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A tutta produttività




 

Dopo oltre tre decenni di crescita accelerata fondata sullo sfruttamento di manodopera a basso costo e vantaggi demografici, oltre che su progressive riforme di mercato e sull’apertura internazionale, la Cina deve ora vedersela con l’aumento dei salari e la riduzione della forza lavoro. La sua crescita in futuro dipenderà sempre di più dall’innovazione e dall’aumento di produttività. Riuscirà la seconda economia del Pianeta a compiere questa transizione?

 

Per 25 anni consecutivi a partire dal 1990, l’economia cinese è cresciuta a un tasso superiore al 6% annuo. Si tratta di una performance spettacolare ed eccezionale, frutto essenzialmente della combinazione di bassi salari e di una struttura demografica favorevole, il potenziale dei quali si è tradotto nella crescita attuale grazie a una sequenza di riforme istituzionali di mercato all’interno, e a una maggiore apertura al commercio e agli investimenti stranieri.

 

Ma, a partire dal 2011, la forza lavoro cinese ha iniziato a ridursi (in parte a causa della politica di pianificazione familiare di tre decenni prima). L’introduzione di cambiamenti come l’aumento dell’età pensionabile o un incremento della forza lavoro femminile, nella migliore delle ipotesi ne rallenteranno il declino. L’ammorbidimento della politica del figlio unico nel novembre 2015, nel corso dei prossimi 15 anni, renderà l’indice di dipendenza anche peggiore, senza alterare l’entità della forza lavoro (nessuna coppia può infatti dare alla luce un neonato di 16 anni!).

 

A causa di questi fattori, la crescita della produttività del lavoro deve diventare un motore importante della crescita economica complessiva. Nel 2015, il tasso di investimento sul prodotto interno lordo (Pil) della Cina, al 43,3%, era già alto rispetto agli standard internazionali, rendendo improbabile un aumento della produttività del lavoro per effetto di investimenti fisici continui. Inoltre, il ritorno sugli investimenti ha mostrato segni di diminuzione dal 2008.

 

 

L’aumento della produttività potrebbe arrivare per effetto di una migliore distribuzione delle risorse, inclusa un’ulteriore riforma delle aziende di Stato (SOE), ma anche quest’area di potenziale incremento della produttività presenta dei limiti. È improbabile infatti che le future riforme saranno aggressive come quelle passate, in parte perché molti dei frutti più facili da cogliere sono già stati raccolti, e anche perché la società (leggi: i gruppi d’interesse) attualmente hanno più strumenti per bloccare le riforme di quanti ne avessero in passato.

 

 

Quindi la Cina sarà o no in grado di raccogliere la sfida e passare a un modello di crescita maggiormente incentrato sull’innovazione? E che tipo di politiche dovrebbe perseguire il governo per favorire questa transizione?

 

Dall’esame degli indicatori sui brevetti, abbiamo rilevato che le aziende cinesi sono diventate sempre più innovative, sia in termini assoluti, sia rispetto ad altre economie emergenti, sia a quelle che presentano il maggior numero di brevetti. In particolare, la crescita di brevetti ottenuti dalle aziende cinesi, sia in patria che negli Stati Uniti, è più rilevante di quella di altri paesi BRICS e dei principali paesi dell’OECD, se si considerano le dimensioni e il livello di reddito del paese. Le aziende cinesi sono spinte ad innovare per centrare due obiettivi principali: trarre vantaggio dall’espansione del mercato globale e rispondere ai crescenti costi del lavoro.

 

Oltre alla correlazione tra dimensione dell’azienda e livello d’innovazione, e a quella tra status di esportatrice e grado d’innovazione, abbiamo evidenziato diversi altri modelli. Anzitutto, l’espansione delle opportunità di mercato per effetto della riduzione dei dazi da parte dei partner commerciali tende a favorire l’innovazione.

 

Secondo, le aziende rispondono all’aumento dei salari impegnandosi ad innovare di più; e ciò è valido in maniera particolare per le aziende dei settori ad alta intensità di lavoro e per i settori che comportano lo svolgimento di mansioni di routine. Questo schema suggerisce alcuni motivi di ottimismo sulla possibilità che le aziende cinesi diventino più innovative mentre nel Paese i salari continuano a crescere.

 

Terzo, i prodotti cinesi hanno conquistato una fetta sempre più ampia del mercato interno, mentre l’aumento della loro competitività sul mercato internazionale suggerisce che nel tempo essi hanno evidenziato un miglioramento di qualità.
I segnali registrati ci dicono che l’innovazione risponde positivamente ai sussidi e negativamente alle tasse.

 

 

Ma la distribuzione dei sussidi sembra fortemente sbilanciata n favore delle aziende di Stato, specialmente quelle in mano ai governi locali. Mentre le compagnie del settore privato evidenziano un tasso d’innovazione per renminbi investito in ricerca e sviluppo più elevato rispetto alle SOE. Se i sussidi servono a favorire l’innovazione, i risultati relativi a quest’ultima nel complesso dell’economia sarebbero maggiori se venissero destinati a ricerca e sviluppo piuttosto che alle SOE.
Nello stesso tempo, il livello effettivo di tassazione sembra variare non solo tra diversi settori ma anche tra le aziende. E le SOE risultano soggette a una tassazione più elevata rispetto alle aziende private. Anche al netto degli incentivi, le SOE – in particolare quelle di grandi dimensioni – sono ancora soggette a una pressione fiscale più elevata delle compagnie private. E ciò dà luogo a ulteriori distorsioni.

 

 

Le riforme dovrebbero prevedere una riduzione simultanea dei sussidi e delle tasse, e un trattamento più uniforme tra aziende di Stato e compagnie private. Livellare il campo di gioco per le aziende di qualsiasi proprietà, limitare la discrezionalità del governo nella distribuzione di sussidi per la ricerca e sviluppo e assicurare che anche le aziende del settore privato possano ottenere quei sussidi ne migliorerebbe la distribuzione, aumentando l’efficienza.

 

 

Tratto da EASTASIAFORUM

 

Shang-Jin Wei è docente presso la Columbia University, New York, and Research Associate at the National Bureau of Economic Research.

Zhuan Xie è Research Fellow presso la State Administration of Foreign Exchange (SAFE) of China

Xiaobo Zhang è Distinguished Professor presso la Peking University, Beijing, e Senior Research Fellow presso lo International Food Policy Research Institute, Washington

 



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