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Lo straordinario “corridoio etnico” spiegato dal linguista Sun Hongkai

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In questi ultimi anni si è spesso sentito parlare di corridoi economici, in riferimento ad accordi transnazionali per l’approvvigionamento energetico e l’integrazione dei mercati in macro-regioni, ma poco o nulla si conosce dei “corridoi etnici”. Il professor Sun Hongkai 孙宏开 (1934-) dell’Istituto di Etnologia dell’Accademia Cinese di Scienze Sociali (CASS) ci ha generosamente concesso un’intervista introducendoci al tema “Corridoio Etnico” e minoranze della Cina occidentale. Un intenso incontro nel corso del quale l’anziano accademico si è addentrato nei dettagli di quell’intricato percorso storico che dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese (RPC) si è esteso fino alla seconda metà degli anni Ottanta, concludendosi con il riconoscimento di 56 gruppi etnici nazionali (una maggioranza Han e 55 minoranze). Sun, che vanta ormai sessanta anni di esperienza etnologica, è stato tra i primi al mondo ad occuparsi delle lingue minoritarie del ceppo Qiang e Tibeto-birmano parlate nelle zone di frontiera a cavallo tra Gansu meridionale, Sichuan occidentale, Tibet orientale, Guizhou e Yunnan, area nota nel complesso come “Corridoio Etnico”. È uno dei massimi conoscitori della materia e ha partecipato attivamente al programma di “categorizzazione etnica” (minzu shibie 民族识别) fianco a fianco con l’iniziatore dell’antropologia moderna cinese, Fei Xiaotong 费孝通 (1910-2005).

 

 

Professor Sun, durante le attività di classificazione etnica, ha lavorato a stretto contatto con noti esperti come Fei Xiaotong e Li Shaoming. Può descriverci brevemente qual era lo “spirito della ricerca” di quel tempo e come sono nati gli studi sul Corridoio Etnico?

Li Shaoming李绍明 (1933-2009) ed io siamo coetanei. Ci siamo conosciuti nel 1957 nelle aree a minoranza Qiang, lui conduceva esplorazioni di tipo storico e sociale, io invece di natura prettamente linguistica. Fei Xiaotong era nostro docente, più vecchio di noi di una generazione. Nel 1952 tenne dei corsi sui temi “Ethnic Policies” e “Survey on Ethnic Minorities” all’Università di Pechino. È in quell’occasione che entrammo in contatto. In seguito, Fei Xiaotong cominciò a lavorare presso l’Istituto di Etnologia del CASS. Ricordo che a partire dal 1957 venne etichettato come “intellettuale di destra”, poi perseguitato durante la Rivoluzione Culturale per crimini “controrivoluzionari”. Per un lungo periodo, al pari di Pan Guangdan 潘光旦 (1899-1967), Lin Yaohua 林耀华 (1910-2000) ed altri etnologi di “vecchia scuola”, non poté svolgere che semplici lavori di traduzione. Nel ‘62, quando scoppiò la guerra di frontiera Sino-indiana, tradusse infatti alcune fonti straniere sui gruppi etnici della zona. Immerso nel suo lavoro, iniziò così a mostrare un certo interesse per le mie ricerche.

Nel marzo del 1976, quando mi inviarono nel Tibet sud-orientale per analizzare le minoranze Menbo (menba 门巴), Lhoba (luoba 珞巴) e Digaro (deng 僜), il suo nome compariva ancora nella lista dei “nemici del socialismo” (niugui sheshen 牛鬼蛇神). Quell’anno indentificai sette nuove lingue: tre nella Contea di Muli 木里 a maggioranza Pumi (普米) e quattro nelle aree limitrofe a Kanding (康定). Riportai l’esito delle ricerche a Fei Xiatong, che iniziò a interrogarsi sulle cause del proliferare di così tante lingue nella regione. Due anni più tardi, venni delegato dal “Sichuan Ethnic Affair Commission” per le indagini sui Baima (白马). Gli storici credevano che fossero i discendenti degli antichi Di (氐), uno dei maggiori popoli “barbari” della storia cinese che nel periodo dei Tre Regni e delle Sei Dinastie (220-589 d.C.) aveva istituito un suo regno proprio fra le attuali province di Gansu e Sichuan. Le fonti storiche non facevano alcuna menzione dei dialetti locali, per cui risultò difficile definirne con precisione la filiazione linguistica. Alcuni accademici fra cui Li Shaoming, Miao Yue 繆钺, Meng Wengtong 蒙文通 ed altri della Sichuan University, concordavano però sul fatto che i Di fossero gli antichi antenati dei Baima. Fei Xiaotong si capacitò presto del valore di queste scoperte, ma in quegli anni, a causa delle vicissitudini politiche, viveva ancora in uno stato di semi-reclusione. Aspettava con ansia che tornassi dai fieldwork per venire a farmi visita e chiedermi quali nuovi dati avessi raccolto.

