Asia

Se per l’ex nemico Pechino
fa da garante nel Pacifico




Three hands, Jonathan Kos-Read

Three hands, Jonathan Kos-Read

 

La politica estera della Repubblica Popolare Cinese (RPC) è ispirata ad alcune linee guida quasi millenarie che, in tempi più recenti, sono state sussunte nei cosiddetti “Cinque Princìpi della Co-esistenza Pacifica”: mutuo rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale; mutua non aggressione; mutua non interferenza negli affari interni; reciprocità e mutui benefici; co-esistenza pacifica.

 

Questa idea di politica estera si è legata negli ultimi tempi al pensiero di Xi Jinping del “Socialismo con caratteristiche cinesi per una Nuova Era”, che il XIX Congresso ha inserito nello statuto del Partito, e, più in generale, al cosiddetto “Sogno Cinese”, ossia l’aspirazione della sua leadership politica di rendere il Paese nuovamente una grande potenza, capace di modellare strutture e princìpi del sistema internazionale.

 

È palpabile, però, uno scarto tra le visioni alla base di questi orientamenti. Se i “Cinque princìpi” si integrano perfettamente con un approccio “hide and bide” (“nascondi la forza, aspetta il momento”, Deng Xiaoping, 1990) e con una proiezione diplomatica limitata, tesa a mantenere ordine e stabilità nella sola periferia cinese, il “Sogno Cinese” (Xi Jinping, 2013) e la “Nuova Era” (Xi Jinping, 2017) non possono che accompagnare un approccio più assertivo della Repubblica popolare cinese (RPC) sullo scenario internazionale e le sue ambizioni globali. Oggi la leadership cinese può vantare una crescita economica quarantennale e proporsi come modello di sviluppo per gli altri paesi nel mondo (v. p. 9).

 

Di fronte a sé, la Cina trova oggi un’America nuova. L’amministrazione di Donald Trump ha fatto del “Make America Great Again” il principio fondante anche della politica estera e dell’approccio strategico statunitense. Tra le righe della National Security Strategy 2017 si percepisce l’enfasi sulla reciprocità e l’equità degli accordi commerciali e sulla necessità di correggere gli squilibri della bilancia dei pagamenti sofferti da Washington neutralizzando quelli che da Washington vengono giudicati effetti nocivi di un commercio globale distorto, che incoraggerebbe l’opportunismo e gli accordi non vantaggiosi per gli USA. Ogni riferimento a Pechino non è affatto casuale: fin da subito, Trump ha utilizzato toni duri nei confronti della Cina, colpevole, secondo l’inquilino della Casa bianca, di condurre pratiche commerciali scorrette per guadagnarsi vantaggi a discapito di Washington.

 

Ad oggi, però, i provvedimenti adottati sembrano restituire più un quadro di “America alone” che di “America first”, che ha causato non pochi scontenti, primo fra tutti quello del Giappone. L’unilaterale cancellazione della Trans-Pacific Partnership (TPP) ha lasciato un vuoto che la Cina può facilmente colmare. Negli ultimi anni, infatti, la RPC si è fatta promotrice di alcune importanti iniziative multilaterali in tema di commercio e finanza internazionale.

 

Dopo aver conseguito l’inserimento dello yuan tra le valute di riserva del FMI il 1° ottobre 2016, la Cina progetta di far denominare un numero sempre maggiore di scambi in renminbi e, anche per tal scopo, è alla ricerca di nuove partnership regionali o inter-regionali. Un esempio della nuova assertività cinese è la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), l’accordo che legherebbe gli undici membri dell’ASEAN a sei paesi limitrofi (Australia, Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Nuova Zelanda) in un’unica area di libero scambio. Questa proposta – i cui negoziati vanno avanti dal 2012 – è stata immediatamente battezzata come l’anti-TPP e darebbe vita a un’area di libero scambio il cui è prodotto sarebbe pari a circa il 40 % del PIL mondiale e dove si svolgerebbe circa il 30% del commercio internazionale.

 

Le altre principali iniziative internazionali di Pechino sono l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) e la New Development Bank (NDB) la cosiddetta “banca dei BRICS”. La prima, nominalmente di natura regionale ma sostanzialmente a carattere globale, andrà a competere con (i cinesi sostengono in realtà che sarà complementare con) le istituzioni già presenti legate al Giappone o agli Stati Uniti (Asian Development Bank e World Bank). La New Development Bank, presentata da molti come l’anti-FMI, legherà ancora di più gli investimenti nei paesi BRICS ai finanziamenti cinesi.
Due dossier potranno determinare un crescente allontanamento di Tokyo se Washington continuerà a tenere una posizione unilaterale e isolazionista: quello nordcoreano; e la guerra commerciale.
Per quanto riguarda il primo, Donald Trump dovrebbe incontrare Kim Jong-un tra la fine di maggio e l’inizio di giugno 2018, dopo il viaggio segreto di Mike Pompeo, ex direttore della CIA e futuro Segretario di Stato, a Pyongyang svoltosi durante il week-end di Pasqua. Un faccia a faccia tra Trump e Kim potrebbe segnare un importante punto di svolta nella gestione della crisi nord-coreana. Il problema, però, è di nuovo il Giappone. Una soluzione negoziale con la Corea del Nord legittimerebbe un attore che ha manifestamente attentato alla pace della regione con azioni dirette, in particolare, contro Tokyo.

 

Ma la questione principale rimane un’altra: se Trump dovesse ottenere l’interruzione del programma missilistico di lungo raggio potrebbe facilmente cantare vittoria in patria ma lascerebbe Pyongyang libera di continuare il suo programma missilistico di teatro e di corto raggio, ossia quello capace di raggiungere il territorio nipponico. Shinzo Abe si è detto “preoccupato” dei possibili sviluppi del negoziato. Inoltre, se il Giappone avesse il presentimento che è la Cina ad avere il maggior potere negoziale con Pyongyang e a poter convincere Kim ad interrompere le minacce, non avrebbe remore a rivolgersi a Pechino per risolvere la crisi.

 

Il dossier della guerra commerciale è meno pressante per il Giappone ma potrebbe avere ripercussioni importanti. L’imposizione di dazi ad alcune categorie di prodotti cinesi da parte dell’amministrazione Trump ha scatenato l’immediata rappresaglia di Pechino che è andata a colpire le importazioni dalle regioni in cui Donald Trump ha ottenuto il maggior numero di consensi, cioè dalla cosiddetta Corn Belt, il cuore agricolo dell’America. Nell’aprile 2018, Pechino e Tokyo hanno rilanciato il “high-level economic summit” durante il viaggio di tre giorni di Wang Yi, Ministro degli Esteri cinese, nella capitale nipponica. Durante il summit, i delegati di entrambi i paesi hanno a più riprese bocciato le derive protezionistiche e difeso il commercio globale. È da notare che è stata la Cina, dopo anni di temporeggiamenti, a premere perché si tenesse l’incontro.

 

Una ripresa della cooperazione sul tema dei confini e i diritti marittimi nel Mar Cinese Orientale potrebbe oliare ingranaggi da lungo tempo arrugginiti e far passare in secondo piano le numerose questioni irrisolte tra i due paesi.
Stabilità e prosperità nella regione Asia-Pacifico potrebbero diventare il cuore della proposta della Repubblica Popolare Cinese per scalzare l’egemone americano dalla area più dinamica del pianeta. A tal fine, a Cina dovrà essere capace di capitalizzare le opportunità che l’amministrazione americana le sta offrendo e affinare gli strumenti che ha a disposizione: diplomazia e commercio.



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