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“Made in China 2025”, svolta o utopia?

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china … worker, james vaughan

 

Lasciarsi alle spalle le catene di montaggio della Foxconn (la multinazionale taiwanese che in Cina assembla gadget elettronici per i principali brand internazionali) per abbracciare un modello di manifattura avanzato, che crei marchi in grado di competere con quelli stranieri, sia nella Repubblica popolare sia sui mercati globali. L’obiettivo di “Made in China 2025”, il piano reso pubblico martedì 19 maggio dal Consiglio di Stato (il governo) potrebbe suonare come uno slogan, apparire come una pia illusione in un Paese alle prese con il rallentamento economico più evidente degli ultimi 25 anni e dal quale giungono gli echi di una Campagna anti-corruzione senza precedenti che ha colpito finora circa 100 mila funzionari del Partito Comunista (PCC).

 

In realtà “Made in China 2025” si configura come un imperativo, un aut aut (cambio di marcia o rischio crollo) per un PCC la cui legittimità a governare – a partire dalla repressione del movimento di piazza Tiananmen, nel 1989 – si è basata sempre meno sul collante ideologico e in misura crescente sulla sua capacità di assicurare benessere a nuove fette di popolazione.

 

La svolta prefigurata dal Piano presentato la settimana scorsa è indotta essenzialmente da tre fattori di stress, due interni e uno internazionale: il mutamento della dinamica demografica della Repubblica popolare (l’età media aumenta rapidamente e altrettanto velocemente diminuisce la forza lavoro disponibile); le devastazioni ambientali diffuse su tutto il territorio nazionale, risultato di un trentennio di sviluppo economico senza regole; il prolungato rallentamento della domanda dall’estero (e dunque dell’export del Dragone) per effetto del protrarsi della crisi esplosa nel 2008.

 

Proprio a partire da quest’ultimo elemento, “Made in China 2025” prefigura l’abbandono della strategia delle esportazioni di massa che ha trainato la crescita cinese negli ultimi 30 anni: “Da importazioni ed esportazioni di massa, a importazioni ed esportazioni di qualità”, titolava qualche giorno fa il Quotidiano del popolo.

 

Dalla manifattura alla manifattura, per far decollare la domanda interna

Datato 8 maggio 2015, il documento del consiglio di Stato riconosce che la sua industria manifatturiera ha permesso alla Cina di “conquistarsi lo status di nazione influente” ma che, paragonato a quello delle economie avanzate, il settore manifatturiero cinese è “grande ma non forte”. La manifattura tuttavia costituisce tuttora “la soluzione per la Cina alla ricerca di un nuovo motore economico e di un nuovo margine competitivo globale” che, per i motivi succitati, non può essere più dato dalla sovrabbondanza di manodopera a basso costo (la quantità di giovani lavoratori migranti diminuisce costantemente, contribuendo all’aumento dei salari) né dalla possibilità di continuare a dare carta bianca (da un punto di vista ambientale, fiscale, eccetera) alle aziende che producono in Cina in outsourcing per le grandi corporation.

 

Il ministro dell’industria e della information technology, Miao Wei, ha spiegato al quindicinale Caixin che alla Cina finora è mancata la tecnologia per alcune industrie chiave. In questo senso un piano “olistico” come “Made in China 2025” era indispensabile per segnare una svolta.

La strategia approvata dal premier Li Keqiang individua dieci macro aree su cui concentrarsi per dar vita a una manifattura high-endnuova information technologymacchine CNC e robotica; attrezzature aerospaziali; strumenti per ingegneria oceanica e imbarcazioni hi tech; materiale ferroviario; veicoli a risparmio energetico e a energia nuova; elettronica di potenza; nuovi materiali; industria farmaceutica e apparecchiature mediche; macchinari agricoli.

 

Lo sviluppo di questi settori dovrebbe contribuire a far decollare e mantenere alta nei prossimi decenni la domanda interna, dando alla classe media quel potere d’acquisto evocato a più riprese negli ultimi anni ma che, finora, non si è manifestato (in questo articolo prendiamo in esame solo i fattori produttivi, ma vanno ricordate le disfunzioni del sistema sanitario e pensionistico nazionale, che costituiscono importanti impedimenti alla spesa, inducendo masse di cinesi a consumare poco per garantirsi cure mediche e risparmi adeguati per la vecchiaia).

 

 

In un’analisi pubblicata su South China Morning Post, David Dodwell ha osservato come la genesi del Piano possa essere fatta risalire a una decina di anni fa, quando i tecnocrati di Pechino compresero le “fondamentali debolezze del loro modello basato sulle esportazioni” proprio osservando il ruolo di Foxconn, che rifornisce i mercati internazionali di iPhone e altri gadget elettronici assemblati nei suoi stabilimenti cinesi.

