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I palloncini di Wuhan
e l’offensiva della Cina
nell’anno della pandemia

I media occidentali hanno dato grande risalto alle immagini dei giovani di Wuhan che, nella notte di San Silvestro – mascherine d’ordinanza a coprire bocche e nasi – hanno invaso il centro della metropoli sul Fiume azzurro, salutando il nuovo anno con brindisi, selfie e liberando in cielo palloncini colorati.

Come è possibile, la città a partire dalla quale la pandemia si è irradiata in tutto il mondo festeggia, mentre noi contiamo i morti da SARS-CoV-2, a migliaia ogni giorno? – nel clima di ostilità verso la Cina alimentato dal nuovo coronavirus come il fuoco dalla benzina, è stata questa la reazione di una parte del “mondo libero” al party di Wuhan.

 

Il virus ha funto da detonatore, facendo esplodere sospetti e rancori riconducibili al nostro timore di perdere la “supremazia”, culturale politica, oltre che economica. L’ex premier di Singapore, Lee Kuan Yew, sostenne che «per gli Stati Uniti essere deposti, non nel mondo ma già solo nel Pacifico occidentale, da un popolo asiatico (i cinesi, nda) a lungo aborrito e liquidato con sprezzo come decadente, debole, corrotto e inetto, è emotivamente molto difficile da accettare».

Eppure è proprio quello che potrebbe avvenire, come preannunciato dalle ultime mosse della leadership di Pechino alla vigilia di questo 2021 (anno nel quale il Partito comunista cinese celebrerà il centenario della sua fondazione). A partire dal capodanno “Covid-free” di Wuhan, che la propaganda ha organizzato come una plastica raffigurazione della “superiorità” del “socialismo con caratteristiche cinesi” rispetto alle democrazie liberali: non è forse vero che sono state la direzione e l’organizzazione capillare del Partito a fermare un’epidemia che altrove sta producendo immani devastazioni economiche e sociali, e a rimettere in moto l’economia nazionale che – secondo le previsioni della Banca mondiale – nel 2021 farà registrare un sonoro +7,9?

 

Dopo essersi ulteriormente legittimato grazie alla lotta contro il SARS-CoV-2, il Partito ha altri buoni motivi per guardare al futuro con ottimismo, seppur in un contesto nel quale il suo Ufficio politico ravvisa problemi economici di medio e lungo termine, fattori esogeni di «instabilità» e «incertezza» per fronteggiare i quali il Partito prevede una «guerra di lunga durata».

Mentre l’Unione Europea scommette sul suo “Next Generation EU”, e in attesa di comprendere quale sarà la rotta degli Stati Uniti guidati da Biden, a fine ottobre il V plenum del XIX Comitato centrale ha licenziato il XIV Piano quinquennale che punterà sullo sviluppo tecnologico per affrancare il Paese dalla dipendenza di “componenti chiave” finora importate dall’estero per le sue produzioni più avanzate.
Sul piano internazionale, consapevoli che – a causa dei gravi problemi economici e sociali degli Stati Uniti, e del nuovo assetto multipolare che si è andato configurando negli ultimi anni – anche il governo democratico che s’insedierà a Washington il prossimo 20 gennaio non potrà restituire agli Stati Uniti la centralità assoluta occupata sullo scacchiere mondiale nel recente passato, la leadership di Pechino ha messo a segno due colpi importanti, grazie ai quali la Cina potrà continuare a essere protagonista del commercio internazionale e traino dell’economia mondiale, nonostante il duro colpo inferto dalla pandemia a una globalizzazione già in crisi.

 

Il 15 novembre scorso, la Cina ha sottoscritto con la Corea del sud, il Giappone, l’Australia, la Nuova Zelanda e i dieci membri dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean) l’accordo che istituisce la Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep), l’area di libero scambio più grande del mondo, che include 1/3 della popolazione globale e genera all’incirca il 30% del Pil del pianeta. L’obiettivo di Pechino è quello di dar vita a una nuova filiera industriale pan-asiatica, con catene delle forniture non più globali ma regionali. La Rcep prevede il progressivo abbattimento di dazi su beni e servizi, accordi sugli investimenti, sul commercio elettronico, sulla proprietà intellettuale, sugli appalti, e – particolare che la rende più attraente per le imprese – non fissa standard comuni per la tutela del lavoro né per la protezione ambientale. La Rcep ha mandato un segnale inquietante per Washington: gli alleati e i partner commerciali degli Usa in Asia sono in grado di cooperare anche senza gli Stati Uniti.

 

Questo 2020 destinato a imprimere un’accelerazione al cambiamento degli equilibri planetari verso un assetto sempre più multipolare si è concluso con la firma, sotto la presidenza tedesca del Consiglio europeo, del Comprehensive Agreement on Investment (Cai), al termine di una trattativa durato sette anni. I dettagli di questa intesa andranno negoziati nei prossimi mesi – di pari passo con le necessarie ratifiche – ma è chiaro che, anche in questo caso, la Cina ha voluto lanciare un segnale di maggiore apertura dei suoi mercati. Alle aziende Ue in Cina verrà garantito l’accesso a settori come quello delle auto elettriche, delle telecomunicazioni, dei servizi aeroportuali, della sanità privata. Pechino ha acconsentito anche alla rimozione dell’obbligatorietà delle joint-venture e vietato il trasferimento forzato di tecnologia dalle aziende straniere. Si è impegnata a rimuovere il trattamento privilegiato per le sue aziende di stato e a essere più trasparente sui sussidi di stato e le barriere non tariffarie.

 

La prossima Amministrazione Usa aveva manifestato apertamente la sua contrarietà al Cai. Il mese scorso, Jake Sullivan, il Consigliere per la sicurezza nazionale del presidente eletto, aveva fatto sapere via Twitter che Biden «vorrebbe consultarsi presto con i partner europei sulle nostre preoccupazioni comuni sulle pratiche economiche della Cina».

Ma i legami economici sempre più stretti tra l’Ue e la Cina che il Cai lascia intravedere complicheranno il piano di Biden di dar vita a un’alleanza per contrastare le pratiche commerciali ed economiche della Cina.

 

Michelangelo Cocco è autore di Una Cina “perfetta” La Nuova era del PCC tra ideologia e controllo sociale (Carocci editore)