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Nuova via della Seta,
il sovranismo giallo-verde
nell’era dell’ascesa
del gigante globale cinese

Il governo Conte ha pronto un protocollo d’intesa sulla Nuova via della Seta (Belt and Road Initiative, Bri), che sottoscriverà con la Cina in occasione della visita di Xi Jinping in Italia, dal 22 al 24 marzo.

 

Le polemiche e le esternazioni degli ultimi giorni sul sostegno ufficiale da parte dell’Italia al progetto infrastrutturale e geopolitico lanciato dallo stesso presidente cinese nel lontano 2013 hanno evidenziato ancora una volta l’infantilismo politico dell’esecutivo giallo-verde, che si è avvicinato a questo importante appuntamento con la stessa compostezza che – mutatis mutandis – ha contraddistinto il dibattito sul TAV: il sottosegretario Geraci (in quota Lega) ha anticipato il via libera di Roma dalle colonne del Financial Times, ma il ministro dell’Interno Salvini si è dichiarato “indisponibile a discutere se si tratta di colonizzare l’Italia e le sue imprese da parte di potenze straniere”, mentre quello degli Esteri Moavero è apparso il più sensibile alle preoccupazioni di Unione Europea e Stati Uniti.

 

Tiremmolla che hanno suscitato qualche apprensione a Pechino, dove – spiega il governativo Global Times – contano sull’intesa con Roma per provare a “persuadere Francia e Germania ad avere un atteggiamento più aperto verso la Belt and Road Initiative”.
Anche per l’autoproclamato “governo del cambiamento” non è facile trovare una posizione comune su uno dei fenomeni più rilevanti e controversi di questo secolo, l’ascesa della Cina. E le pressioni di Stati Uniti ed “Europa” non rendono più facile il lavoro di grillini e leghisti, che in verità su questo dossier si muovono in continuità con gli esecutivi precedenti. Nel 2016, Renzi espresse il suo sostegno alla Bri in un’intervista alla tv di stato cinese CCTV e, l’anno successivo, Gentiloni fu tra i pochi capi di governo dell’Unione Europea a partecipare a Pechino al primo summit sulla Nuova via della Seta.
Dicevamo di Washington e Bruxelles. Gli Usa di Trump sono impegnati in un’azione di vero e proprio “containment” (politico-economico-militare) dell’espansione cinese e pretendono di mettere in riga i membri dell’Alleanza Atlantica, come se si trattasse di fronteggiare il vecchio nemico sovietico.

 

A tal proposito il presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea, Alberto Bradanini, ha sottolineato in un articolo che un’eventuale adesione alla Bri dell’Italia non contraddirebbe l’appartenenza di quest’ultima all’Alleanza atlantica né all’Unione europea – come invece paventato nelle reprimenda arrivate nelle ultime settimane da Washington e Bruxelles.

 

Inoltre, il MoU Italia-Cina sulla Bri non si occupa del delicato tema degli investimenti esteri nell’Unione, oggetto di un nuovo regolamento varato dai 27. E – come preteso dagli americani che stanno dando battaglia ai colossi telecom cinesi Huawei e ZTE – tiene fuori anche la questione delle alleanze sulle reti 5G.
Ma veniamo all’Unione europea, dove resistenze più forti all’adesione alla Bri arrivano da Berlino, per due ragioni fondamentali.

 

In Europa finora la Germania è stata di gran lunga la principale beneficiaria delle relazioni economico-commerciali con la Cina: il massiccio export tedesco trainato dal settore dell’automotive ha permesso a Berlino di mantenere sostanzialmente in equilibrio la sua bilancia commerciale con Pechino, laddove altri paesi (Italia in testa) hanno accumulato pesanti deficit. Fino a che la Germania non equilibrerà la sua economia fortemente dipendente dalle esportazioni (e sempre più dall’Oriente), cercherà di limitare le iniziative (come la Bri) che potrebbero accrescere la concorrenza in Asia da parte di altri paesi esportatori che, come l’Italia, negli ultimi decenni non sono stati in grado di costruire con Pechino relazioni win-win.

Inoltre grazie alla Bri l’espansione della Cina nei paesi dell’Europa centro-orientale entra in concorrenza con i progetti di Berlino, sia quelli industriali (ad esempio nel settore delle auto elettriche), sia quelli infrastrutturali.
Dunque le polemiche contro il governo Conte per la sua (disordinata) adesione alla Nuova via della Seta sono una “tempesta in una tazza di tè”, come ha dichiarato oggi il ministro delle Finanze Tria?

Ding Chun, direttore del Centre for European Studies dell’Università Fudan di Shanghai la mette così: “Il rapporto debito/Pil dell’Italia è il secondo dell’Unione Europea, dopo quello greco. Entrare nella Nuova via della Seta aiuterebbe l’Italia a sostenere la sua economia”.

 

La questione è tutta qui: l’Italia è uno dei paesi europei maggiormente impoveriti e de-industrializzati in seguito alla crisi del 2008, e il suo capitalismo ammaccato e ingabbiato nel rigore teutonico chiede aiuto a Oriente. Non c’è differenza culturale o di valori e sistemi politici che tenga: pecunia non olet.

I porti italiani, Trieste e Genova in particolare, da tempo stanno lavorando (con missioni, progetti, etc.) per aumentare la cooperazione con aziende di stato cinesi che con i loro capitali possono favorire lo sviluppo di questi scali dinamici che spingono per diventare sempre più competitivi, anche grazie alla Nuova via della Seta.

 

Gli estratti del MoU anticipati nelle ultime ore sono estremamente generici, come, ad esempio, quello che dice che “le parti esploreranno modelli di cooperazione di reciproco beneficio per supportare l’implementazione del maggior numero di programmi inseriti nella Bri”.

Oltre che a un ulteriore ingresso della Cina nei suoi porti, l’Italia – un paese che nei consessi internazionali con la Cina si è sempre mostrata estremamente accomodante, su dossier delicati come quelli sui diritti umani e sulle minoranze etniche – si appresterebbe ad accogliere anche l’aumento di capitale di Pechino in alcune grandi società di valore strategico per il Paese.
Il governo Conte è pronto a mostrare ancora una volta l’amicizia dell’Italia nei confronti della Cina, diventando il primo paese del G7 ad entrare ufficialmente nella Nuova via della Seta. Le contropartite per il sistema produttivo nazionale – assicura il ministro Di Maio che firmerà il protocollo d’intesa – arriveranno in termini d’accesso ai mercati cinesi, quelli nei quali Trump sta provando a farsi largo agitando i muscoli dell’America. L’Italia del “governo del cambiamento” sarà capace di giocare una sua partita, tutta sola di fronte al gigante cinese?