Internazionale

Cosa accade davvero
nel nido del falco Kim




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Home life in Pyongyang, North Korea, Matt Paish

 

 

Pechino ha recentemente dato l’ok alle Nazioni Unite a sanzioni internazionali più dure per punire gli ultimi esperimenti atomici e missilistici nordcoreani. Quella tra Pyongyang e la comunità internazionale è una crisi apparentemente senza via d’uscita, che rischia di avere conseguenze drammatiche su un popolo sempre più impoverito dall’embargo. Antonio Fiori, di cui esce oggi in libreria “Il nido del falco. Mondo e potere in Corea del Nord” (Le Monnier, 2016) è tra i più attenti osservatori del potere politico a Pyongyang e dintorni e nel suo libro demistifica la cortina ideologica con relativo lessico (“dittatore pazzo”, “Stato canaglia”, “Asse del male”, “minaccia per la pace internazionale”…) da cui sono stati avvolti la crisi tra Pyongyang e la comunità internazionale e i rapporti tra le due Coree, tuttora tra i fattori di crisi più pericolosi sullo scenario internazionale. Con Fiori – che è professore associato presso il dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Bologna, dove insegna “International Relations of East Asia” e “Politics of Contemporary Asia” – abbiamo fatto il punto sugli ultimi sviluppi a nord e a sud del 38° parallelo.

 

 

Professor Fiori, l’immagine di Kim Jong-un trasmessa dai media è quella di un dittatore irresponsabile che utilizza il nucleare come arma di ricatto per mantenere in piedi il suo regime e che affama un intero popolo. Lei è d’accordo con questo ritratto?

Kim Jong-un è un dittatore, a capo di un regime fondamentalmente dittatoriale (nonostante quest’ultimo sfugga alle tipiche caratterizzazioni della scienza politica). Per quanto riguarda la presunta irresponsabilità e la miseria causata dal dittatore di Pyongyang – nonché il possesso di armamenti nucleari – nel mio libro sostengo che il nodo della questione è duplice: il regime è sottoposto a una minaccia interna e una esterna. La seconda è quella che noi conosciamo meglio: Pyongyang sente di doversi difendere da un panorama internazionale che la minaccia in quanto attore che sfugge al controllo della comunità internazionale, nonché armato con l’atomica. Dunque il regime deve cercare di tenersi in piedi nonostante la sua estrema marginalizzazione all’interno della comunità internazionale.

La seconda minaccia, per certi versi più significativa, è interna: il regime deve preoccuparsi della sua sopravvivenza, fino all’identificazione del regime con il leader. La principale preoccupazione dell’establishment nordcoreano non è nemmeno più quella che il regime crolli, ma che il leader possa essere minacciato. Per questo motivo nei momenti di transizione devono essere assicurate delle linee di continuità con il leader precedente che possano quantomeno preservare la forza del regime stesso. Si tratta di un aspetto rintracciabile in una serie di eventi – fortemente banalizzati dai media occidentali, per “fare notizia” – come per esempio nel caso dell’uccisione di Jang Song-Thaek (lo zio di Kim Jong-un, ndr), che non è stato sbranato dai cani, come riportato da gran parte della stampa, ma giustiziato, soprattutto perché costituiva una minaccia alla legittimazione e alla solidità del nuovo leader (Kim Jong-un) in una fase di transizione.

 

La Cina ha recentemente votato “sì” a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che impone sanzioni più dure contro Pyongyang. Pechino manifesta un’insofferenza crescente nei confronti del regime nordcoreano. Come valuta l’atteggiamento cinese?

Il controllo o una forma di pressione da parte della Repubblica popolare cinese nei confronti della Corea del nord è una questione che si ripropone almeno a partire da Deng Xiaoping. Negli incontri tra l’artefice della stagione di “riforme e apertura” in Cina e l’allora leader nordcoreano Kim Il-sung c’era una forte tensione, determinata anche dalla poca malleabilità di questi due personaggi. Deng suggeriva a Kim una diversa gestione quantomeno del settore economico nordcoreano. Oggi l’establishment politico cinese – nonostante Xi Jinping sia una personalità diversa da Deng e viva in un paese completamente trasformato rispetto alla Cina degli anni Ottanta – deve rendere conto delle sue posizioni di politica estera a una comunità internazionale che allo stato attuale dalla Cina si aspetta una presa di posizione netta. Tuttavia, quanto il “sì” cinese all’inasprimento dell’embargo sia di facciata e quanto invece verrà seguito da fatti concreti nella fase d’implementazione, lo capiremo nei prossimi mesi. Pechino da un lato ha perso chiaramente la pazienza nei confronti di Kim (da quando Xi è capo dello Stato, tra i due paesi confinanti non ci sono stati incontri al vertice), dall’altro però ribadisce alla comunità internazionale che sono necessarie pazienza e moderazione nell’applicazione delle sanzioni. Insomma, sulla possibilità che la Cina sia disposta a trovarsi in un panorama geostrategico trasformato attraverso dall’eventuale sganciamento della Corea del nord e dalla creazione di significativi problemi di politica interna ed estera in Corea del nord, sarei molto cauto.

 

Nei mesi scorsi è stato raggiunto un accordo sul nucleare iraniano, malgrado la contrarietà di un attore importante come Israele. Perché sulla Corea del nord sembra impossibile arrivare allo stesso traguardo.

Stiamo parlando di paesi completamente diversi. L’Iran è immensamente più aperto della Corea del nord. Tehran è tradizionalmente legata a tutta una serie di relazioni con tanti altri paesi, sia all’interno della regione mediorientale, sia della comunità internazionale in senso più ampio. Inoltre gli Stati Uniti si sono dimostrati meglio disposti rispetto alla questione iraniana. Da parte dell’amministrazione Usa non c’è un approccio per risolvere la questione nordcoreana così come c’è stato per l’Iran. Washington non vuole nemmeno dialogare con Pyongyang così come ha fatto con Tehran per arrivare alla ratifica del recente accordo sul nucleare iraniano.

