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Contro-insurrezione
con caratteristiche
cinesi: il caso Xinjiang

Una delle questioni strategiche che più impensierisce Pechino riguarda lo Xinjiang. La grande regione del nord-ovest (1/6 dell’intera Cina) ha una quantità considerevole di materie prime, tra cui gas e petrolio, confina con ben otto Stati, ma è socialmente e politicamente instabile.

 

Lo Xinjiang rappresenta una delle maggiori sfide strategiche al disegno di Pechino di unità e armonia della nazione cinese. Inoltre, costituisce una variabile strategica cruciale di politica interna, in grado di influenzare direttamente la politica estera cinese. La Regione è infatti il punto nodale del progetto politico strategico della Nuova via della Seta, ribattezzata “One Belt, One Road”, che dovrebbe connettere la Cina all’Europa, attraverso l’Asia Centrale e il Medio Oriente, grazie a un’enorme rete infrastrutturale.

 

Sono due i fattori principali che spiegano le continue rivolte nello Xinjiang: l’etnia e la religione. Gli uiguri – gli abitanti originari della regione – sono una popolazione di etnia altaica, molto più vicini ai popoli che costellano il lungo tragitto dall’Asia Centrale alla Turchia che agli han, l’etnia maggioritaria in Cina. Inoltre lo Xinjiang ospita la più grande comunità islamica cinese che, in alcuni casi, ha sviluppato legami ideologici e operativi con i fondamentalismi mediorientali e centroasiatici. Negli ultimi anni, in Afghanistan, Pakistan, Siria e Iraq qualche centinaio di uiguri ha ricevuto addestramento e indottrinamento specifico per effettuare attacchi suicidi da gruppi quali: al Qaeda, Lashkar-e-Toiba, Jamaat-e-Tablighi e Jamaat-e-Islami e Isis.

 

La contro insurrezione applicata da Pechino si fonda sull'ingegneria sociale staliniana: modificare, dal basso, le strutture sociali e ideologiche locali per aizzare la società contro i terroristi

 

La dottrina della contro insurrezione cinese (COIN), definita anche, a volte erroneamente, controterrorismo (CT) si basa principalmente sul “bottom-up approach”, che fonda le sue basi sul progetto dell’ingegneria sociale di Stalin. Nello specifico, questa strategia cerca, dal basso, di modificare le strutture sociali e ideologiche dello Xinjiang, così da far scagliare la società locale contro i terroristi stessi: la promozione dell’emigrazione dei cinesi di etnia han nello Xinjiang da un lato, e, dall’altro, l’incoraggiamento della popolazione locale ad attuare una “protracted warfare” (持久战), rispondono a questo assunto. Inoltre, a livello tattico, va precisato che Pechino preferisce questo approccio perché sfrutta uno degli aspetti più deboli dell’organizzazione insurrezionale uigura: la discontinuità demografica, condizionata dalla struttura geografica della regione. In altre parole, lo Xinjiang non è una regione compatta, né sotto il profilo logistico, né identitario, a causa delle cosiddette identità-oasi, con la società frammentata in piccole cellule culturali e politiche che spesso non comunicano tra loro, rendendo, quindi, molto labile il coordinamento di operazioni insurrezionali.

 

Così, il “bottom-up approach”, rispetto al “top-down” (che invece prevede dosi massicce di vere e proprie campagne militari) richiede più tempo ma, nel lungo periodo, potrebbe garantire i risultati sperati, dato che fronteggiare fenomeni insurrezionali richiede più tempo rispetto ad un confronto militare convenzionale.
Tuttavia, il “bottom-up approach” non può essere applicato, da parte del governo di Pechino, senza pagare comunque un prezzo significativo: la necessità di stimolare costantemente la volontà politica nell’implementare le misure militari necessarie. Ciò perché uno degli obiettivi centrali della strategia asimmetrica (in questo caso espressa attraverso l’insurrezione o il terrorismo) è quello di sconfiggere la forza di volontà dell’avversario, più che le sue risorse militari. Infatti, a livello strategico, i fenomeni insurrezionali o terroristici, per sopravvivere, non devono necessariamente ottenere una vittoria militare. Bensì, è necessario che il fenomeno asimmetrico riesca a non perdere; cioè a non farsi schiacciare dalla preponderante capacità militare dell’avversario. Un esempio su tutti: i vietcong durante il conflitto contro gli Stati Uniti non vinsero neanche una battaglia, eppure risultarono i vincitori della guerra. Ciò perché i vietcong riuscirono a colpire Washington nel punto più delicato: la volontà politica nel condurre la guerra.

