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La diplomazia dei cinesi all’estero tra guerre e terrorismo

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Il concetto di “proteggere i cittadini all’estero” (haiwai gongmin baohu) entrò a far parte della lista delle priorità del Partito comunista cinese durante il suo 18° congresso, nel 2012. Ma quest’idea aveva attirato l’attenzione della top leadership cinese già nel 2004, a seguito di tre gravi attacchi contro cittadini cinesi in Sudan, Afghanistan e Pakistan. Il fatto che ora la Cina evacui sistematicamente i suoi cittadini durante le crisi e dai teatri di guerra suggerisce che Pechino stia diventando più incline a sostenere le risposte internazionali quando sono in gioco i suoi interessi.

 

Nel marzo 2015, navi da guerra cinesi hanno evacuato 629 cittadini cinesi e altri 279 stranieri dallo Yemen. Per la marina militare cinese si è trattato di un evento storico ed è stata anche una delle prime volte che la Cina ha salvato anche altri cittadini stranieri. È stata la dimostrazione della capacità crescente da parte di Pechino di proteggere i suoi cittadini all’estero. Il capo-delegazione cinese allo “Shangri-La dialogue 2015”, l’ammiraglio Sun Jianguo, ha enfatizzato il ruolo dell’evacuazione dallo Yemen come espressione della volontà della Cina di aiutare gli altri, servendosi di strumenti militari. Il libro bianco “La strategia militare della Cina”, pubblicato di recente, indica gli “interessi della Cina all’estero” come una priorità della politica di sicurezza nazionale del paese.

Negli ultimi dieci anni, Pechino ha cambiato sostanzialmente la politica di protezione dei suoi cittadini all’estero e ormai interviene sistematicamente per aiutarli nelle aree calde. L’evoluzione – tuttora in corso – di questa politica avrà conseguenze di vasta portata per il ruolo del paese come attore internazionale di sicurezza. Nel 2011, la Cina ha salvato oltre 47.000 cinesi all’estero – in un solo anno di più che nei decenni a partire dalla rivoluzione del 1949. Di questi, oltre 35.000 erano cinesi che lavoravano in Libia.

 

La Cina ha di fronte una nuova mappa dei rischi globali: le aziende, i lavoratori e i turisti cinesi sono ovunque nel mondo. Pechino è già nella prima fascia degli investitori globali. Le compagnie cinesi sono alla continua ricerca di greggio e risorse naturali all’estero, specialmente in Africa. Le stime parlano di 5 milioni di cinesi all’estero, tra i quali circa 2 milioni in Africa. La Cina ha lasciato inesplorate poche regioni del mondo ora che sta promuovendo la costruzione di una “Nuova via della seta” – che certamente si porterà dietro sfide per la sicurezza. Il Pakistan ha già annunciato che formerà un’unità militare speciale per proteggere i lavoratori cinesi attesi per costruire le infrastrutture del corridoio economico che collegherà i due paesi.

 

Nella politica cinese si è creata una tensione tra il governo, che è avverso ai rischi ed enfatizza la non-interferenza, e gli interessi delle aziende di Stato (SOE) propense a rischiare, e con la loro massa di dipendenti. In Angola ci sono circa 200.000 cinesi. E ormai ci sono diversi paesi che – a causa della quantità di cittadini cinesi che vi lavorano – sono “troppo grandi per fallire”. Ciò significa che la strategia imprenditoriale di “uscire all’esterno” ora deve adattarsi a necessità strategiche più generali. Ma come tutto ciò influirà sulla politica estera cinese?

 

In Pakistan e Afghanistan le preoccupazioni per i cittadini cinesi hanno portato Pechino a relazionarsi non solo col governo locale – normalmente l’interlocutore privilegiato – ma anche con i talebani e altri gruppi estremisti in Pakistan. Sul fiume Mekong, la Cina è diventata il poliziotto locale, dispiegando pattuglie dopo l’uccisione di 13 marinai cinesi nel 2011. Pechino ha perfino preso in considerazione l’impiego di un drone al di là delle sue frontiere, per uccidere il presunto colpevole, un signore della droga birmano.

 

Ma in nessuna parte del mondo il nuovo approccio cinese è evidente come nel nord e nel sud Sudan. Le SOE cinesi si erano avventurate esclusivamente per il petrolio nel Sudan pre-partizione, ma in seguito la Cina ha dovuto far fronte ad attacchi contro i suoi cittadini e rompicapi politici imprevisti come l’indipendenza del Sud Sudan. La presenza umana e commerciale cinese in Sudan ha portato gradualmente a un approccio più attivo, per tutelare gli interessi nazionali cinesi. Recentemente Pechino ha schierato un battaglione da combattimento sotto l’egida della missione di pace dell’Onu in Sud Sudan. Pechino si è perfino assicurata una clausola – nel mandato di quella missione – per proteggere i lavoratori stranieri del petrolio, la maggior parte dei quali sono cinesi.

 

 

In futuro, la protezione dei connazionali all’estero costituirà un grande motore di cambiamento della politica estera e continuerà a dar forma all’approccio cinese agli interventi internazionali e alla proiezione di potere. Con gli interessi commerciali e la presenza umana all’estero che si espandono, l’apparato dello Stato è costretto a seguire la stessa strada. Lo studio della nuova mappa dei rischi della Cina offre indicazioni su come Pechino potrà continuare a comportarsi durante il suo percorso verso lo status di grande potenza.

 

Pechino ha accettato gradualmente la responsabilità di difendere gli interessi dei cinesi all’estero. L’assunzione di questa responsabilità non è giunta come parte di un’ampia strategia di potenza ma attraverso la presenza commerciale cinese in Stati deboli e fragili. Il problema del rischio politico e della stabilità all’estero si è imposto su una Cina che preferisce evitare di essere coinvolta nelle crisi internazionali e nella politica interna delle altre nazioni.

 

Se i suoi interessi saranno in pericolo, è più probabile che Pechino offra un forte sostegno a interventi multilaterali. Se, ad esempio, in Angola – con i suoi oltre 200.000 cittadini cinesi, gli enormi investimenti e prestiti – dovesse esplodere il caos politico, la Cina potrebbe improvvisamente diventare un membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu essenziale per reclamare una risposta internazionale. L’attrazione magnetica di questi interessi darà forma alla politica estera cinese nei prossimi anni.

 

 

Tratto da EASTASIAFORUM

Jonas Parello-Plesner e Mathieu Duchâtel sono co-autori del volume “China’s Strong Arm: Protecting Citizens and Assets Abroad”