 

Nel suo discorso sullo stato dell’unione del 2001, Bush inserì la Corea del nord nel cosiddetto “Asse del male”. Come si è evoluta la politica Usa nei confronti della Corea del nord fino a Obama?

Dal discorso di Bush a oggi non c’è stata una vera evoluzione della politica Usa nei confronti di Pyongyang. A questo proposito va ricordato che anche gli studiosi si sono divisi: ci sono quelli che sostengono che fino a quando la Corea del nord non creerà le condizioni per dialogare con gli Stati Uniti (cioè se prima non imboccherà un percorso di de-nuclearizzazione), non ci sarà alcun tipo di colloquio. Io invece appartengo al gruppo di studiosi che ritiene che si sta manifestando una scarsissima volontà di colloquiare con la Corea del nord. Imbastire un tavolo negoziale pieno di precondizioni vuol dire non voler dialogare con Pyongyang. Lo sforzo che fu fatto dagli Stati Uniti con “il primo Obama” ma che fallì dopo il cosiddetto “leap day agreement” del 29 febbraio 2012 tra Corea del nord e Stati Uniti (nel quale si dichiarava la volontà di riprendere gli aiuti, di cui fu spedita una prima tranche) fallì dopo uno dei test missilistici nordcoreani, per Pyongyang particolarmente significativo, perché cadeva nel centenario della nascita di Kim Il-sung. Da allora si sono chiusi tutti i rapporti con gli Usa, ufficialmente proprio perché Washington aveva posto nel testo di quell’accordo il vincolo nei confronti di qualsiasi test missilistico. Da allora ogni forma di collaborazione si è spenta del tutto, in funzione dell’adozione di una strategia che viene definita “pazienza strategica” che rappresenta una forma d’idiozia radicata nelle amministrazioni Usa. Infatti, se noi aspettiamo che sia la Corea del nord a compiere un primo passo significativo, potremmo attendere anche molto a lungo. Al contrario, toccherebbe alla comunità internazionale intervenire per mettere in atto qualche forma di colloquio con Pyongyang, coinvolgendo la Cina, cercando di riaprire i colloqui a sei, o altri tipi di dialogo. Invece continua a prevalere questa forma di strategia che consente di stare alla finestra a guardare, senza recepire nessun tipo di messaggio dai nordcoreani. E, alla base di questa dottrina della “pazienza strategica” c’è sempre il prerequisito dello smantellamento del nucleare nordcoreano. Ma per la Corea del nord le armi nucleari costituiscono l’unico deterrente a essere cancellati dalla carta geografica, nel momento in cui dovessero insorgere problemi gravi nel prossimo futuro. Nonostante tutto ciò, l’ultima volta una decina di giorni fa, il regime nordcoreano ha annunciato di essere disposto a trattare del proprio programma nucleare con Washington, in maniera bilaterale. E gli americani… non hanno nemmeno risposto. Nei documenti ufficiali e semi ufficiali degli Stati Uniti la Corea del nord viene messa all’indice come principale minaccia della Regione, anche per giustificare gli interventi statunitensi nel continente asiatico, dal Mar cinese meridionale a quello orientale.

 

A che punto sono i rapporti con i cugini della Corea del sud?

In questo momento sono a un punto morto. E io ritengo il sud maggiormente responsabile del nord per questa mancata integrazione tra le due Coree. In particolare le ultime due amministrazioni di Seoul si sono dimostrate incapaci di gestire la situazione. Il governo della presidente Park aveva promesso di sciogliere alcuni nodi attraverso la strategia denominata “trustpolitik”. Siamo oltre la metà della sua amministrazione corrente e non abbiamo visto nulla: la “trustpolitik” si sta dimostrando essenzialmente uno slogan elettorale. Invece registriamo uno stallo totale della politica estera di Seoul, probabilmente perché manca la volontà stessa di relazionarsi con Pyongyang. La sospensione degli aiuti dal 2010 è un fatto sconcertante. E la chiusura del complesso industriale di confine de Kaesong (che rappresentava il retaggio della “sunshine policy”) avviene dopo una fortissima presa di posizione da parte di Seoul, che nell’autunno del 2013 mise nero su bianco che (il parco industriale congiunto Corea del nord – Corea del sud) di Kaesong non avrebbe mai dovuto essere chiuso, a meno che i due paesi non fossero arrivati a una rottura critica. E invece – dopo le ultime dimostrazioni militari di Pyongyang, del tutto di routine -, la Corea del sud ha unilateralmente chiuso Kaesong.

Nel momento in cui l’attuale crisi dovesse radicalizzarsi e minacciare la sopravvivenza del regime di Pyongyang, è possibile che Pyongyang opti per la difesa del leader, invece di portare la tensione alle stelle, rischiando di essere attaccata. Ma dove può portare la crisi è difficile prevederlo. Probabilmente da nessuna parte. Sicuramente la “destinazione ignota” verso la quale stiamo andando è, per ora, una maggiore marginalizzazione della Corea del nord e una mancata volontà dei principali leader internazionali di gestire qualsiasi tipo di dialogo con Kim Jong-un. Già veniva etichettato come pazzo suo padre, Kim Jong-il – il quale però incontrò due presidenti sudcoreani e gestì perfettamente una visita di un segretario di Stato Usa – ma ora Kim Jong-un (un leader non certamente illuminato) non viene nemmeno cercato come interlocutore dalla comunità internazionale.



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