Via le bombe

La “lawfare” al centro
del confronto-scontro
tra Cina e Stati Uniti




Ancor prima del suo insediamento ufficiale il 20 gennaio scorso, Donald Trump ha rimarcato la sua visione strategica nei confronti della Cina, gettando le basi per quella che si preannuncia come una nuova, turbolenta, relazione sino-americana. Nelle vesti di presidente eletto, Trump ha promesso di riconsiderare la politica di “Una sola Cina”, attraverso un rafforzamento del rapporto con Taiwan, e di lavorare a un piano strategico per impedire a Pechino di continuare la sua espansione nel Mar cinese meridionale.

 

Oltre alle dichiarazioni degli ultimi giorni, un piccolo incidente, alla fine dell’anno scorso, induce a riflettere sulla natura del confronto strategico sino-americano tra passato, presente e futuro. Il 15 dicembre 2016, infatti, la Cina ha catturato, in acque internazionali, un drone sottomarino statunitense. Washington ha rivendicato la legittimità della presenza e delle operazioni del drone, che si trovava al di fuori dell’area rivendicata dalla Cina, tracciata dalla cosiddetta “Nine-dash line”. La Cina, dal canto suo, ha evidenziato come la decisione di sequestrare il dispositivo Usa fosse stata condizionata dalla natura strettamente militare delle operazioni di quest’ultimo. Questo incidente non è di certo il primo tra Cina e Stati Uniti e si va a sommare a una casistica che pone ulteriori riflessioni sul futuro del rapporto bilaterale.

 

Cina e Stati Uniti, a partire dal 1949, hanno avuto diversi scontri politico-militari che però non sono mai sfociati in vere e proprie guerre. La natura del conflitto sembra essersi progressivamente spostata da un assetto puramente militare, che ne ha contraddistinto le fasi iniziali, ad uno che coniuga quello legale e quello militare, ossia la crescente strumentalizzazione dell’aspetto giuridico delle relazioni internazionali, finalizzato al perseguimento di determinati obiettivi politico-militari: la cosiddetta “lawfare”. Questo termine, risultato della combinazione di “warfare” e “law”, descrive la combinazione che intercorre tra il concetto di legge e quello di guerra e, soprattutto, come la prima possa essere impiegata per garantire il successo della seconda. Come riportato dal Maggiore Generale Charles Dunlap Jr. (tra i primi esponenti di questa dottrina), “lawfare” indica quella strategia volta ad usare – anche in maniera subdola – la legge come sostituto dei più tradizionali mezzi militari al fine di ottenere un obiettivo strategico.

 

Partendo dalla fondazione della Cina comunista, un primo chiaro scontro venne registrato durante la guerra di Corea del 1950. Il Generale McArthur, preso dall’entusiasmo militare per i successi ottenuti contro le forze nordcoreane e considerando l’intervento cinese altamente improbabile a causa della netta superiorità militare americana, decise di espandere il terreno delle operazioni fino al fiume Yalu, che segna il confine tra Corea del nord e Cina. Il calcolo strategico si dimostrò fallace e la Cina, nonostante il suo forte handicap militare, decise comunque di intervenire, facendo retrocedere le forze statunitensi fino al 38° parallelo che segnava – e segna tuttora – il confine tra le due Coree.

Il rapporto bilaterale tra Pechino e Washington sarà condizionato da controversie legali che serviranno da strumento per un'efficace esecuzione di disegni strategico-militari di più ampia portata

Gli altri casi più significativi del confronto sino-americano furono le tre crisi di Taiwan. All’indomani della vittoria comunista, la prima si sviluppò tra il 1954-55, presso le isole di Matsu e Quemoy (Mazu e Jinmen), nello stretto di Taiwan. In quella circostanza gli Stati Uniti cercarono di impedire che la Cina, lanciando un’operazione per liberare le due isole (occupate dai nazionalisti) potesse, a sua volta, volgere la propria attenzione su Taiwan, con l’obiettivo ultimo di riportare l’Isola alla madrepatria. Gli Stati Uniti si opposero e dispiegarono la VII Flotta a protezione dello Stretto che separava le “due Cine”. Lo scontro geopolitico si fece ancora più incandescente quando, nel 1954, gli Usa siglarono un trattato di mutua difesa con Taiwan, ratificato l’anno successivo dal Congresso. La seconda crisi esplose qualche anno più tardi, nel 1958, e vide la Cina, ancora una volta, tentare di riconquistare Taiwan, concentrando innanzitutto il proprio sforzo sulle isole adiacenti alle proprie coste. L’intervento americano, guidato questa volta dagli ordini del Presidente Eisenhower, cercò, nuovamente, di impedire che la Cina potesse davvero occupare le piccole isole dello Stretto, rafforzando il dispiegamento militare della VII Flotta.