[Rievocando vividamente quella serie di eventi che lo coinvolsero in prima persona nel programma statale di categorizzazione etnica legandolo così intimamente a Fei Xiatong, si inoltra ancora più nella questione]. Negli anni ‘50 il lavoro di categorizzazione etnica proseguiva a tappe lente, si interruppe pure per un breve periodo per poi riprendere non prima del ‘58, allargando il campo anche a nuove discipline. Fu allora che molte minoranze incominciarono a richiedere riconoscimento a livello nazionale, i Baima furono tra queste. Nel ‘72 indissero un’assemblea rivoluzionaria (xiange weihui 县革委会) nella Contea di Pingwu (平武) per dibattere sull’argomento, si trattava di un’assemblea del popolo presieduta da leader locali appartenenti a tale etnia. Fu quindi prodotto un documento che ne sollecitava la classificazione. Nel ‘76 questo documento venne ufficialmente accolto nell’agenda politica del governo, anche se fu necessario attendere fino al ‘78 per scendere nuovamente sul campo. Fei Xiaotong si accorse così che erano ancora molti i gruppi a sfuggire ai criteri di classificazione sanciti, il lavoro di categorizzazione era lungi dall’essere compiuto. Di ciò se ne convinse pienamente soltanto quando il sottoscritto, alla volta di Muli e Kanding, identificò sette nuove lingue, ed altre dieci ancora nel Sichuan occidentale, lungo il corso dei fiumi Dadu 大渡, Jinsha 金沙 e Yalong 雅砻. Grazie ai dati da me forniti, Fei Xiaotong sottopose la questione all’attenzione del consultivo politico del popolo. Ne ricavò poi un articolo che uscì l’anno stesso, assorbendo molti dei risultati delle mie ricerche. Ricordo che dibattemmo a lungo su come definire l’intera regione. Considerando che, nel corso della storia, era stata interessata da ripetute migrazioni concernenti i popoli tanguti (xixia 西夏) diretti verso nord e tibetani nel verso opposto, quale nome sarebbe stato più appropriato darle? È in questo modo che il concetto di corridoio etnico è stato introdotto nell’ambito della comunità scientifica ed incorporato nella recente disciplina.

 

Con il consolidamento di tale concetto in seno alla comunità accademica cinese, quali altre nuove scoperte sono state fatte da allora? In particolare, la rivalutazione degli studi sulla Via della Seta che influenza ha avuto negli studi più attuali sul Corridoio Etnico?

Come hai appreso dal mio articolo “Rianalisi delle lingue del Corridoio Etnico nella Cina sud-occidentale e problemi correlati” 再论西南民族走廊地区的语言及其相关问题, sto portando avanti un progetto che prende in esame le lingue Tibeto-birmane parlate nel versante meridionale dell’Himalaya. Nell’area culturale delimitata ad ovest da Pakistan e Nepal; ad est da Bhutan, India, Sikkim e Myanmar; a sud da Bangladesh, Tailandia, Laos e Vietnam si conta infatti una buona percentuale di parlanti lingue Tibeto-birmane. Queste etnie come si sono distribuite nell’area? La comunità accademica sostiene che i loro progenitori originassero dall’altipiano di Qinghai-Tibet. Il processo storico che, a seguito di lunghe migrazioni, li ha indotti a lasciare questa regione spostandosi verso le pendici dell’Himalaya ha determinato la specificità degli studi sul corridoio etnico.

