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Il petrolio iracheno spinge Pechino sulla ribalta mediorientale

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il padiglione del petrolio all’expo di shanghai, blaine o’ neill

 

Erano 23 anni che un ministro degli esteri cinese non metteva piede sul suolo dell’antica Mesopotamia. Questo dato statistico – col quale i media di Pechino hanno sottolineato l’importanza della visita a Baghdad, il 23 febbraio scorso, di Wang Yi – non significa però che nell’ultimo ventennio i dipartimenti del Partito comunista (Pcc) e le compagnie petrolifere della Repubblica popolare siano rimasti ad osservare con le mani in mano i drammatici eventi iracheni.

Il mese scorso, quando Wang ha incontrato il premier Nuri al Maliki e il ministro degli esteri Hoshyar Zebari, quest’ultimo nel corso di una conferenza stampa congiunta ha ricordato che la Cina è “il nostro principale partner commerciale e il principale investitore nei settori del petrolio e dell’energia elettrica”. Tra i due governi negli ultimi anni è stata intrecciata un’alleanza cementata dalla vendita di greggio iracheno per alimentare la crescita della Cina, che dal settembre 2013 – scavalcando gli Stati Uniti – è diventata il primo paese importatore al mondo e che nel gennaio scorso ha fatto registrare il record di 6.630.000 barili acquistati al giorno.

Da parte sua, il vice premier e ministro per l’energia di Baghdad, Hussain al Shahristani ha dichiarato di voler portare la produzione di petrolio a 4 milioni di barili al giorno entro quest’anno (da 3,5 milioni registrati nel 2013) e, dal 2015, a 4,7 milioni di barili al giorno. L’Iraq è quinto al mondo per riserve di greggio e secondo produttore dell’Opec (l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) dopo l’Arabia Saudita. Alla Cina l’anno scorso ha venduto 882.000 barili in media al giorno. Tuttavia, sia per l’obsolescenza delle sue infrastrutture sia per il perdurare della minaccia delle milizie sunnite anti-governative (con 8.000 civili uccisi l’anno scorso, il conflitto è riesploso dopo che, dal 2008 al 2012, la violenza settaria era diminuita) e dei contrasti con la minoranza curda (che vive in un’area ricca di greggio), riesce a sfruttare solo parzialmente il suo oro nero.

Il governo (il 90% circa delle entrate dello Stato deriva dall’export di greggio) spera di raggiungere quota 11 milioni di barili al giorno nel 2040. Per centrare quest’obiettivo – oltre che di pacificare il Paese – ha bisogno di costruire e ammodernare impianti d’estrazione, oleodotti e raffinerie. Ed è qui che entra in gioco la Cina. Secondo quanto riferito dall’agenzia finanziaria Zawya, un mese prima dell’arrivo di Wang, il ministro iracheno del petrolio, Abdul Karim Laebee, ha chiesto ufficialmente all’ambasciatore cinese, Wang Yong, di aumentare gli investimenti per la ricostruzione e lo sviluppo del settore. La risposta, affermativa, è arrivata direttamente dal ministro: “Le compagnie cinesi gestiscono aree petrolifere irachene da molti anni, hanno una grande esperienza, sono in possesso di una tecnologia matura e hanno intenzione di aiutare l’Iraq a costruire un sistema e una catena industriale petrolifera completa”.