 

La terza crisi, infine, scoppiata quasi quarant’anni più tardi, nel 1995-96, mise in evidenza una prima e vera frizione diplomatico-militare nel rapporto sino-americano. Il fattore scatenante si verificò nell’autunno del 1994, quando la Cornell University invitò a tenere un discorso nell’Ateneo l’allora leader taiwanese Lee Teng-hui. Il presidente Usa Bill Clinton, rispettando quelli che erano diventati ormai i rapporti consolidati con Pechino, decise di non concedere il visto a Lee. Tuttavia, nel 1995 il Congresso americano superò l’opposizione della Casa Bianca, garantendo infine al leader taiwanese l’opportunità di recarsi alla Cornell University. Un gesto dall’alto valore simbolico, che scatenò l’ira di Pechino, che reagì dispiegando le navi da guerra nelle vicinanze di Taiwan, e avviando esercitazioni militari con un significato più tangibile: impedire che Taiwan potesse anche solo lontanamente pensare di poter avanzare progetti di indipendenza politica, soprattutto in vista delle elezioni che si sarebbero tenute nell’Isola l’anno successivo.
Ma dagli inizi del ventunesimo secolo il confronto tra Stati Uniti e Cina sembra essersi mosso verso una nuova e complementare direzione: il perseguimento della “lawfare”. In questo senso, infatti, possono essere lette le controversie sino-americane del 2001, 2009 e, infine, del dicembre 2016.

 

Il primo caso, quello del 2001, riveste tuttora un’importanza rilevante. Il primo aprile del 2001, un caccia J-8 del PLA cinese entrò in collisione con un aereo di ricognizione militare della marina Usa, il famoso EP-3. Lo scontro, avvenuto in prossimità dell’isola di Hainan, ebbe come conseguenza la morte del pilota cinese e il sostanziale danneggiamento dell’EP-3, il cui equipaggio fu costretto ad invadere lo spazio aereo cinese per effettuare un atterraggio di emergenza. Lo scontro, seppur accidentale, suscitò nelle settimane e negli anni successivi un aspro dibattito intorno a chi spettasse la responsabilità per il mancato rispetto delle norme internazionali. Da quel momento in avanti il dibattito strategico che intercorre tra Cina e Stati Uniti non può prescindere dalle condizioni puramente giuridiche del confronto.

 

Infatti, una situazione simile si presentò alcuni anni più tardi, nello scontro del marzo 2009 tra alcune fregate della marina militare cinese e la “USNS Impeccable” impegnata in attività di monitoraggio oceanico, che navigava a largo delle coste dell’Isola di Hainan. L’incidente, ancora una volta, fece emergere il ruolo, nonché la centralità, del valore legale delle operazioni marittime di entrambi gli attori. Infatti, all’indomani dell’incidente, sia gli Usa che la Cina rivendicavano la propria interpretazione delle regole di navigazione presso le cosiddette Zone Economiche Esclusive (EEZ).

 

Quanto detto finora ci porta all’ultimo incidente del dicembre 2016, in cui la Cina ha sequestrato un drone sottomarino americano della “USNS Bowditch”, nave incaricata di condurre indagini oceanografiche militari a largo delle coste filippine. Gli Stati Uniti, in questo caso, hanno sottolineato l’assoluta illegalità del gesto cinese, dimostrando che il drone operava in acque internazionali, nonché nell’assoluto rispetto, da parte loro, delle leggi che regolano la navigazione. Nonostante le ragioni avanzate da Washington siano risultate fondate, gli Stati Uniti sono, tuttavia, al corrente della sensibilità cinese sulle questioni del Mar cinese meridionale e di come, soprattutto, il gesto di Pechino sia da inquadrare in relazione alle affermazioni di Trump riguardo al futuro rapporto sino-americano.

 

Da ciò si evince, infine, che questo contesto bilaterale, negli anni a venire, sarà fortemente condizionato dall’aspetto legale, che servirà da strumento per un’efficace esecuzione di un disegno strategico-militare di più ampia portata, le cui conseguenze potrebbero essere devastanti, soprattutto dopo le dichiarazioni di Trump degli ultimi mesi. L’aspetto giuridico, di conseguenza, rappresenterà l’arma principale di entrambi gli schieramenti, ma anche degli altri attori regionali: nel caso in questione basti ricordare, per esempio, il ricorso delle Filippine contro la Cina, della scorsa estate, sulla rivendicazione di Pechino del 90% del Mar cinese meridionale, conclusosi con un disconoscimento della sentenza da parte della Cina, pur essendo uno dei firmatari del UNCLOS. Dall’altro versante, gli Usa, pur non avendo ratificato il trattato UNCLOS, difendono il principio della libertà di navigazione e il rispetto delle norme internazionali, così da avere più libertà d’azione nel progetto di contenimento della Cina; ciò a dimostrazione del fatto che il diritto, sempre di più, eserciterà un ruolo decisivo per la conduzione delle operazioni militari.



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