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Cina, per l’hi-tech arrivano
sussidi e stop alle tasse:
“L’attacco a Huawei sarà
un boomerang anti-Trump”

È ormai chiaro a tutti – a partire dai folgorati sulla via dell’ascesa cinese, categoria sempre più numerosa in Italia, dove l’opportunismo è costume diffusissimo – che nello scontro tra i nazionalisti dell’Amministrazione Trump e le aspirazioni globali della dirigenza di Pechino il principale oggetto del contendere è la leadership tecnologica mondiale.

 

Il containment 2.0 messo in atto dai repubblicani investe la politica (con la poco credibile riproposizione di topos da Guerra fredda), le forze armate (col contrasto dell’assertività di Pechino nei “suoi” mari) e la cosiddetta “guerra commerciale” (con l’aumento dei dazi sulle merci cinesi importate negli Usa). Ma l’attacco senza precedenti contro le multinazionali cinesi delle telecomunicazioni (ZTE prima e Huawei poi) ha reso evidente che Washington punta a frenare l’avanzata di Pechino su semiconduttori, internet delle cose, intelligenza artificiale, cioè su quei settori che promettono di rivoluzionare il modo di produrre, di comunicare… di fare la guerra.

 

La Cina della Nuova era – quella proclamata dal Partito comunista di Xi Jinping nel suo XIX Congresso un anno e mezzo fa – confida di poter andare avanti per la sua strada. A tal fine Pechino ha appena annunciato l’aumento dei sussidi governativi per le aziende del settore tecnologico. “Recentemente, gli Stati Uniti hanno approvato, per motivi politici, una serie di misure per reprimere aziende cinesi, – ha premesso il vice ministro dell’industria e dell’IT Wang Zhijiun -. Ma in realtà ciò costituisce uno sviluppo positivo per la Cina, perché l’ammodernamento della sua manifattura necessita di una svolta su una serie di tecnologie chiave, abbiamo bisogno di accelerare questo processo”.
La stella polare rimane il piano “Made in China 2025” lanciato da Xi (e di cui cinaforum è stata tra i primi in Italia a sottolineare l’importanza). Wang ha annunciato che “rafforzeremo l’orientamento strategico a livello nazionale, investiremo ulteriori risorse per far avanzare in maniera decisiva le tecnologie chiave, e creeremo un mercato libero e competitivo. Nello stesso tempo, il governo aumenterà il sostegno finanziario per la ricerca di base e incoraggerà le aziende (private) a destinare a tal fine maggiori risorse”.

 

Per ridurre gli effetti dello stop varato da Trump alla vendita a Huawei di componenti tecnologiche Usa, il ministero delle Finanze di Pechino ha varato un’esenzione fiscale di due anni per sviluppatori di software e produttori di circuiti integrati che, dal terzo anno in poi, saranno soggetti a una tassazione agevolata del 12,5%. Insomma lo stato metterà in campo tutto il suo peso per fabbricare in Cina quelle componenti (a partire dai microchip) delle quali finora gli Usa hanno mantenuto la leadership.

 

Ciò non impedisce al “socialismo con caratteristiche cinesi” di utilizzare come megafono i suoi top manager più conosciuti all’estero per lanciare messaggi pro globalizzazione. In un’intervista trasmessa dai principali media nazionali Ren Zhengfei ha sostenuto che “è necessario che ogni paese si apra al mondo, perché solo l’apertura può generare un futuro più brillante”. Mentre la figlia (a capo delle operazioni finanziarie della compagnia) è trattenuta in Canada, accusata di frode fiscale e violazione delle sanzioni Usa all’Iran, il fondatore di Huawei ha raccontato che lui e i suoi parenti usano anche prodotti Apple (la morale, piuttosto naif, è che le sanzioni Usa contro la sua compagnia sono ingiuste, perché la politica non deve immischiarsi nella leale competizione tra corporation). Huawei ha una ventina di fornitori statunitensi per i suoi prodotti e – secondo quanto rivelato da Bloomberg – uno stock di componenti importate che le permetterebbe di installarle nei suoi prodotti per i prossimi tre mesi. Cosa succederà dopo?

 

 

Intanto il divieto imposto a Huawei di acquistare componenti chiave made in Usa e le ingerenze dell’amministrazione Trump per bloccare lo sviluppo delle reti 5G cinesi in tanti paesi, alimenta il richiamo patriottico della leadership di Pechino, anch’esso una tendenza uscita rafforzata dal XIX Congresso.
Durante una visita nella provincia del Jianxi, Xi ha fatto appello agli industriali e al popolo (il suo discorso è stato trasmesso mercoledì sera in tv), affinché nel settore tecnologico la Nazione si renda autosufficiente. Facendo appello allo spirito della Lunga marcia, Xi ha avvertito che “solo con i nostri brevetti e le nostre tecnologie chiave saremo in grado di produrre merci altamente competitive e non verremo battuti con l’intensificarsi della competizione”. Nello stesso discorso Xi ha fatto riferimento alle terre rare, come a “un’importante risorsa strategica, non rinnovabile”, pur senza citare possibili restrizioni nella vendita agli Usa di questi minerali indispensabili nelle produzioni hi-tech.

 

Sulla stessa linea (ovviamente) l’editoriale pubblicato ieri dal Quotidiano del popolo, secondo il quale “gli Stati Uniti stanno diffamando la Cina perché non riescono ad eguagliarne lo sviluppo, ma non potranno mai violarne gli interessi chiave e i princìpi, perché il popolo cinese non ha mai barattato e mai baratterà i suoi princìpi e i suoi interessi chiave. Gli Stati Uniti sono destinati a perdere se scommetteranno sulla voglia della Cina di arrivare comunque a un compromesso”.

 

Compromesso lontano, anche perché, dopo la mazzata a Huawei, Trump e i suoi si preparerebbero a imporre restrizioni contro altre due multinazionali cinesi di primo piano come Hikvision e Dahua, entrambe leader mondiali di sistemi si sorveglianza basati su telecamere CCTV.
Per gli Stati Uniti potrebbe profilarsi l’ennesimo disastro d’immagine, con un’amministrazione che vara divieti e punizioni, mentre dall’altra parte la propaganda cinese punta sulle sue legittime aspirazioni allo sviluppo frenate dall’ingiustizia yankee.

 

Ma al punto in cui è giunta la competizione tra Usa e Cina (che Trump ha bollato come “potenza rivale” nella sua strategia per la sicurezza nazionale) il capitalismo Usa non vuole fare prigionieri. Lo ha detto chiaro e tondo l’agenzia di rating Standard & Poor’s in un recente report: le restrizioni agli investimenti cinesi, il controllo dell’export Usa in Cina, e i dazi contro i prodotti cinesi mirano a spezzare le catene di fornitura dei prodotti tecnologici cinesi, costringendo Pechino a ricrearne di nuove, più costose, danneggiando la sua economia rendendola meno competitiva.