Europa, Internazionale

La simbiosi sinotedesca fa male all’Ue




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una vecchia volkswagen, george

 

 

Sarà Berlino una delle quattro tappe del primo viaggio in Europa di Xi Jinping nelle vesti di presidente della Repubblica popolare cinese. Al centro della missione, che prenderà il via alla fine del mese prossimo (oltre che nella capitale tedesca, Xi sarà a Parigi, a Bruxelles per un incontro con i leader dell’Unione europea, e all’Aia per il vertice sulla sicurezza nucleare), ci saranno gli scambi commerciali e gli attriti con Bruxelles manifestatisi negli ultimi mesi.

Dopo due istruttorie comunitarie (per “dumping” e “aiuti di Stato”), dal 6 dicembre scorso sono in vigore restrizioni alla quantità di pannelli solari cinesi importati, ai quali l’Ue ha imposto un prezzo minimo. All’inchiesta europea Pechino aveva risposto aprendone una sui vini che importa da Francia, Italia e Spagna, che sarebbero venduti in Cina a prezzi inferiori a quelli di mercato. E la primavera scorsa il Commissario europeo per il commercio Karel de Gucht aveva minacciato di avviare un’altra indagine, sempre per “dumping” e “aiuti di Stato” contro i colossi cinesi dell’elettronica Huawei e ZTE.

Schermaglie che hanno fatto temere lo scoppio di una guerra commerciale e che stridono con la proposta di un trattato di libero commercio tra Repubblica popolare e Unione europea, avanzata il 27 gennaio scorso dal diplomatico cinese Yang Jiechi a margine di un incontro a Bruxelles con la rappresentante della politica estera Ue, Catherine Ashton. Prima di prendere in esame un accordo che darebbe vita a un mercato di 2 miliardi di persone, la Commissione (titolare nell’Ue dei negoziati sul commercio internazionale) vuole veder procedere le trattative per un accordo sugli investimenti tra i due blocchi, annunciate il 21 novembre scorso durante il 16° summit Ue-Cina. Nelle intenzioni degli europei il mercato cinese dovrebbe aprirsi gradualmente alle aziende Ue anche nei settori dei servizi, delle infrastrutture e della finanza. La Cina potrebbe ottenerne in cambio l’agognato riconoscimento di economia di mercato.

 

La relazione speciale tra i due giganti della manifattura viene da lontano

Cina e Unione europea si scambiano ogni giorno beni e servizi per circa 1 miliardo di dollari. Per Pechino l’Ue (289,7 miliardi di euro il valore delle merci esportate nel 2012) rappresenta il primo partner commerciale, mentre per l’Unione europea la Repubblica popolare (143,9 miliardi di euro di export nello stesso anno) è il secondo, subito dopo gli Stati uniti. Tra i 28 Stati membri dell’Ue a fare la parte del leone è la Germania, da cui origina circa il 50% dell’export Ue verso la Cina e alla quale quest’ultima destina un quarto delle sue esportazioni verso l’Europa a 28. Quello in direzione della Terra di mezzo costituisce il 7% del totale dell’export made in Germany.

Da anni l’economia tedesca e quella cinese sono “export oriented”: nel 2012 le bilance commerciali dei due paesi hanno registrato attivi rispettivamente di 174,3 miliardi di euro (6,4% del pil) e 141,1 miliardi di euro. Ma mentre il governo cinese sta provando a riequilibrare il suo sistema favorendo la domanda interna, la Germania continua la sua corsa vertiginosa iniziata nel 2000, quando il suo surplus commerciale raggiunse per la prima volta il 6% del prodotto interno lordo.

Quella che è stata definita una “relazione speciale” è un fenomeno cresciuto col passare degli anni, essendo la Germania diventata il primo partner commerciale cinese in Europa già prima del 1972, quando furono ufficialmente allacciate le relazioni diplomatiche tra la Repubblica federale tedesca e la Repubblica popolare cinese. A fare da battistrada allora erano state aziende come BASF e Volkswagen. I rapporti commerciali s’intensificarono negli anni ’90 e 2000, su impulso del cancelliere socialdemocratico Gerard Schröder. Nell’arco di un decennio dalla nascita dell’euro – come ha sottolineato l’economista Simon Tilford – l’economia tedesca divenne “strutturalmente dipendente dalla domanda estera (verso la “periferia” dell’Europa e l’Asia, ndr) per la sua crescita”. Dopo la crisi del 2008, la teutonica tendenza a cercare mercati fuori dal vecchio continente, in particolare in Cina, si è accentuata.

Tra i due giganti manifatturieri si è stabilito un rapporto simbiotico che si basa su uno scambio (“tecnologia in cambio di mercati”) enormemente vantaggioso per entrambi. Pechino ottiene macchinari e tecnologia tedesca (attraverso joint-venture con le aziende che impiantano stabilimenti in Cina) che dovrebbero permetterle di passare alla prossima fase del suo apparato industriale: dall’assemblaggio di prodotti importati e/o dalla fabbricazione di beni a basso valore aggiunto, alla creazione di marchi cinesi innovativi e competitivi sui mercati internazionali. Dall’altro lato ai prodotti tedeschi (in primo luogo le automobili) – nel momento in cui l’Europa in recessione può assorbirne sempre meno – vengono aperte le porte del mercato cinese, dove una classe media di 300 milioni di persone (in crescita costante) garantisce enormi profitti.

