Internazionale

I Confucio, la “questione dei riti” e l’ideologia dell’Occidente




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L’impetuosa ascesa della Cina degli ultimi dieci anni ha fatto sì che gli Istituti Confucio (IC) siano emersi come il principale veicolo di insegnamento della lingua e di diffusione della cultura cinese fuori dalla Repubblica popolare. Tra IC e Aule Confucio, ci sono ormai più di mille realtà di questo tipo nel mondo, con oltre un milione di studenti che frequentano corsi di lingua cinese. Proprio per questo gli IC hanno attirato molta attenzione, sia in Cina che all’estero.

 

In Cina, i critici lamentano che ci sono ancora troppe province povere, che non dispongono dei fondi necessari per migliorare gli standard delle strutture e della qualità dell’educazione, e vorrebbero che il governo investisse di più a livello nazionale, piuttosto che finanziare all’estero iniziative come la creazione di Istituti Confucio. È solo grazie a cinaforum che ho avuto modo di informarmi sul dibattito in corso all’estero e non ne ho una conoscenza tale da poter commentare la questione in maniera “scientifica”.

 

 

La mia prima esperienza con gli IC deriva dall’incontro con due giovani insegnanti cinesi dell’IC dell’Università Sant’Anna di Pisa. Non ho avuto molte occasioni di parlare con loro, so solo che non parlavano italiano, e che i caratteri cinesi che scrivevano alla lavagna non erano molto belli, somigliavano a pittogrammi della lingua cinese antica. Grazie ai miei amici italiani ho saputo che negli IC gli studenti imparano a parlare e scrivere in cinese, mentre lo spazio per la discussione è limitato: non si parla di storia, diritti umani o democrazia.

 

Questo mi ha riportato indietro di diversi anni, ricordandomi un’esperienza di studio all’Alliance Française, e mi ha fatto riflettere: ho concluso che il metodo di insegnamento proposto da queste istituzioni non è da prendere così seriamente, per quel che riguarda la politica. Nel momento in cui si incontrano per la prima volta, sia i cinesi sia gli occidentali nutrono il desiderio di “avanzare con il loro piede migliore”. Solo dopo essere entrati in confidenza, cominciano a fare dei tentativi per conoscersi meglio reciprocamente, e cercare delle soluzioni rispetto alle differenze di comunicazione e di visioni che esistono tra loro. Non è molto diverso da un primo incontro tra innamorati.

 

Dopo aver conosciuto le due insegnanti, ho avuto modo di partecipare ad alcune attività organizzate dall’IC di Pisa, ad esempio a un evento con le lanterne Kongming (kong ming deng 孔明燈, “lanterne illuminate che volano”, ndt), per festeggiare l’arrivo del nuovo anno nei paesi occidentali. Queste lanterne meravigliose hanno riempito il cielo notturno, sembravano stelle. Inoltre, in occasione della Festa di Primavera e del nuovo anno cinese, gli studenti italiani dell’IC, insieme agli studenti cinesi di Pisa, si sono esibiti nella danza del dragone in una stazione abbandonata. Ogni anno a Pisa viene organizzato un “China Film Festival”, nel corso del quale si proiettano pellicole molto interessanti, che veicolano messaggi profondi. Sembra che questo genere di attività funzioni molto bene, gli italiani ne vengono attratti, tra cui tanti bambini. Li ho visti fare cerchio intorno agli studenti cinesi che mostravano come si scrivono i caratteri con i pennelli: i bambini erano completamente catturati, e volevano trascrivere i loro nomi italiani in cinese con i pennelli. A onor del vero, queste “calligrafie” non erano splendide. Ma avevano stimolato la curiosità dei piccoli, il loro interesse era fortissimo. In fin dei conti, la performance degli studenti cinesi fu senza dubbio un successo.

 

Non si può escludere che in futuro un altro Matteo Ricci venga fuori da questi bambini italiani.

 

Non penso che questo genere di attività abbiano qualcosa a che fare con un’ideologia ritratta quasi come “demoniaca”, e che questi italiani fossero completamente a digiuno rispetto a ciò che è buono e ciò che non lo è. Ho molta fiducia nel sistema educativo europeo, e sono convinto che gli studenti educati secondo i suoi valori siano in grado di discernere il bene dal male, di pensare a una questione con obiettività, di sostenere una posizione politica, una morale, che sia più universale e inclusiva, e che abbiano le loro opinioni su come gestire le problematiche che sono chiamati ad affrontare.