 

Progetti faraonici per soddisfare la sete di greggio delle industrie cinesi

A guidare gli investimenti iracheni di Pechino sono due grandi aziende di Stato (SOE), China national petroleum corporation (CNPC) e PetroChina. La prima ha recentemente acquisito il 25% delle azioni del progetto “West Qurna 1” (guidato da una joint venture tra la texana Exxon Mobil e l’olandese Shell), con riserve stimate di 8,6 miliardi di barili, nel sud del Paese, in posizione strategica sullo Shatt al arab, alla confluenza dei fiumi Tigri ed Eufrate, navigabile da parte delle grandi petroliere con accesso diretto, dopo 150 chilometri, al Golfo Persico e di lì un corridoio aperto – attraverso l’Oceano indiano e lo Stretto di Malacca – verso il Mar cinese meridionale. La CNPC produce circa due milioni di barili al giorno in diversi impianti, tra cui – in consorzio con la British petroleum – il gigantesco Rumaila (primo giacimento iracheno con riserve per 17,8 miliardi di barili) a poche decine di chilometri dallo sbocco al mare. Ad Halfaya, sempre nel sud (alla frontiera con l’Iran) PetroChina ha in corso il suo progetto più importante al di fuori dei confini nazionali: la costruzione, entro la fine del 2014, di un oleodotto di 272 chilometri che collegherà i pozzi di Halfaya, Buzurkan, Fuka e Abu Ghareb al terminal di esportazione di Al Faw, sul Golfo Persico e, a partire dal 2015, raddoppiare la produzione di Halfaya, da 100.000 a 200.000 barili al giorno.

La Cina – che soddisfa ancora col carbone la maggior parte del proprio fabbisogno energetico – negli ultimi anni ha aumentato e diversificato le proprie importazioni di greggio (19% dall’Arabia saudita, 14% dall’Angola, 8% dall’Iraq, 8% dall’Iran…). Così qualche giorno fa un funzionario di Japan Oil, Gas and Metals National Corporation ha spiegato la situazione alla Nikkei asian review: “Le aziende cinesi stanno facendo il loro ingresso attivo in quelle aree instabili dalle quali le compagnie statunitensi ed europee preferirebbero tenersi a distanza di sicurezza. E stanno anche stabilendo relazioni salde con il ministero iracheno del petrolio”.

 

Baghdad, Tehran, Damasco…Gerusalemme. Dove gli Usa hanno già fallito

A favorire l’espansione cinese in Iraq hanno contribuito anche la scoperta dei giacimenti di “shale gas” negli Usa, che ha ridotto la dipendenza di questi ultimi dal greggio mediorientale e gli accordi sottoscritti dai cinesi, che – a differenza delle major occidentali – si accontentano dei profitti più bassi garantiti dal governo iracheno, perché la priorità delle “State owned enterprises” (SOE) cinesi, più che il profitto, è assicurare le forniture energetiche necessarie a sostenere lo sviluppo industriale del Paese.

Un’alleanza quella Cina-Iraq (alle spalle della quale c’è quella tra la Cina e l’Iran sciita, principale sponsor del governo iracheno) che a Baghdad ha spinto Wang a discutere di diplomazia mediorientale e affari interni oltre che di idrocarburi. Temi che il ministro degli esteri cinese aveva affrontato per esteso un mese prima in un’intervista al network panarabo Al Jazeera. “Riteniamo che le diverse fazioni possano essere unite per completare il compito politico delle elezioni parlamentari (previste per il mese prossimo, ndr) e aprire la strada alla costruzione di infrastrutture e alla ricostruzione”. Con gli interessi in campo nel Paese, è chiaro che la Cina vuole un Iraq stabilizzato. Parallelamente ai suoi interessi economici e a un parziale disimpegno degli Stati Uniti dalla Regione, il peso della Repubblica popolare nella diplomazia mediorientale è destinato ad aumentare. Pechino ne è consapevole. E nel dicembre scorso Wang ha espresso sostegno ai negoziati di pace israelo-palestinesi, segnalando una disponibilità della Cina ad aggiungersi al Quartetto (Usa-Russia-Ue-Onu) di mediatori internazionali.

Ma, prima che Pechino si getti nel ginepraio israelo-palestinese, certamente farà sentire sempre più forte la sua voce su tanti dossier caldi, dal nucleare iraniano alla guerra civile siriana, passando per il conflitto tuttora in corso nell’eldorado petrolifero iracheno.