Detto questo, concedimi un breve preambolo. In merito ai Baima, ho accennato prima al mio coinvolgimento nel lavoro di classificazione etnica [compiuto sul finire degli anni ‘70]. Ho speso in tutto circa cinque anni a fare ricerca nelle zone bagnate dai fiumi Minjiang 闽江, Dadu, Yalong e Jinsha. Ho scoperto diverse lingue minori, come il rGyarong (jiarong 嘉绒), l’ergong 尔龚, il zhaba扎巴, l’ersu尔苏 che presentano moltissime affinità con i dialetti Qiang e Pumi. Ho ipotizzato allora l’esistenza del sotto-gruppo linguistico “Qiangic” (qiangyuzhi 羌语支) che raggruppa in tutto 12 lingue, incluso l’ormai estinto Tangut. Le etnie che parlano tali lingue si trovano tutte distribuite all’interno del “bacino dei sei fiumi” (liujiang liuyu六江流域), confinante ad ovest con il Tibet geografico e ad est con le aree a maggioranza Yi 彝, e proprio per questo denominato anche “Corridoio dei Tibetani e degli Yi” (zangyi zoulang 藏彝走廊). Nel susseguirsi delle varie epoche storiche, i popoli di matrice Tibeto-birmana ridiscendendo questo “canale” sono migrati verso sud. Com’è possibile che [a partire da un’unica matrice] si siano differenziate così tante lingue? Questo processo di differenziazione non è stato affatto breve, è il frutto di circa due millenni [di interazioni e continui scambi culturali]. In base a un altro progetto parallelo – “Le lingue Tibeto-birmane del versante meridionale dell’Himalaya” 喜马拉雅南麓的藏缅语族语言 – si stima che le lingue in questione presenti al mondo ammontino a circa 300. Il progetto dimostra quanto [la nascita e lo sviluppo di] queste lingue siano l’esito di ripetute migrazioni secondo la direttrice meridionale del corridoio. Dapprima, Fei Xiaotong e io ne avevamo determinato l’orientamento nord-sud. In seguito, Li Shaoming suggerì che alcuni flussi migratori seguissero alternativamente l’asse est-ovest, postulando l’esistenza di un tratto del corridoio che dallo Yunnan proseguiva verso il Tibet attraverso l’antica “Via del Tè” (chama gudao 茶马古道). In questo tratto sono molti i siti rimasti inesplorati, di enorme significato per gli studi archeologici, antropologici e religiosi. A Basum Tso (basongcuo巴松措), nella Contea di Gongbo’gyamda (gongbu jiangda 工布江达) del Tibet [sud-orientale], così come in alcune zone del Sichuan [occidentale], per esempio, ci sono dei villaggi nei quali è facile trovare questo [mostrando una fedele riproduzione di un qionglong 邛笼 che giace sulla confusa scrivania del suo studio].

Per quale strano motivo in questa remota regione ci sono simili torri? E perché i suoi abitanti parlano una lingua totalmente diversa da quella dei tibetani dei villaggi limitrofi? Noi del CASS ce ne siamo occupati in passato, abbiamo riconosciuto subito il valore [di queste opere architettoniche], ma non abbiamo continuato ad investigare. L’esploratrice francese Frederique Darragon ne ha perfino tratto un documentario, e sulla base dei test al radiocarbonio effettuati su un campione di legno prelevato da una torre, ha rilevato che tali artefatti risalirebbero a circa 1700 anni fa. Il che indica che esistevano già prima dell’unificazione del Tibet operata da Srongtsän Gampo (617-649). Tutto ciò spiega quanto il corridoio etnico sia in sé anche una preziosa reliquia storica. I popoli di questa zona e le loro vestigia meritano maggiore attenzione.

 

Nel mondo globalizzato ed economicamente integrato in cui viviamo oggi, che significato ha fare ricerca sul Corridoio Etnico?

Ci sono oggi non pochi ricercatori stranieri che vengono a fare ricerca in queste zone [sull’evoluzione storica delle lingue Tibeto-birmane]. Per tutti coloro che si occupano dei fenomeni di variazione morfo-sintattica, questo rappresenta il luogo ideale. Diversamente dalle altre lingue della famiglia Sino-tibetana, come ad esempio il cinese standard, che è un linguaggio isolante privo di morfologia, molti dialetti parlati nel corridoio non hanno toni e presentano elementi tipici delle lingue agglutinanti. Ma la ricerca non si limita [ai soli aspetti linguistici].

