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Grecia, gli interessi di Pechino nel caos dell’Europa disunita

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Lunedì 29 giugno – in occasione della sua partecipazione al 17° summit bilaterale tra Unione europea e Repubblica popolare cinese -, il premier Li Keqiang è sbarcato in un’Europa rissosa e non ancora in grado di elaborare una soluzione politica per la Grecia, un’Ue molto diversa da quella (stabile e capace di raggiungere compromessi su questioni importanti), su cui fanno affidamento i grandiosi piani di espansione commerciale e dell’influenza internazionale di Pechino elaborati dal Partito comunista cinese (PCC) guidato dal presidente Xi Jinping.
A Bruxelles Li ha ricordato al presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, che “la Cina è sostenitrice convinta del processo di integrazione europea” e anche che, in quanto “detentrice responsabile di titoli del debito pubblico europei, si aspetta un’adeguata soluzione della questione del debito greco”.

 

 

 

“Per quanto riguarda la questione del debito greco – ha aggiunto il premier -, in linea di principio si tratta di un problema interno dell’Europa. Detto ciò, se la Grecia rimarrà in Europa non è una questione che preoccupa solo quest’ultima ma anche la Cina… ed è per questo che la Cina si è sforzata di aiutare la Grecia a superare la crisi del debito”.

 

Oltre ai bond ellenici acquistati negli ultimi anni, Pechino deve tutelare due suoi interessi fondamentali: l’unità dell’euro e dell’Unione europea, che con 600 miliardi di dollari di interscambio bilaterale nel 2014 rappresenta il primo partner commerciale della Cina; e il passaggio alla gestione dell’azienda di Stato cinese COSCO dell’intero porto del Pireo, snodo fondamentale del progetto “One belt, one road” che dovrebbe favorire gli scambi tra Asia ed Europa rinvigorendo le aziende di Stato cinesi (principali beneficiarie di appalti infrastrutturali miliardari).

 

Dopo l’incauto annuncio post-elettorale del ministro Lafazanis (leader di “Piattaforma di sinistra” – la minoranza interna di Syriza – la cui linea politica potrebbe uscire pesantemente sconfitta dal confronto con i creditori della Grecia) sul blocco della privatizzazione del Pireo, l’ultimo piano presentato in extremis ieri sera dal premier ellenico Tsipras a Bruxelles prevede (al punto 10) la conferma delle privatizzazioni più importanti, tra le quali quella dello scalo ateniese e di quello di Salonicco, entrambi con ogni probabilità appannaggio della COSCO.
Di fronte al lungo braccio di ferro tra il governo Tsipras e le “istituzioni di Bruxelles”, i leader cinesi sono preoccupati (per la possibilità che l’Ue perda “un pezzo”, vero e proprio tabù per la Cina tutt’altro che monolitica governata dal PCC); sbalorditi (dal modo in cui i leader dell’Unione stanno gestendo la crisi); e attenti (a ulteriori opportunità che potrebbero aprirsi in Grecia per gli interessi di Pechino).

 

 

Il PCC (i cui dipartimenti internazionali sono ricchi, strutturati e hanno una profonda conoscenza di quanto si muove al di fuori della Repubblica popolare) mira a rafforzare l’alleanza con il blocco dell’Ue in funzione anti-Stati Uniti. Nello stesso tempo però è consapevole delle gravi difficoltà del processo di integrazione europea e degli ulteriori danni a esso prodotti dalla crisi esplosa nel 2008. Questo – oltre a motivi che risalgono più indietro nel tempo – lo ha portato negli ultimi anni a relazionarsi all’Ue soprattutto attraverso i suoi paesi forti, in primis la Germania, con la quale la Cina ha stretto un rapporto “simbiotico”.

 

 

Grazie a una quantità record di investimenti esteri diretti (FDI) nel corso del 2014, la Cina è diventato il paese che più investe nell’economia tedesca, avendo scavalcato gli Stati Uniti e la Svizzera, rispettivamente secondi e terza in questa speciale classifica. Da anni l’economia tedesca e quella cinese sono “export oriented”: nel 2012 le bilance commerciali dei due paesi hanno registrato attivi rispettivamente di 174,3 miliardi di euro (6,4% del pil) e 141,1 miliardi di euro. Ma mentre il governo cinese sta provando a riequilibrare il suo sistema favorendo la domanda interna, la Germania continua la sua corsa vertiginosa iniziata nel 2000, quando il suo surplus commerciale raggiunse per la prima volta il 6% del prodotto interno lordo.
Nell’arco di un decennio dalla nascita dell’euro – come ha sottolineato l’economista Simon Tilford – l’economia tedesca divenne “strutturalmente dipendente dalla domanda estera (verso la “periferia” dell’Europa e l’Asia, ndr) per la sua crescita”. Dopo la crisi del 2008, la teutonica tendenza a cercare mercati fuori dal vecchio continente, in particolare in Cina, si è accentuata.

