Internazionale

EATS, studiosi a confronto
dopo il ciclone Tsai Ing-wen




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Il 29 e 30 marzo scorso il Presidente cinese, Xi Jinping, ha compiuto una visita in veste ufficiale a Praga (unica tappa in Europa prima di raggiungere gli Stati Uniti) allo scopo di rilanciare le relazioni economiche e politiche tra Repubblica Popolare Cinese e Repubblica Ceca. Il caso ha voluto che nella capitale della Repubblica Ceca proprio in quei giorni si tenesse anche un altro evento, meno importante, tuttavia significativo: l’incontro annuale dell’Associazione Europea di Studi Taiwanesi (European Association of Taiwan Studies, EATS).

 

Con un totale di quattordici panel regolari e due dedicati a studenti di Master di università europee, la conferenza di quest’anno ha avuto un’affluenza di oltre cento partecipanti tra presentatori ed auditori, un successo per questa associazione che ha visto una crescita costante, negli ultimi anni, sia in termini di candidature per diventare soci che di partecipazione ai convegni da essa organizzati, sintomo di un interesse crescente nelle accademie europee nei confronti degli studi su Taiwan.

 

Il tema di quest’anno, “Powerful and powerless”, intendeva esaminare i vari modi in cui potere e autorità si manifestano e vengono contestati o riprodotti a Taiwan. Tale approccio ha portato a discutere non solo la presenza di relazioni di potere ineguali all’interno dell’isola – per esempio tra diversi gruppi sociali ed etnici, nonché le relazioni sempre più tese tra Stato e società -, ma anche le conseguenze delle politiche internazionali di Pechino che difficilmente lasciano un margine d’azione a Taiwan.

 

A tale riguardo, la provocatoria introduzione del Professor Bruce Jacobs (della Monash University di Melbourne, Australia) specialista di storia Taiwanese e relazioni tra le due sponde dello Stretto, ha sottolineato le falle della storia ufficiale, usata per legittimarne la versione di Pechino. Mettendo in discussione quelle che secondo il docente sono “false storie cinesi su Taiwan”, cioè chel’isola è parte integrante della storia e della cultura della Cina continentale, che appartiene alla Cina sin da tempi remoti, e cheè una parte inalienabile della Cina, Jacobs ha offerto chiavi di lettura alternative per raccontare la storia dell’isola. Taiwan è parte della storia e cultura della Cina continentale solo dal 1600. Nei secoli precedenti la sua evoluzione è andata di pari passo con i paesi del Sud-est asiatico. Per esempio, le tecnologie connesse alla lavorazione del bronzo e del ferro sono arrivate a Taiwan dai paesi limitrofi molto dopo dell’Età del Bronzo in Cina. All’arrivo degli olandesi nell’isola, nel corso del 1600, non c’erano comunità cinesi permanenti in Taiwan, ma solo pirati, mercanti e pescatori che erano lì di passaggio. Furono gli olandesi a “importare” i primi cinesi a Taiwan, allo scopo di controllare le popolazioni locali nei possedimenti coloniali. Negli anni successivi, la storia dell’isola è un susseguirsi di occupazioni: gli spagnoli (1626-1642), l’impero Mancese (1683-1895), l’occupazione giapponese (1895-1945), e il regime autoritario nazionalista (1945-1988).

Secondo questa prospettiva alternativa, Taiwan sembra essere tutto tranne che una parte inalienabile della Cina. Riconoscere queste sottili, tuttavia importanti, imprecisioni nel modo in cui la storia di Taiwan viene raccontata, ci permette anche di offrire nuove visioni per interpretare il presente e il futuro dell’isola. Così, anziché continuare a pensare al futuro di Taiwan in termini di unificazione o indipendenza, soluzioni che continuano a pensare il paese in relazione alla Repubblica Popolare Cinese, si dovrebbe ragionare sull’isola in termini di decolonizzazione da poteri che l’hanno occupata per secoli nonché espropriata della propria identità.

 

 

Incoraggiati dal discorso del Professor Jacobs, è stato facile concentrarsi sui vari fattori, presenti e passati, locali e transnazionali, che hanno contribuito a complicare il quadro delle relazioni di potere che caratterizzano l’Isola e che hanno generato ulteriori fratture e ineguaglianze sociali. Durante la conferenza si sono discussi i problemi incontrati da contadini, donne, giovani, aborigeni, migranti, solo per citare alcuni gruppi. Per esempio, i giovani si trovano disconnessi dalle generazioni passate, le “generazioni dei potenti”, e si trovano ad avere un senso di identità locale sempre più forte; gli agricoltori hanno dovuto affrontare le conseguenze negative di politiche di importazione sfrenata di prodotti agricoli prima e di industrializzazione delle campagne poi.

 

Interessanti le reazioni generate da questi gruppi sociali privati dei loro diritti. Per esempio, una discussione si è incentrata sul caso di Yang Ju-men, soprannominato “the rice bomber” (il bombarolo del riso), per le sue iniziative uniche, con lo scopo di attirare l’attenzione del governo taiwanese sui problemi che hanno afflitto le campagne negli ultimi trent’anni. Azioni più sistematiche hanno portato a ristrutturazioni a livello politico: non solo con le elezioni del 16 gennaio 2016 è crollato il partito al potere negli ultimi otto anni, ma sono anche nati nuovi partiti politici formati da giovanissimi che ci danno un’idea del processo di cambiamento dal basso che si sta verificando nell’isola da qualche anno a questa parte e che spinge per il riconoscimento di un’identità taiwanese autonoma da quella della Repubblica Popolare Cinese.

 

Tuttavia anche altre prospettive sono emerse nel corso della conferenza. Fino a che punto è possibile pensare a Taiwan senza guardare alla sua interazione con la Cina, quando la maggioranza degli investimenti e scambi economici e umani avvengono tra queste due realtà? Se l’azione intellettuale e metodologica richiesta dal professor Jacobs è importante per riconsiderare non solo il passato ma anche il presente e il futuro di Taiwan, fino a che punto è giusto ignorare le voci di quei taiwanesi che ancora si identificano con la Cina continentale? Non solo tra le vecchie generazioni, che pian piano stanno scomparendo, ma anche tra i giovanissimi, per esempio i figli di famiglie di coppie miste cinesi e taiwanesi. Fino a che punto si può capire Taiwan senza considerare le relazioni sottili che intercorrono tra l’isola e la Cina continentale? E, se consideriamo queste problematiche da un angolo diverso , come è possibile capire la Cina senza considerare l’influenza di Taiwan su di essa?

 

È questa la sfida richiesta agli accademici contemporanei e che un’associazione come EATS deve affrontare, quella di trovare un giusto equilibrio tra due aspetti che spesso si intersecano, da una parte il desiderio di mettere in luce l’unicità e l’autonomia di Taiwan, e dall’altra la difficoltà di parlare di Taiwan senza considerare il colosso cinese che continua ad influenzarne l’esistenza. E forse il modo più costruttivo per affrontare queste contraddizioni è proprio quello di mettere in evidenza le relazioni di potere, spesso impari, tra le due parti e che influenzano gran parte dei fenomeni sociali, economici e politici non solo a Taiwan ma spesso anche in Cina.



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