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Il coronavirus manda
in frantumi l’immagine
internazionale della Cina

L’immagine internazionale che la Cina si era costruita negli ultimi anni attraverso il suo “soft power” è stata fatta a pezzi dalla pandemia di coronavirus. Il Covid-19 (identificato per la prima volta nella metropoli di Wuhan) ha fatto evaporare la narrazione di una potenza in ascesa che avanza pacificamente lungo una nuova via della Seta che promette benefici per tutti.

A rivelarlo è uno studio del Pew Research Center condotto in 14 economie avanzate. In questi paesi è stata proprio la gestione del coronavirus da parte di Pechino a determinare – nel 61% degli intervistati – sfiducia o ostilità nei confronti del gigante asiatico.

 

Il Giappone è risultato il più “polarizzato”, con l’86% che valuta negativamente le politiche cinesi, e solo il 9% che esprime un giudizio positivo.

Negli Stati Uniti le opinioni negative sulla Cina (73%) sono aumentate del 13% rispetto al 2019 e del 20% da quando Trump ha assunto la presidenza.

Più equilibrata la percezione in Italia, dove il 62% vede negativamente e il 38% positivamente la Cina.

In Gran Bretagna circa i 3/4 della popolazione esprime un  giudizio negativo sulla Cina (+19% rispetto a un anno fa).

Il peggioramento più netto si è registrato in Australia (alleato di ferro degli Usa, che con Pechino ha una serie di contenziosi politico-commerciali), dove l’81% (+24% rispetto al 2019) ha un’idea negativa della Cina.

 

In nove dei 14 paesi nei quali è stato condotto lo studio dell’Istituto con sede a Washington, nel 2020 la percezione della Cina è risultata la peggiore degli ultimi dieci o più anni da quando è iniziata la pubblicazione della ricerca.

 

Influenzate dalla politica di “containment” della Cina varata dall’Amministrazione Trump e dalla crescente diffidenza nei confronti di Pechino della stessa Unione europea, queste percezioni rischiano a loro volta di alimentare politiche sempre più antagonistiche.

 

Se la prima vittima di questo clima di sfiducia è stata la cooperazione internazionale tra governi in ambito sanitario – in particolare nella ricerca sui vaccini – che rischia di avere effetti globali devastanti, esso si ripercuoterà nondimeno ulteriormente sui commerci, sugli investimenti, sulle relazioni politiche e militari.

 

La percezione di una Cina come “untore globale” inoltre non potrà che alimentare il nazionalismo all’interno della Repubblica popolare, dove la propaganda del Partito dipinge l’ostilità dei paesi avanzati come il frutto della volontà degli stranieri di frenare le legittime aspirazioni di sviluppo del popolo cinese.