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Il sinologo del XXI secolo

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Green China, Steve Webel

 

Quando, nel 1986, comunicai ai miei genitori la ferma convinzione di partire per Venezia dove avrei studiato la lingua e la cultura cinesi, si aprì in famiglia una cupa stagione di musi lunghi, silenzi, tensioni e contrasti che si sono dissolti solo quando ho dimostrato che dalla mia bizzarra idea iniziale poteva scaturire un lavoro, un lavoro “vero”. Oggi, quasi trent’anni dopo, incontro molti genitori – solo apparentemente più informati di quanto non lo fossero i miei – che consigliano (talora quasi forzano) i propri figli a scegliere un percorso di studi che vanti corsi di lingua cinese.
Al di là del pittoresco dettaglio di una vicenda che resta meramente personale, ritengo che sia indubbia la cifra indicativa che traspare da quanto appena scritto: la percezione della Cina è profondamente mutata negli anni, al punto da aver fatto assumere a questo immenso paese profili diversi, spesso contrastanti. In questa sede vorrei, tuttavia, riflettere non tanto sulla Cina, bensì sui mutamenti che ho rilevato nella comunità dei sinologi italiani in questa fase così cruciale, contrassegnata dal passaggio dall’essere mosche bianche dell’accademia al dover fronteggiare aule gremite da centinaia di studenti.

 

 

La sinologia italiana, va detto, è cresciuta in termini numerici almeno quanto sono cresciuti gli studenti di lingua cinese nelle aule, universitarie e non. Si pensi all’Associazione Italiana di Studi Cinesi (AISC), fondata da un manipolo di pionieri nel 1979 con lo scopo di raccogliere esperti che, a vario titolo e a vario livello, operavano nelle università italiane. Ebbene, oggi l’AISC ha raggiunto una cifra considerevole di membri: circa 300. L’aumento crescente e costante di soci risente, di certo, dell’incremento del numero degli Atenei della nostra penisola nei quali sono presenti Dipartimenti, Corsi di Laurea o, semplicemente, singoli insegnamenti dal carattere sinologico.

Un dato interessante che emerge dalla composizione dei membri dell’Associazione è costituito dalla presenza, ancora limitata ma pur sempre significativa, di giovani studiosi stranieri (anche cinesi) formatisi nelle nostre università e che, a tutti gli effetti, contribuiscono con il loro apporto a caratterizzare la cosiddetta “sinologia italiana”. D’altro canto, però, è doveroso considerare anche un’altra componente (purtroppo scarsamente rappresentata nell’AISC) che arricchisce e, per certi versi, mette in crisi la categoria di cui sopra, ovvero la nutrita compagine di studiosi italiani che opera all’estero (anche in Cina), dopo aver iniziato il proprio percorso di formazione in Italia.

 

La transizione di un campo di studi duramente colpito dai tagli governativi

Quanto finora rilevato lascia intravedere la natura obliqua della sinologia italiana colta in una decisiva fase di transizione caratterizzata, da una parte, dalla capacità di arricchirsi del contributo di nuove e già esperte leve dall’esterno e, dall’altra, dall’incapacità di ancorare a sé quei “cervelli” (espressione infelice, lo so) che all’estero se ne sono andati e all’estero vogliono restare. Se è vero che, ovunque, tagli e ridimensionamenti si sono abbattuti sulle comunità accademiche e scientifiche, è innegabile come nel nostro paese il contraccolpo sia stato devastante. Riforma dopo riforma, i macchinosi processi di assunzione del personale docente, la cronicizzazione della precarizzazione e la mancanza di condizioni adeguate per svolgere ricerca ad alto livello hanno spinto non pochi giovani a cogliere quelle opportunità che altrove venivano loro offerte. Mantenere un legame con questa componente di studiosi che ha trovato spazio fuori dai confini italiani potrebbe essere il primo passo verso la tanto agognata “internazionalizzazione”, o, meglio, verso una proiezione su scala internazionale della nostra ricerca.
Del resto, la mia convinzione è che il futuro della sinologia italiana non possa che dipendere proprio dalla qualità della ricerca che essa saprà esprimere: il numero esorbitante di studenti che i vari Atenei sbandierano per far leva sui rispettivi organi di governo e ottenere, così, nuove posizioni di ricercatori e professori, non è certo un indicatore qualitativo.

