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Hong Kong, la crisi è grave
e il Partito comunista
non sa che pesci pigliare

Per il Partito comunista cinese quella di Hong Kong rappresenta ormai una vera e propria crisi.

L’ex colonia britannica – ha spiegato ieri il direttore dell’Ufficio (del governo di Pechino) per gli affari di Hong Kong e Macao – si trova “nella situazione più grave” dal 1997, quando tornò alla Cina protetta dalle autonomie amministrative garantite dal principio costituzionale “Un paese, due sistemi”. Incontrando a Shenzhen centinaia di deputati dell’Assemblea nazionale del popolo ed esponenti del mondo imprenditoriale della provincia del Guangdong (confinante con HK), Zhang Xiaoming ha sottolineato che le manifestazioni di protesta iniziate il 9 giugno scorso sono diventate “più numerose e più violente e stanno coinvolgendo porzioni più ampie della società” hongkonghese.

 

Zhang ha aggiunto che “il governo centrale è molto preoccupato per la situazione ad Hong Kong e sta elaborando una strategia, avendo ben presente il quadro complessivo”.
In realtà, finora, Pechino è apparsa piuttosto immobile di fronte a gesti eclatanti e simbolici che, contestazione dopo contestazione, ne hanno messo sempre più in discussione l’autorità: cortei di massa contro le “ingerenze” cinesi; assalto dei manifestanti all’Ufficio di collegamento con il governo della repubblica popolare; dissacrazione della bandiera rossa a cinque stelle gettata in mare; scritte “liberare Hong Kong, la rivoluzione dei nostri giorni” apparse in tanti punti del centro della metropoli asiatica della finanza.
Di fronte a questa sfida senza precedenti, quali carte ha in mano Pechino?

Quella di un intervento dell’Esercito popolare di liberazione, che avrebbe come effetto l’isolamento internazionale della Cina, appare impercorribile.

Rimangono essenzialmente due strade.

 

La prima è quella della fermezza, e non prevede nessuna interlocuzione con la protesta e le ragioni che la animano, ma di addossare tutte le responsabilità del caos a Hong Kong su “gruppi di delinquenti e sugli Stati Uniti che utilizzano i giovani di Hong Kong per la loro campagna di aggressione contro la Cina” (Copyright del governativo Global Times). Imboccando questa via, Xi Jinping e compagni si limiterebbero a rinnovare formalmente, per non perdere la faccia, la fiducia a Carrie Lam – la “governatrice” che era stata eletta dopo il movimento degli ombrelli del 2014 per provare a ricucire gli strappi nella società hongkonghese e che, evidentemente, non può vantare un bilancio positivo del suo mandato – e alle autorità di Hong Kong, anzitutto la polizia e la magistratura, che potrebbero accentuare la repressione con arresti, processi e pene detentive anche pesanti per i giovani contestatori.

 

Questo schema prevede l’utilizzo dello spauracchio di una Hong Kong che si ritroverebbe più povera e isolata se continuasse a scendere in piazza, perché – come ha titolato ieri sempre il tabloid nazionalista Global Times – “il futuro dei giovani di Hong Kong sta solo nel sostegno della madrepatria”. Uno schematismo – condiviso anche da intellettuali e consiglieri cinesi – secondo cui, prima o poi, i black block di Hong Kong verranno indotti “con le buone” a comprendere che hanno solo da perdere dalle loro manifestazioni violente.
Riducendo tutto a una questione di ordine pubblico, questo approccio sorvola sulla dimensione economico-politico-sociale della crisi apertasi ormai qualche anno fa ed esplosa in maniera violenta nelle ultime settimane.

 

Quella che va in scena dal movimento degli ombrelli dell’autunno 2014 e che in questa estate del 2019 è deflagrata in maniera così clamorosa è l’inquietudine di una generazione di giovani che temono di diventare nient’altro che una periferia del nuovo impero cinese: l’ex regina assoluta della finanza del Dragone, un tempo trampolino esclusivo per gli investimenti in Cina delle grandi corporation occidentali, da tempo infatti perde posizioni a vantaggio di Shanghai e Shenzhen nuovi, rampanti hub della finanza e dei servizi.

 

Che gli Stati Uniti abbiano interesse in questa fase a soffiare sul fuoco di Hong Kong è chiaro e i contatti tra l’Amministrazione Trump e alcuni leader della protesta sono documentati. Ciò non toglie che quella di Hong Kong sia una crisi autentica e profonda. La crisi di un’economia che, subito prima del passaggio dei poteri dalla Gran Bretagna alla Repubblica popolare, rappresentava il 20% del prodotto interno lordo della Cina, ormai crollato al 3%; di una politica bloccata di fronte a una riforma della rappresentanza solo abbozzata e abortita nel 2015, e di una grossa fetta della società che non ce la fa a reggere costi delle case astronomici e salari sempre più bassi in un contesto di prezzi elevati e competizione selvaggia.

 

Questa crisi per Pechino è una bomba anche perché rimanda ai giovani della Cina continentale (che le cercano e le guardano grazie ai software VPN) immagini di rivolta, di coetanei che tengono in scacco le autorità e che hanno avanzato rivendicazioni precise (dimissioni di Carrie Lam, ritiro del progetto di legge sull’estradizione in Cina di sospetti criminali, commissione d’inchiesta sull’operato delle forze dell’ordine).

 

L’unico modo per spegnere la miccia sarebbe iniziare ad affrontare prima possibile tutte le cause di questo malcontento.
Qualsiasi apertura troverebbe però un limite invalicabile nella linea più rigida nei confronti di Hong Kong, racchiusa nel “white paper” pubblicato nel 2014 dal governo di Pechino. Quel documento chiarisce che il principio “Un paese due sistemi” deve intendersi a difesa “degli interessi di sovranità, di sicurezza e di sviluppo” della Cina, che Hong Kong dovrà seguire le linee guida del governo centrale e che tutti i membri del Consiglio legislativo (il parlamentino di Hong Kong) devono essere patrioti e leali allo Stato.

 
Se questo rimane il quadro di riferimento, assisteremo a un dialogo tra sordi.