 

 

Nonostante questo, in questi articoli estremamente critici (rispetto agli IC, ndt) non riesco a cogliere questo tipo di fiducia. Alcuni commentatori hanno paura che questi insegnanti cinesi, la maggior parte dei quali appena laureati, rovescino la scala di valori degli studenti occidentali, principi coltivati per lungo tempo.

 

 

Non mi è proprio piaciuto il comportamento di Xu Lin (許琳), Direttrice generale dell’Ufficio nazionale cinese per l’insegnamento del cinese come lingua straniera (l’Hanban), in occasione di un convegno in Portogallo, al quale avrei dovuto partecipare, ma a cui per motivi personali sono stato costretto a rinunciare. Ritengo che il suo atteggiamento rude abbia causato gravi conseguenze negative per l’immagine della Cina nel mondo, e per la comprensione dell’idea di “armonia nella diversità” (he er butong 和而不同) che il governo cinese vuole trasmettere. E, con conseguenze ancor peggiori, il suo comportamento e le sue parole hanno fatto preoccupare alcuni già preoccupati studiosi occidentali, apportando inoltre un danno profondo alle relazioni tra la Cina continentale e Taiwan.

 

 

Non c’è dubbio che gli IC siano amministrati dal Ministero dell’educazione cinese, e che quindi siano strettamente collegati all’immagine della Cina che il governo vuole portare nel mondo, nonché alle “volontà dello Stato cinese”. Facendo un paragone con altre istituzioni come l’Alliance Française per la Francia, il British Institute inglese, il Goethe Institute tedesco, il Dante Institute italiano, gli IC sembrano incapaci di costruirsi una buona reputazione nel mondo, soprattutto a causa delle loro interferenze nelle attività accademiche. In parte questo è vero. L’interferenza politica è un cancro per ogni governo autoritario. Ma c’è un’altra questione che penso valga la pena di menzionare in questo dibattito, ed è l’immagine della Cina nel mondo dopo il 1949, e in particolare nei paesi occidentali, dove per molto tempo si è stigmatizzato il paese come se fosse il demonio.

 

 

Questo è un paese governato dal Partito Comunista e quindi gli IC sono promossi dal Partito Comunista, e la diffusione della cultura cinese nel mondo viene ideologicamente ricondotta a finalità politiche (negative), come è stato evidenziato da molti studiosi di recente. Perciò, la discussione circa le tre T (Taiwan, Tibet, Tiananmen) non sarebbe permessa, a causa di un solo, semplice motivo: perché riguarda il governo del Partito Comunista Cinese. Questi studiosi però dimenticano alcune questioni relative alla storia del Xinjiang e del Xizang (西藏, il nome cinese del Tibet), di come la dipendenza dalla corte imperiale sia una questione storica di lunga data, precedente il 1945. Si dimentica inoltre che la Cina, ad oggi, rimane uno stato centralizzato il cui governo influenza ogni aspetto della vita quotidiana, incluse le attività religiose.

 

Questo mi ricorda la “questione dei riti”, con riferimento alla storia delle missioni dei gesuiti in Cina. A questo proposito, secondo la storia della Chiesa cattolica scritta in Europa, i religiosi davano per scontato che i diritti della Chiesa in Cina fossero gli stessi di quelli di cui questa godeva in Europa. Ma dal punto di vista dell’imperatore cinese, e partendo dalla prospettiva della storia cinese, le religioni dovevano sottomettersi al potere imperiale, al potere dello Stato, e non era permesso alla Chiesa di condividere questo potere insieme ai governanti statali, poiché la loro richiesta di libertà religiosa sarebbe stata vista come una minaccia alla sicurezza dello Stato, addirittura una minaccia sovversiva.

 

 

 

La questione degli IC è uno dei risultati dell’ascesa della Cina nel mondo, ma le discussioni che sta generando non possono essere ridotte a mera ideologia. Dovremmo fare uno sforzo per porre questo tema in un contesto molto più complicato. Fino a quando da occidente si continuerà a trattare questa problematica con una prospettiva storica occidentale arrogante – e nel contempo il sistema politico cinese non sarà cambiato -, le dispute non avranno fine. Anche se un giorno si troverà una soluzione, altre problematiche emergeranno: in altre forme, ma il nocciolo della questione sarà sempre lo stesso.

 

 

Xie Mingguang ha un Dottorato di ricerca in Lettere presso la Scuola Superiore Normale di Pisa. Vive e lavora a Pechino

 

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