Secondo il direttore esecutivo dell’APEC Trade policy group di Hong Kong, appena fu loro possibile visionare quel processo produttivo, gli esperti del PCC notarono due cose: “primo, che il suo successo non si basa sul controllo dell’assemblaggio del prodotto finito, ma su attività ad alto valore aggiunto (principalmente servizi) lungo una catena di distribuzione lunga, complessa e internazionale“. “In secondo luogo – continua l’economista – constatarono che, puntando ad accaparrarsi lo stadio finale dell’assemblaggio, non avevano fatto altro che conquistare un’attività a basso salario, non qualificata e a basso valore aggiunto che aveva condannato i lavoratori a una povertà da salari bassi“.

 

Secondo Dodwell, i leader cinesi si sono resi conto che “costringendo la loro forza lavoro a salari da povertà stavano strangolando la crescita del mercato dei consumi interni e anche contribuendo a creare in futuro problemi di malcontento sociale. A partire dall’inizio degli anni Duemila, e in particolare dopo il crollo dei mercati finanziari nel 2008, hanno compreso il senso e l’urgenza di costruire le loro classi medie di consumatori“.

 

Pechino-Berlino-Tel Aviv, nuove alleanze sull’asse tecnologia-mercati 

Il modello proposto dal governo cinese ricalca quello di “Industrie 4.0“, la “Quarta rivoluzione industriale” tanto cara alla cancelliera tedesca Angela Merkel che mira a combinare Internet delle Cose (IoT), sistemi fisici-virtuali e Internet dei servizi: la nuova manifattura – sostiene Siemens, tra i principali investitori nel progetto – ha bisogno di “produzioni di massa altamente flessibili che possano essere adattate rapidamente ai cambiamenti del mercato, perché in futuro il cicli di vita dei prodotti saranno ancora più brevi”.

 

Germania e Cina, due giganti manifatturieri che hanno intrecciato le rispettive economie in un rapporto simbiotico, recentemente hanno sottoscritto una partnership per l’innovazionePechino mira a costruire 15 centri nazionali per l’innovazione entro i prossimi cinque anni, che dovranno diventare 40 entro il 2025.

 

Raggiungere nel prossimo decennio gli obiettivi fissati da “Made in China 2025” certamente non sarà facile. Tra gli scettici c’è chi ha sottolineato la presunta inconciliabilità tra il Piano e l’internet cinese, controllata e censurata (si veda il comunicato dell’ambasciatore tedesco a Pechino, Michael Clauss, che fa seguito a critiche analoghe avanzate dalla Camera di Commercio dell’Unione Europea).

E chi ha invece evidenziato le difficoltà nelle liberalizzazioni del settore dei servizi e di quello finanziario, giudicate come condicio sine qua non per il dispiegarsi dell’innovazione. Li Beiguang – vice direttore del Dipartimento di pianificazione del ministero dell’Industria e della information technology – ha dichiarato che il Piano sarà diretto dal governo, che però ne affiderà l’attuazione soprattutto alle forze economiche, garantendo loro uguale accesso al mercato. All’interno di un progetto così ambizioso andrà affrontata l’annosa questione della ristrutturazione delle grandi aziende di Stato (SOE). “Senza grandi dimensioni e potenza l’internazionalizzazione è piuttosto difficile”, ha dichiarato all’agenzia Reuters Li Dongsheng, direttore esecutivo del gigante cinese delle telecomunicazioni TLC, spiegando così l’obiettivo delle controverse ristrutturazioni in gestazione per quel centinaio di SOE più grandi.

 

Per quanto possa rivelarsi lungo e accidentato in futuro, quello riassunto e schematizzato in “Made in China 2025” è però un percorso ormai intrapreso, di cui già si intravedono i primi potenti segnali.

Basti pensare, ad esempio, alla quantità di tecnologia che la Cina sta acquisendo da Israele e dalla sua Silicon Wadi. Oppure al finanziamento delle startup da parte di giganti nazionali dell’industria hi tech e di venture capitalist. O ancora all’inizio della robotizzazione delle fabbriche proprio in quelle province da cui era partita la politica di “Riforme e apertura” lanciata oltre 35 anni fa da Deng Xiaoping. O agli investimenti nella ricerca sui circuiti integrati e ai record dei computer “made in China”. O agli indispensabili progressi in campo accademico e della ricerca e sviluppo.

 

Se la Cina, come promettono i leader del PCC, diventerà una “potenza manifatturiera” nel 2049 (quando ricorreranno i 100 anni dalla fondazione della Repubblica popolare) dipenderà da tanti fattori, tra cui la competizione con le economie avanzate e con quelle in via di sviluppo che incalzano. È evidente però già da ora che i leader cinesi stanno mobilitando enormi risorse, umane e materiali, pubbliche e private, e il peso dello Stato, alla rincorsa del loro sogno.