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Il premier di Taiwan:
lotto per l’indipendenza
Pechino: la pagherete




Pechino ha avvertito oggi Taiwan che l’Isola “pagherebbe le conseguenze” di un’eventuale dichiarazione di indipendenza dell’ex colonia giapponese dove, nel 1949, si rifugiarono i nazionalisti sconfitti dai rivoluzionari guidati da Mao Zedong.

 

Ieri il primo ministro di Taiwan, William Lai Ching-te, aveva dichiarato in parlamento di essere “un politico che sostiene l’indipendenza di Taiwan e anche un teorico pragmatico a favore di questa ipotesi”. Mai finora un premier della cosiddetta Repubblica di Cina si era espresso così chiaramente in favore dell’indipendenza del territorio che Pechino considera una “provincia ribelle” da riconquistare anche con la forza.

 

Ex sindaco della città meridionale di Tainan, Lai – premier dall’8 settembre scorso – è considerato un fondamentalista pro-indipendenza. La sua uscita, alla vigilia del 19° Congresso del Partito comunista cinese (che si aprirà a Pechino il prossimo 18 ottobre) rischia di allargare ulteriormente il divario che si è aperto nell’ultimo anno e mezzo tra le due sponde dello Stretto.

 

L’esternazione del politico del Partito democratico progressista (DPP) della presidente Tsai Ing-wen ha suscitato l’immediata reazione della Cina. Ma Xiaoguang – portavoce dell’ufficio per gli affari taiwanesi di Pechino – ha dichiarato oggi che “Taiwan è una parte inseparabile del territorio cinese, non è mai stata un paese e non diventerà mai un paese”. “La Cina si oppone in maniera decisa a qualsiasi discorso o azione che promuova l’indipendenza di Taiwan – ha proseguito Ma – e non permetterà mai che si ripeta la tragedia storica della separazione della Nazione. Chi sosterrà l’indipendenza o la separazione di Taiwan, ne pagherà le conseguenze”.

 

Il Consiglio di Taiwan per le relazioni con il Continente ha a sua volta replicato che è una “realtà oggettiva” che la Repubblica di Cina è uno Stato indipendente e che “il futuro di Taiwan e lo sviluppo delle relazioni tra le sponde dello Stretto verranno decisi dai 23 milioni di abitanti di Taiwan”.

 

Dopo l’elezione – nel gennaio 2016 – della “indipendentista” Tsai Ing-wen alla presidenza di Taiwan, le relazioni tra le due sponde dello Stretto sono peggiorate, con la sospensione dei meccanismi di dialogo bilaterale utilizzati fino a quel momento e il crollo del turismo cinese a Taiwan. L’Isola – che può contare sul sostegno militare degli Stati Uniti – nello stesso periodo ha visto ridursi il suo già esiguo riconoscimento internazionale, con Sao Tomé e Principe e Panama che hanno riconosciuto la Repubblica popolare cinese, di conseguenza rompendo le relazioni diplomatiche con la Repubblica di Cina (riconosciuta solo da 19 Stati, più la Santa sede).

 

Dopo l’elezione di Tsai, il suo governo si è trovato di fronte alla difficile realtà della mancanza di un’alternativa al riavvicinamento – anche politico – alla Repubblica popolare intrapreso dalle precedenti amministrazioni guidate dai nazionalisti Kuomintang (KMT).
La leader del DPP insiste che, alla luce del nuovo scenario internazionale e dell’ascesa della Cina, per Taiwan è necessario trovare nuove strade. Ma quali?

 

Nel corso del congresso del DPP, domenica scorsa Tsai ha fatto sapere di aver dato istruzione al think tank del partito di approfondire 12 tematiche, tra le quali la difesa nazionale, la politica internazionale, la sicurezza regionale, la riforma costituzionale e le relazioni tra le due sponde dello Stretto.



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