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Istituti Confucio, una prospettiva politologica sui “draghi di Troia”




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I recenti annunci relativi alla chiusura degli Istituti Confucio (IC) presso alcune Università occidentali (quelle di Stoccolma e Chicago, ad esempio) che hanno addotto motivazioni di “indipendenza intellettuale” messa a repentaglio dalle filiali locali della più visibile tra le “facce” del crescente soft power di Pechino, hanno acceso il dibattito sulla reale natura di tale forma di potere.

 

Gli IC sono “soltanto” delle oasi di lingua e cultura, senza un’agenda politica dettata dal Partito Comunista Cinese, oppure fungono da “teste di ponte”, usate dal PCC come catalizzatori della propria influenza in vista del raggiungimento degli obiettivi egemonici paventati da alcuni circoli occidentali?
È chiaro che la crescita degli IC – a partire dalla fondazione del primo Istituto nel 2004 -, oggi presenti in 126 Paesi, va inquadrata nella profonda evoluzione strategica che ha trasformato il modo in cui la Cina vuole “presentarsi al mondo”: non più soltanto come la (sia pur gigantesca) “fabbrica del mondo”, bensì come una nazione millenaria, meritevole di un ruolo da protagonista in ogni settore del palcoscenico mondiale.
Semplificando, è possibile osservare meglio l’“esplosione” degli IC attraverso due lenti analitiche: una più “pratica” e una più incentrata sulla suddetta trasformazione strategica.

A livello empirico, la forza con cui il PCC sta cercando di cambiare l’immagine di Pechino all’estero emerge in maniera evidente dal vertiginoso aumento degli sforzi a livello di public diplomacy (PD), di cui gli IC fanno parte, e che sono diventati così sofisticati che anche l’“evoluta” diplomazia occidentale oggi guarda alla Cina per cercare di trovare soluzioni ai propri deficit in materia di proiezione di soft power. Ad esempio, lo scorso 13 gennaio si è tenuta a Bruxelles una conferenza/dibattito volta a cercare di comprendere quali implicazioni e quali lezioni possano essere tratte dall’Unione Europea rispetto al protagonismo cinese in materia di PD. Tra i vari temi emersi durante l’evento, particolare rilievo è stato dato a tre caratteristiche della proiezione soft di Pechino: il duplice livello di sviluppo (non solo esterno ma anche rivolto al pubblico cinese), la “sussidiarietà” (il fatto che la PD non sia svolta in esclusiva a livello governativo) e la diversificazione in termini di iniziative, destinatari e modalità.
A livello più “profondo”, invece, la grande rilevanza acquisita da progetti come gli IC può essere spiegata esaminando alcuni dei punti chiave alla base del riorientamento strategico di Pechino, partendo da una prospettiva “pragmatica” che metta in luce innanzitutto gli interessi politici, economici e sociali.

La prepotente affermazione della Cina nelle gerarchie economiche mondiali, nell’ambito delle quali (in termini di valori aggregati) il paese occupa ormai stabilmente il secondo posto, e che – stando alla maggioranza delle proiezioni – dovrebbe a breve superare la “superpotenza” americana, ha reso inevitabile un suo coinvolgimento crescente anche nelle altre dimensioni di un sistema internazionale sempre più globalizzato.

 

 

L’aumento delle interconnessioni a livello non più solo commerciale, ma anche finanziario, di sicurezza, sociale e culturale, ha progressivamente “sfumato” i confini di quella che fino alla metà del secolo scorso poteva definirsi una politica estera di stampo “realista” (secondo la metafora classica: gli Stati visti come delle impenetrabili “palle da biliardo”, il moto di ognuna delle quali prescinde da ciò che accade all’interno e tiene conto di quello delle altre solo in caso di scontro).

 

 

Nel mondo contemporaneo, separare ciò che è “domestico” da ciò che è “esterno” non è soltanto anacronistico, ma diventa anche pericoloso nel momento in cui si considerano gli impatti che una politica estera male indirizzata può avere. Ignorare la globalizzazione, “rifiutandosi” di integrarne le necessità cooperative a livello di policy, significa inevitabilmente diventare più vulnerabili alle sue dinamiche, sia “fisiologiche” che patologiche (le “nuove minacce” a livello di sicurezza: terrorismo, pandemie, cambiamento climatico ecc.). Ciò, data la “sfumatura” tra dimensione esterna ed interna cui si accennava prima, ha ovviamente un impatto sulla performance domestica del governo in questione: ad esempio, una scarsa capacità di gestire l’integrazione economica tende a produrre effetti negativi sul tenore di vita della popolazione, un’insufficiente cooperazione internazionale di fronte alle emergenze sanitarie tende ad aumentare i fattori di rischio interno, e così via.

 

 

Da quanto detto consegue che, per chi è al potere in un sistema politico così orientato alla performance come quello cinese, l’incremento del ruolo della componente soft diviene, prima ancora che una scelta, una necessità dettata dall’interesse. Il PCC, che ha ormai da tempo perso la legittimità ideologica risalente al periodo maoista, deve necessariamente compensare tale perdita attraverso il potenziamento del supporto – percepito e reale – cinese all’ “ordine globale”: il ritratto della Cina come responsible stakeholder è, non a caso, uno degli elementi retorici più presenti nei documenti e nelle dichiarazioni ufficiali di Pechino.
In conclusione, tornando alla questione degli IC, sarebbe ingenuo negare che la componente politica giochi un ruolo centrale nel loro sviluppo, in quanto potenti generatori di soft power. Tuttavia, l’analisi strategica presentata in questo articolo dovrebbe promuovere altrettanta cautela nei confronti di chi, come Marshall Sahlins, vi vede dei “malware accademici”.

La Cina contemporanea non ha alcun interesse ad essere considerata una “minaccia”, e il fatto che alcuni dei suoi “alfieri di cooperazione” all’estero vengano etichettati come “draghi di Troia” è in palese contrasto con gli obiettivi strategici cooperativi menzionati sopra, il cui raggiungimento è essenziale ai fini della stessa sopravvivenza della Repubblica Popolare nella sua forma politica ed istituzionale attuale.

 

 

Francesco Saverio Montesano è esperto di relazioni internazionali, stagista presso la Foreign Policy Unit del CEPS (Centre for European Policy Studies) di Bruxelles

 

 

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