 

Per tornare al discorso sul modello cinese, il “bottom-up approach” si avvale di alcuni importanti sistemi di difesa, tra i quali il Pla (People’s Liberation Army), il PAP (People’s Armed Police), ed infine, il XPCC (Xinjiang Production and Construction Corps). Mentre i primi due rivestono un ruolo per lo più militare e di controllo, il secondo ne svolge uno molto rilevante, che non si concentra su azioni puramente militari. Lo XPCC – i cosiddetti bingtuan -, nello specifico, rappresenta l’anello di congiunzione tra la sfera militare e quella civile. In questo modo, lo XPCC è incaricato di sviluppare azioni paramilitari, quali: l’impiego di strumenti da milizia urbana e azioni puramente di contro-insurrezione. Queste attività, principalmente di carattere civile, riguardano la creazione di collegamenti istituzionali con la popolazione locale, incluse le varie etnie presenti sul territorio, così da sviluppare una rete di contrasto all’insurrezione attraverso la popolazione stessa.

 

 

Nessun separatismo sarà tollerato lungo la nuova via della Seta

 

Questo progetto, di lungo periodo, è parte integrante del programma politico-militare denominato “mass-line campaign”, che affonda le sue radici sia nella dottrina staliniana che in quella maoista. Esso prevede la progressiva trasformazione degli apparati statali, quali governo e esercito, in entità più vicine alla popolazione. In altre parole, la “mass-line campaign” incentiva le autorità locali a comprendere le necessità della popolazione, cercando di trasformare le medesime in vere e proprie politiche sociali.
Questo approccio appena illustrato, inoltre, è ciò che, nel linguaggio strategico, viene spesso definito “society-centric warfare”: una modalità di guerra che cerca di lavorare intensamente sulla popolazione locale, sotto un profilo istituzionale e culturale, per farla diventare un’alleata contro l’insurrezione stessa. Infatti, le azioni intraprese dallo XPCC sono volte a plasmare politica, economia e istruzione della società uigura.

 

 

Non è possibile prevedere se questa politica di COIN avrà successo nel lungo periodo; tuttavia, la prima fase del programma, inaugurato nell’estate 2013, ha avuto un successo solo parziale, dato che, nonostante si siano verificati alcuni cambiamenti strutturali delle istituzioni cinesi, i continui e violenti scontri nello Xinjiang dimostrano anche il contrario.
L’annus horribilis per il governo centrale fu senz’altro il 2009, quando i “moti” di Urumqi lasciarono sul terreno circa 200 han, uccisi da rivoltosi uiguri. Per non parlare dei fenomeni più recenti come, per esempio, l’attacco dell’ottobre 2013, quando un’auto imbottita di esplosivo si schiantò contro le porte della Città Proibita nelle vicinanze di Piazza Tiananmen, oppure quello avvenuto nel marzo del 2014, quando un gruppo di Uiguri, secondo alcune fonti appartenenti all’ETIM (East Turkestan Islamic Movement), uccise 29 persone nella stazione ferroviaria di Kunming, nella provincia dello Yunnan. Attacchi particolarmente significativi, a livello operativo, perché condotti, per la prima volta, fuori dalla propria regione di appartenenza.

 

 

Tuttavia, al netto di considerazioni puramente operative, un dato emerge con forza: Pechino non è, e non sarà, disposta ad assecondare le, seppur deboli, aspirazioni indipendentiste di questa enorme regione. E ciò per almeno due ragioni cruciali.

Anzitutto le risorse naturali dello Xinjiang e la ferma opposizione di Pechino contro quelli che vengono definiti “i tre mali (estremismo, terrorismo, separatismo), spingono il governo centrale a ostacolare tutti quei movimenti che potrebbero minare la stabilità, nonché l'”armonia”, della nazione.

La seconda ragione ha, invece, un carattere più di politica estera. La regione, adesso più che mai, riveste un ruolo centrale per la costruzione e il futuro potenziamento del nuovo ambizioso progetto della Nuova via della Seta che potrebbe portare la Cina di nuovo al vecchio, e potenzialmente pericoloso, ruolo egemonico che ha contraddistinto molte fasi della sua lunga storia.