 

Das auto? Manodopera a prezzi stracciati nella bonanza d’Oriente

Con 22 milioni di unità vendute, nel 2013 il mercato dell’auto in Cina ha fatto segnare un +13,9%. Una “bonanza orientale” per i produttori tedeschi. Basta citare, per quanto riguarda il settore del lusso, Bmw che l’anno scorso ha venduto 362.500 auto (+17,9%).

Ma a dominare è Volkswagen che – come la statunitense General Motors – controlla il 20% del mercato cinese. Volkswagen ha cinque impianti già in funzione e progetta di costruirne altrettanti nuovi di zecca, per portare la sua capacità produttiva in Cina a 4 milioni di vetture all’anno entro il 2018. Hans Dieter Pötsch, del consiglio direttivo di Volkswagen, ha spiegato al quotidiano finanziario Börsen-Zeitung la strategia del suo gruppo: dal momento che in Europa le vendite di auto sono scese ai livelli del 1993, “per quanto riguarda i costi di produzione è necessario stringere la cinghia”. In accordo con la strategia del Partito comunista cinese che vuole industrializzare le aree centrali e occidentali del Paese, la casa di Wolfsburg ha recentemente inaugurato uno stabilimento nel Xinjiang, dove il salario minimo mensile oscilla tra 1160 e 1320 yuan (142-162 euro) mentre, ad esempio, quello di Shanghai è di 1620 yuan (198 euro).

 

Vince la Cina, vince la Germania. E l’Europa resta ai margini

Il patto “tecnologia in cambio di mercati” è stato tradotto dall’ex premier cinese Wen Jabao in una tra le alleanze politiche più strette della Repubblica popolare. Nel giugno 2011, sbarcando a Berlino con 13 ministri al seguito, è stato Wen a inaugurare i vertici intergovernativi Cina-Germania, con la partecipazione di entrambi gli esecutivi al completo, una prassi che Pechino non ha con nessun altro Stato straniero. All’inizio di febbraio 2012, è stata Angela Merkel, in viaggio di Stato a Pechino, a rappresentare l’Europa  molto più del presidente della Commissione, José Manuel Barroso,  arrivato nella capitale cinese pochi giorni dopo la cancelliera tedesca, per il 14° vertice Ue-Cina.  

Con l’acuirsi della crisi economica nel Veccho continente è aumentato sia il potere della Germania all’interno dell’Ue che la dipendenza economica di Berlino da Pechino. Una situazione che – secondo uno studio dello European council on foreign relations (Ecfr) intitolato “China and Germany: why the emerging special relationship matters for Europe” – ha finora indebolito il peso dell’Unione in rapporto alla Cina. Esemplare a tale proposito è stato il caso succitato della disputa sui pannelli solari. L’inchiesta della Commissione europea, sollecitata dai produttori tedeschi messi in ginocchio dalla concorrenza cinese, è stata smorzata dall’alt, nel maggio scorso, del ministro tedesco dell’economia Philipp Rösler, che ha definito un “grave errore” l’eventuale imposizione di sanzioni contro Pechino. L’intervento di Rösler ha sacrificato i produttori di pannelli solari sull’altare degli interessi dell’industria tedesca nel suo complesso. E la Commissione ha favorito un compromesso non punitivo per gli esportatori cinesi. Una soluzione che non è andata giù al Parlamento Ue che ora – mentre de Gucht studia nuove norme anti-dumping – rilancia e pretende regole più severe di quelle messe in cantiere dalla Commissione, con maggiori possibilità da parte delle piccole aziende di ricorrere contro pratiche commerciali scorrette e l’ampliamento dei giudizi a cui applicare misure punitive.

“Il perseguimento di obiettivi economici nella sua politica estera, rende la Germania incline al provincialismo strategico nel suo approccio alla Cina – ammonisce l’analisi di Ecfr -. C’è il pericolo che, mentre la Germania si concentra soprattutto sul suo rapporto economico con la Cina, possa sottovalutare le più ampie conseguenze strategiche dell’ascesa della Cina. Mentre quest’ultima sta ragionando in termini più strategici sull’emergere di un mondo multipolare, la Germania sembra soprattutto vedere la Cina come un mercato per le sue esportazioni”.

Il rapporto simbiotico che indebolisce l’Ue non è solo una conseguenza di un presunto ”egoismo” tedesco. A crearlo hanno contribuito l’eccellenza di molti prodotti made in Germany, la crisi dei debiti sovrani, la mancanza di una politica comune europea e di una visione strategica dei singoli Stati, oltre alla percezione della stessa Cina, che giudica debole l’Europa a 28 e preferisce proseguire la sua luna di miele con la locomotiva tedesca.



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