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Investimenti esteri, l’italian job delle multinazionali asiatiche

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Nel panorama degli investimenti esteri delle aziende asiatiche, l’Italia ha rappresentato tradizionalmente una meta poco ambita. Decenni di burocrazia pervasiva e interferenze politiche hanno diffuso tra le compagnie asiatiche timori per le condizioni sfavorevoli agli investimenti nella Penisola. Per questo motivo in Italia non ci sono stabilimenti di grandi produttori automobilistici o di elettronica giapponesi né sudcoreani, i quali – nel corso degli anni Ottanta e Novanta – hanno preferito altri paesi dell’Europa occidentale, prima di trasferirsi in quella orientale.

 

La recente raffica di accordi per sostanziosi investimenti asiatici in Italia è arrivata quindi di sorpresa. A fine 2013, la giapponese Mitsui ha investito in Tempa Rossa, il maggiore giacimento petrolifero onshore dell’Europa occidentale, in Basilicata. Nel 2014, State Grid Corporation of China (SGCC) ha acquisito il 35% del pacchetto azionario di CDP Reti, il veicolo controllato dal governo che detiene il 30% del pacchetto azionario sia di Terna (primo operatore di rete per trasmissione di elettricità in Europa), sia di Snam (gruppo integrato di infrastrutture del gas). Quest’ultimo accordo rappresenta il maggior investimento estero unico fatto da SGCC, nonché il maggiore mai effettuato da investitori cinesi in un’azienda europea non quotata in borsa. Rappresentanti di SGCC sono entrati nel board di Terna e Snam, entrambe quotate in borsa a Milano.

 

Con un altro accordo di alto profilo, nel febbraio 2014 il conglomerato industriale giapponese Hitachi si è accaparrato gli asset ferroviari di Finmeccanica per 809 milioni di euro cash. Un mese più tardi ChemChina (la maggiore azienda chimica del Paese) ha raggiunto due accordi diversi ma collegati per acquisire il controllo del pacchetto azionario della multinazionale degli pneumatici Pirelli – in quella che rappresenta una delle maggiori acquisizioni cinesi all’estero. E nelle ultime settimane, il due volte presidente del Consiglio dei ministri italiano Silvio Berlusconi ha trattato con un gruppo di investitori cinesi e tailandesi per cedere il controllo del suo Milan.

 

La misura complessiva di tutti questi investimenti è davvero considerevole. Secondo una recente ricerca di Dagong (l’agenzia di credito cinese che ha a Milano il suo quartier generale per l’Europa) nel 2014 è arrivato dalla Cina il 27% del totale degli investimenti esteri diretti effettuati in Italia. L’Italia è risultata la seconda destinazione europea più attraente dopo il Regno Unito. Per quanto riguarda il valore assoluto degli accordi, nel 2012 il Giappone era già il quinto maggior acquirente straniero in Italia.

 

Anche se Ren Jianxin, il presidente di ChemChina, è un membro importante del Partito Comunista Cinese (PCC), l’opinione pubblica in Italia è apparsa molto più serena che in altri paesi europei, dove la “sfida cinese” viene osservata con sospetto. L’esame di coscienza verrà sicuramente approfondito se anche la seconda squadra di Milano finirà in mani asiatiche (il tycoon indonesiano Erick Thohir ha già acquistato, nel novembre 2013, il 70% dell’Inter).

 

Tutti questi movimenti nel mondo delle grandi aziende testimoniano di una rinnovata apertura dell’Italia alle multinazionali straniere. Da un lato, l’Italia sta lentamente riemergendo da una dolorosa recessione triple dip. Gli investimenti – che nel 2013 costituivano il 17,8% del Pil – sono ora dell’1,5% inferiori alla media dell’Unione europea nel suo complesso. E molte tra le principali aziende sono affamate di capitali.

D’altro canto le aziende italiane sembrano adattarsi perfettamente alle esigenze degli investitori asiatici a caccia di tecnologia, mercati di sbocco e brand, marchi prestigiosi. La squadra del Milan e la Pirelli sono entrambe note e celebrate a livello internazionale. Per la giapponese Hitachi, aziende come Ansaldo STS – che fabbrica meccanismi di segnalazione ferroviaria – e Ansaldo Breda – che costruisce il treno ad alta velocità dei record ETR 500 – rafforzeranno la posizione dell’azienda in Europa e in seguito le permetteranno di espandersi nelle economie emergenti.

 

Sullo sfondo del “new normal” cinese, caratterizzato da una crescita più lenta e da una minore dipendenza dalle costruzioni e dall’industria pesante, le multinazionali cinesi e asiatiche stanno investendo nella manifattura hi-tech e nei servizi. È dunque probabile che nei prossimi anni vedremo ulteriori accordi del genere. Il potenziale per gli investimenti asiatici è enorme. Basti pensare che nel 2013 il volume degli investimenti cinesi in Italia era meno di 1/4 di quelli in Svezia. Nel caso del Giappone, soltanto l’1% dei suoi investimenti esteri diretti europei è in Italia. E, per quanto riguarda la Corea del Sud, i suoi investimenti in Italia sono 1/3 di quelli in Francia.

 

Questo non per affermare che – come dicono gli italiani – sarà tutto rose e fiori. L’integrazione post-fusione rappresenta un percorso complesso. Nonostante tutte le parole sul rispetto della storia aziendale di Pirelli e l’ammirazione per il suo direttore esecutivo Marco Tronchetti Provera, ChemChina è un attore industriale strategico che mira a creare valore dall’investimento. Allo stesso modo, Hitachi deve anzitutto rivoltare il business di Ansaldo Breda e probabilmente sfoltire parecchi posti di lavoro prima di poter competere con successo sui nuovi mercati extra-europei. Questi attori asiatici sgomiteranno tra loro per gli asset italiani nell’affollato mercato globale. Per le sussidiarie di Finmeccanica, Hitachi era entrata in competizione con due rivali cinesi, mentre Pirelli è stata a lungo corteggiata da altri produttori di pneumatici occidentali.

 

L’obiettivo delle multinazionali asiatiche che acquistano aziende italiane è di renderle globali. La proprietà non rappresenta il fattore più rilevante. La chiave per le multinazionali asiatiche sarà la capacità di permettere alle società acquisite di operare in maniera relativamente autonoma, invece di provare a fondere troppo rapidamente aziende molto diverse tra loro.

 

 

Tratto da EASTASIAFORUM

Andrea Goldstein è senior economist presso la OECD, Parigi