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L’inquinamento? Esportato in Africa




L’estrazione delle risorse del Continente nero da parte della Cina non è colonialismo: fa parte della catena di distribuzione del mercato globale e aiuterà le economie locali a crescere, proprio come è avvenuto negli ultimi decenni nella Repubblica popolare. Il libro dell’accademico Tang Xiaoyang critica solo le storture più macroscopiche del nuovo capitalismo e non intravede salvezza per l’ambiente: i settori produttivi più nocivi e che richiedono maggiore quantità di energia si sposteranno presto in Africa

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“Per comprendere le relazioni tra Cina e Africa bisogna guardare al di là di qualsiasi rapporto bilaterale e volgere l’attenzione alla tendenza globale verso la modernizzazione e l’industrializzazione“. È quanto sostiene Tang Xiaoyang, ricercatore presso il Center for Global Policy Tsinghua-Carnegie nel suo nuovo libro. Per Tang “i contatti tra Cina e Africa vanno considerati come una nuova fase dello sviluppo dell’economia di mercato globalizzata”.

Secondo Justin Lin Yifu, ex capo economista e vice presidente della Banca Mondiale, il libro di Tang, “China-Africa Economic Diplomacy and its Implications for the Global Value Chain“, esamina le origini storiche e i futuri sviluppi dei commerci tra Cina e Africa, “dimostrando l’inevitabilità e le forze che stanno dietro all’espansione globale della moderna economia di mercato”. Tang è un esperto del coinvolgimento cinese in Africa e ha lavorato presso la Banca Mondiale e diversi istituti internazionali di ricerca.

 

Uno sviluppo trainato dalle esportazioni

Gli occidentali accusano la Cina di comportarsi come una potenza neo-coloniale sfruttando le risorse africane. Ma, secondo Tang, è proprio grazie all’estrazione e all’esportazione di risorse che nazioni in via di sviluppo come quelle africane possono accelerare la loro transizione verso sistemi di produzione moderni.

Al loro primo ingresso nei mercati internazionali – sostiene Tang – le nazioni non industrializzate non hanno altra opzione che quella di esportare risorse, così come la Cina ne esportò massicciamente in Giappone durante i primi anni della politica di “Riforme e apertura” di Deng Xiaoping, e così come l’Africa sta facendo oggi. L’Africa possiede risorse non sfruttate e grandi mercati, mentre la Cina è la “fabbrica del mondo”, con una grande domanda di queste risorse. Le due economie sono fortemente complementari, e i loro legami commerciali saranno reciprocamente vantaggiosi.

Tang sostiene che le accuse di sfruttamento rivolte alla Cina siano infondate. La Cina ha bisogno di risorse globali, perché il suo settore manifatturiero rifornisce mercati globali. Meno del 10% del petrolio che Pechino estrae all’estero è spedito in Cina, il resto viene venduto sui mercati internazionali.

Le economie emergenti necessitano di maggiori risorse rispetto ai paesi che si sono sviluppati nei decenni passati, perché oggi si lavora con un alto grado di meccanizzazione, con conseguente maggiore domanda di energia; e perché lo sviluppo delle economie emergenti non è più soltanto una questione interna a questo o quell’altro Stato: esse devono adattarsi all’economia globale. Le economie di Cina, India e dell’Asia sud-orientale hanno tutte sperimentato una crescita trainata dalle esportazioni.

I veri motori dell’estrazione delle risorse sono rappresentati dallo sviluppo tecnologico della società moderna, e dalle richieste dei consumatori.

 

Prendetevela con i mercati globali, non con la Cina

Tang ritiene che “grandi progetti come, ad esempio, le dighe, abbiano una funzione insostituibile nelle nazioni in via di sviluppo”. Gli odierni alti livelli di consumo e modelli di vita producono un massiccio utilizzo di risorse e cambiamenti climatici. Se anche le nazioni in via di sviluppo adotteranno stili di vita moderni, ciò darà luogo a cambiamenti sociali e ambientali. Anche se scegliessero di non realizzare grandi progetti infrastrutturali, per soddisfare le loro esigenze sociali ed economiche ne sarebbero comunque necessari molti piccoli.

Fonti di energia pulita come l’eolica e quella solare sono vincolate da limitazioni geografiche e climatiche, nonché dai costi e dalle difficoltà associate alla produzione su vasta scala. Anche le rinnovabili hanno il loro impatto ambientale – sebbene ancora poco chiaro – come inquinamento da luce e rumore.

“La colpa dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali non è delle singole aziende, ma dell’intero sistema di mercato globale” scrive Tang.

L’estrazione di risorse naturali modifica inevitabilmente l’ambiente. Una parte di questi danni rappresenta il prezzo stesso dell’industrializzazione, un’altra parte è causata da aziende che violano le regole. Tang sembra accettare questi costi: “Se non si apporta alcun cambiamento sostanziale all’economia di mercato globale, l’estrazione di risorse non si fermerà, né dovrebbe essere bloccata, altrimenti ad esserne danneggiate sarebbero solo alcune nazioni e aziende, con nessun beneficio ambientale complessivo”.

Le vedute di Tang sembrano giustificare la produzione e l’esportazione di inquinamento. E le sue teorie si traducono in prospettive sconfortanti per la risoluzione dei problemi ambientali globali.

Tang critica alcuni aspetti del moderno materialismo. A ogni uscita di un nuovo modello di iPhone una massa di consumatori si affretta a cambiare telefonino e in media questi cellulari di Apple in un anno consumano più energia di un frigorifero di medie dimensioni. Nello stesso tempo, l’estrazione delle terre rare, utilizzate per la loro fabbricazione, ha un grosso impatto ambientale.

Ma, a causa dell’elevato livello di divisione del lavoro nel sistema globalizzato, il cammino dall’estrazione dei materiali al prodotto finito è particolarmente tortuoso. In molti, specialmente le “élite” che vivono lontane dai fronti della produzione, non vedono quanti danni ambientali ha provocato il loro apparentemente ordinario consumo.

Tang sostiene che “le industrie manifatturiere affamate di energia e inquinanti, molto probabilmente saranno le prime a spostarsi dalla Cina all’Africa”.

L’anno scorso, durante la Central Economic Work Conference del 2014, alcuni funzionari ammisero pubblicamente che “la capacità di sopportazione ambientale della Cina si avvicina al limite”. Ciò sembra rendere più probabili le previsioni di Tang.

Il libro tuttavia non esplora le possibili implicazioni ambientali e occupazionali per l’Africa di questo processo di trasferimento della produzione.

Tratto da chinadialogue



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