 

Tra i due giganti manifatturieri si è stabilito un rapporto simbiotico che si basa su uno scambio (“tecnologia in cambio di mercati”) enormemente vantaggioso per entrambi. Pechino ottiene macchinari e tecnologia tedesca (attraverso joint-venture con le aziende che impiantano stabilimenti in Cina) che dovrebbero permetterle di passare alla prossima fase di sviluppo del suo apparato industriale: dall’assemblaggio di prodotti importati e/o dalla fabbricazione di beni a basso valore aggiunto, alla creazione di marchi cinesi innovativi e competitivi sui mercati internazionali. Dall’altro lato ai prodotti tedeschi (in primo luogo le automobili) – nel momento in cui l’Europa in recessione può assorbirne sempre meno – vengono aperte le porte del mercato cinese, dove una classe media di 300 milioni di persone (in crescita costante) garantisce enormi profitti.

 

Non si può non avvertire una contraddizione tra il costante rafforzamento del rapporto bilaterale con la Germania (unico paese del mondo a cui la Cina riserva il privilegio di incontri bilaterali annuali tra i rispettivi governi al completo) e la profonda ammirazione (diffusa in Cina anche a livello “popolare”) per il modello tedesco da un lato e, dall’altro, la necessità strategica di appoggiare un processo d’integrazione europea che in questa fase rischia di essere mandato in pezzi dall’ottusa perseveranza nelle politiche della cosiddetta “austerità” di cui la Germania della cancelliera Angela Merkel è la principale fautrice, e la Grecia rappresenta la vittima principale.

 

Martedì scorso in un editoriale Xinhua sosteneva che “Bruxelles e la Germania, il principale creditore della Grecia, apparentemente hanno perso la pazienza” e – sottolineava l’agenzia di stampa governativa – “anche se il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha detto che la permanenza della Grecia nell’eurozona è l’unica opzione per il paese, resta da vedere se il sistema della moneta unica resterà intatto”. Un’analisi sulla stessa Xinhua riferiva che “secondo un funzionario tedesco, le perdite dirette e indirette per la Germania in caso di abbandono della moneta unica da parte della Grecia, potrebbero ammontare a 770 miliardari di euro” (!!!).

Quello cinese è, in questo momento, l’unico governo con una potenza finanziaria tale (oltre 4.000 miliardi di dollari di riserve in valuta estera) da poter dare una mano concreta e immediata a un paese c0sì massicciamente indebitato come la Grecia.

 

Ma un ulteriore sostegno cinese ad Atene (ammesso che di “sostegno” si possa parlare per il caso degli investimenti sul Pireo e sui bond greci) è più probabile che avvenga indirettamente – attraverso i canali eventualmente messi a disposizione dall’Ue – e che sia comunque “prudente”.

Un segnale in tal senso è arrivato da Bruxelles, dove Li ha ufficializzato la disponibilità cinese a “interfacciarsi” con lo European fund for strategic investment (EFSI) il fondo da 315 miliardi di euro voluto da Juncker per favorire lo sviluppo delle infrastrutture nell’Ue, rimasto finora al palo.

 

Il PCC è allergico all’instabilità politica di cui – nel bene nel male – la Grecia contemporanea rappresenta in Europa uno degli Stati simbolo. Inoltre a Pechino brucia ancora l’annuncio da parte del ministro Lafazanis dello stop all’ulteriore privatizzazione del Pireo. In quell’occasione un media governativo cinese si spinse fino a paragonare Tsipras a Fetonte.
Salvaguardare il rendimento dei bond ellenici acquistati, sostenere l’Ue, ottenere la gestione del Pireo ed eventualmente finanziare qualche iniziativa europea di sostegno alla Grecia: questi gli imperativi di Pechino. Ma in questa drammatica fase della crisi greca la Cina continuerà a guardare all’Europa attraverso una lente tedesca.

 

 

Una precedente versione di questo articolo è stata pubblicata dal settimanale greco Epohi