella Basic law (la “costituzione” di Hong Kong, ndt), in linea con gli standard internazionali di diritti civili e politici. Pechino però respinge queste argomentazioni e sostiene che il campo democratico stia solo sollevando una cortina fumogena per ingannare i cittadini di Hong Kong. Nello stesso tempo, le autorità cinesi hanno difeso il loro pacchetto di riforme, come se realizzasse il suffragio universale, come se il chief executive fosse finalmente eletto secondo il principio “una testa un voto”.

Nei mesi successivi, ad Hong Kong le forze pro-Pechino hanno organizzato manifestazioni anti-OC riuscendo a mobilitare migliaia di sostenitori, nonché sette giorni di campagna di raccolta firme all’insegna di slogan come “sostieni la pace”. Iniziative messe in campo parallelamente all’impiego di una retorica allarmista da parte sia del governo della Regione ad amministrazione speciale di Hong Kong, sia delle autorità di Pechino, che hanno avvertito che il “movimento OC, qualora dovesse inscenare manifestazioni, paralizzerebbe l’economia di Hong Kong, facendola diventare meno florida di quella di altre città cinesi. Hanno sostenuto che è per “motivi di sicurezza nazionale” che i futuri candidati chief executive devono essere rigidamente vagliati, quindi il candidato/la candidata deve “amare il paese e amare Hong Kong”, insinuando che i pandemocratici sono dissidenti e quindi non patriottici.

La “vera” ragione che ispira criteri di nomina tanto rigidi sembra essere invece quella di evitare perfino che i pandemocratici possano essere nominati, dal momento che per questi ultimi sarebbe impossibile raccogliere il sostegno della maggioranza del Comitato per le nomine dominato da membri pro-Pechino. Il NPC ha anche minacciato che se la sua mozione fosse respinta, il campo democratico sarebbe ritenuto colpevole di soffocare i progressi democratici ad Hong Kong, dal momento che la Hong Kong Special Administrtive Region dovrebbe a qual punto ricorrere al sistema attuale (in base al quale il chief executive viene scelto da un elettorato di 1200 persone) se la mozione di Pechino venisse rigettata dal Consiglio legislativo di Hong Kong.

Esprimendo una profonda frustrazione per la decisione del NPC, il “trio di Occupy central”, assieme ai rappresentanti del campo pro-democrazia, ha annunciato che Hong Kong è entrata “nell’era della disobbedienza civile” e che, d’ora in avanti, verrà attuata una serie di misure di non-collaborazione, che porteranno al “pieno dispiegamento del movimento OC”. “Scholarism” e la “Federation of students” stanno organizzando movimenti non-violenti e hanno annunciato una mobilitazione con scioperi e sit-in nelle università e nelle scuole superiori. Dopo la recente dimostrazione di forza da parte da parte del campo pro-establishment, il conflitto si intensificherà, con ognuno dei due campi che si darà battaglia per manipolare l’opinione della maggioranza della gente di Hong Kong.

Tutto ciò potrà fornire a Pechino il pretesto per rafforzare la sua stretta contro i media, così come contro altre caratteristiche della vita civile di cui Hong Kong ha finora goduto e che ha difeso come valori chiave. D’altro canto, nonostante il reiterato appello alla popolazione di Hong Kong – sia da parte del governo della HKSAR sia di Pechino – affinché “cominci a mettere in tasca questa riforma” (ammettendo così implicitamente che una vera elezione diretta non è ancora arrivata), la verità è che quella appena varata potrebbe rappresentare una linea rossa oltre la quale Pechino non intende spingersi. Nonostante 80 mila hongkonghesi abbiano precedentemente sottoscritto un appello per una “nomina aperta dei candidati”, la decisione di Pechino segnala un evidente rifiuto delle rumorose richieste di elezione diretta.

Forse questo passaggio rappresenterà un test per la determinazione degli abitanti di Hong Kong a difendere la politica “un paese, due sistemi” applicata finora ad Hong Kong, quella che l’ha reso il posto della Cina dove un giorno potrebbe essere realizzata una vera democrazia.

 

Lisa Leung è professore associato presso il dipartimento di Studi culturali dell’Università Lingnan di Hong Kong