 

È lecito attendersi che i numeri degli iscritti, prima o poi, si stabilizzino e, dunque, puntare sulla crescita continua degli studenti potrebbe rivelarsi un boomerang. In più, il dato meramente quantitativo degli iscritti spesso non basta né a livello locale né nazionale per sensibilizzare chi di dovere sulla sofferenza didattica che caratterizza i corsi di lingua cinese: infatti, settori scientifico-disciplinari ben più solidi e influenti stentano, per varie ragioni, a riconoscere le necessità minime dettate dalla ricerca e dalla didattica del cinese. Può sembrare strano, ma, dei colleghi che lavorano fuori dal mio Dipartimento, solo una minima parte è consapevole degli sforzi che i nostri studenti compiono per approcciare – da principianti assoluti – una lingua così complessa e un mondo culturale altrettanto ricco e profondo. Sul piano normativo, l’attuale configurazione dei cosiddetti “Settori Scientifico Disciplinari” ci penalizza, contribuendo a proiettare un’immagine della sinologia ampiamente superata.

 

Non solo boom di matricole, fare squadra per migliorare didattica e ricerca

La creazione di macro-settori generalissimi, infatti, comprime la complessità e la differenziazione di specializzazioni accomunate blandamente dal denominatore “Cina”, o, peggio ancora, “Asia”. Ad esempio, a fronte di distinzioni nette tra “Filologia italica, illirica, celtica”, “Lingua e letteratura latina”, “Filologia classica”, “Filologia e linguistica romanza”, “Filologia della letteratura italiana”, “Letteratura italiana”, “Letteratura italiana contemporanea”, si riscontra un calderone battezzato “Lingue e letterature della Cina e dell’Asia sud-orientale” dove albergano esperti areali tra loro distanti anni luce (classicisti, modernisti, linguisti, filologi, paleografi, codicologi, fonetisti e altri ancora).

 

Non dimentichiamo che la generazione di sinologi che mi ha preceduto ha patito non poco la marginalizzazione accademica e, con sforzi immensi, ha reso possibile un consolidamento a livello nazionale del settore: ciò che resta da fare, adesso, è mettere a frutto quanto è stato ottenuto e rafforzare la presenza della ricerca sinologica italiana sullo scenario internazionale. Occorre, a mio parere, fare squadra, soprattutto per promuovere politiche di innalzamento della qualità, tanto della didattica quanto della ricerca. Una volta assorbita la “overdose” di iscrizioni ai corsi di cinese, gli unici criteri realmente dirimenti nel determinare il peso specifico dei vari Atenei saranno la qualità della ricerca espressa e la sostenibilità dei corsi che verranno erogati.
Per certi versi, gli strumenti per spiccare il salto e renderci maggiormente visibili sono già presenti. Ci sono voluti anni, ma oggi risulta ben più facile rispetto a un passato vicinissimo pubblicare per alcune case editrici prestigiose che, finalmente, si sono accorte della fetta di mercato rappresentato dagli studenti (fetta tutt’altro che trascurabile…) e dei lettori più attenti, affamati di libri seri e affidabili sulla Cina. Progetti editoriali ambiziosi e dal respiro internazionale sono stati avviati e, in alcuni casi, si sono già conclusi, producendo opere destinate a restare nel tempo. La portata di simili operazioni offusca l’impatto generato della febbre (contagiosissima!) che ha portato giornalisti, osservatori, critici e accademici estranei all’area sinologica a guardare verso la Cina e a inondare le librerie di pubblicazioni dal profilo spesso scadente, dimostrando così che sinologi non ci si può certo improvvisare.

Quanto auspico non è una chiusura, tutt’altro: contaminazioni e sconfinamenti interdisciplinari sono d’obbligo, poiché solo così si acquisiscono quegli strumenti metodologici imprescindibili per un ricercatore. Tuttavia, così come è vero che un sinologo non è un tuttologo della Cina, allo stesso modo giuristi, economisti, filosofi e storici necessitano di competenze adeguate per poter condurre ricerche sulle aree di cui intendono occuparsi, Cina inclusa.
In conclusione, non credo sia determinante in questa fase di transizione ridefinire lo status del “sinologo”, categoria ambigua, per certi versi, e forse, chissà, anche superata. Al di là delle personali convinzioni, ritengo opportuno ribadire che la padronanza della lingua costituisce ancora un elemento decisivo e giustifica, da solo, quanto un’associazione come l’AISC e i vari centri sinologici italiani dovrebbero continuare a porsi come obiettivo prioritario: formare studiosi che dimostrino capacità adeguate per addentrarsi nello studio delle fonti primarie e secondarie riferite ai più disparati ambiti della civiltà cinese.

 

 

Attilio Andreini è Segretario Generale di A.I.S.C. (Associazione Italiana Studi Cinesi) e Professore Associato presso il Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove insegna Lingua Cinese Classica e Fonti Manoscritte e Trasmissione del Sapere nella Cina antica