Economicamente e politicamente parlando, queste sono zone non interamente aperte allo sviluppo (weikaifa diqu未开发地区), ed è per questo che bisognerebbe destinare loro maggiori risorse. Nell’ultima conferenza tenutasi alla Minzu University of China [il 22-23 Novembre 2014] – “Multi-angle Workshop on Tibetan, Qiang and Yi Corridor” 第二届多视角藏羌彝走廊研讨会 – ho enfatizzato quanto il potere economico della Cina stia crescendo enormemente e lo stato disponga in sé dei mezzi per aprire queste zone agli investimenti. Malgrado ciò, la loro economia è ancora estremamente arretrata. Quando sono stato nelle aree tibetane della frontiera indiana nel lontano 1976, gli autoctoni vivevano ancora all’interno di grotte. I Trung (dulong 独龙), la cui comunità conta oggi solo qualche migliaia di membri, praticavano forme di agricoltura “taglia e brucia”, vivevano di caccia, pesca e raccolta. Ricordo che quando raggiunsi queste aree [rimasi particolarmente colpito], uomini e donne facevano uso di sole foglie di banano per nascondere le parti più intime. Le condizioni in cui vive la gente del posto sono agli antipodi rispetto a quelle dei cinesi nella porzione sud-orientale del paese. Per consentire loro di avere pieno accesso alla modernizzazione è necessario l’intervento statale. Xi Jinping lo ha ribadito personalmente [lo scorso 20 gennaio] in occasione dell’incontro con i rappresentanti della minoranza Trung. Per questo motivo, all’iniziativa “one belt – one road” (yidai yilu 一带一路) lanciata dalla leadership, ho consigliato l’aggiunta di “one corridor” (yilang 一廊), indicando appunto con il termine il “Corridoio dei Tibetani e degli Yi”.

La scelta strategica di sviluppare un corridoio che colleghi Bangladesh, India, Cina e Myanmar è già stata annoverata fra le politiche statali. Nei suoi interventi durante le visite di stato in questi paesi, il presidente ha infatti parlato a favore dell’istituzione di un “corridoio economico” (mengzhong yinmian jingji zoulang 孟中印缅经济走廊) nella nuova Via della Seta meridionale. Noi accademici abbiamo quindi deciso di completare la formula iniziale in “one belt – one road – one corridor” (一带一路一廊), sollecitando una maggiore mobilitazione di risorse per lo Yunnan occidentale ed il Tibet sud-orientale, la cui economia appare ancora ferma a livelli di indigenza.

Se il governo sarà in grado di cogliere la sfida, allora l’ideale che Xi Jinping ha tanto rimarcato al suo incontro con i capi Trung il mese scorso – “tutti i 56 gruppi etnici nazionali devono raggiungere un livello dignitoso di benessere” (xiaokang 小康) – potrà essere finalmente realizzato. Certo, la modernizzazione in corso porta con sé anche molteplici effetti negativi, come la scomparsa della diversità linguistica e culturale. Penso però che questi popoli abbiano pure il diritto di migliorare la propria qualità di vita. Il significato di fare ricerca sul corridoio etnico oggi sta nell’aprire queste culture al mondo (wenhua kaifa 文化开发) e agevolarne la transizione economica. È una nostra responsabilità dare al governo dei feedback sulle condizioni locali e porgere suggerimenti [per ottimizzarle]. Almeno io, negli ultimi 60 anni di ricerca, ho sempre cercato di mettere in pratica questo.

 

 

Tommaso Previato ha un PhD in Antropologia ed Etnologia presso la “Minzu University of China” e l’Università “La Sapienza” di Roma, è assistente editoriale per la rivista sulla Cina tardo imperiale “Ming Qing Studies”, e fa ricerca sui fenomeni migratori e sulle relazioni etniche nelle “società di frontiera” della Cina occidentale, in particolare Gansu e Qinghai. Vive e lavora a Pechino.