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Hong Kong e dazi Usa,
Xi suona la carica:
è l’ora della battaglia

“I quadri con incarichi dirigenziali devono essere come dei guerrieri: devono avere il coraggio di combattere e saper combattere bene”. L’esortazione alla battaglia rivolta da Xi Jinping a centinaia di giovani funzionari riuniti l’altro ieri per una sessione di studio nella Scuola centrale del Partito a Pechino la dice lunga su come la sua leadership sta vivendo gli ultimi mesi di tensioni interne e internazionali.

 

L’incontro – al quale hanno partecipato anche l’ideologo e numero cinque nella gerarchia del Pcc, Wang Huning, e Chen Xi, a capo del Dipartimento per l’organizzazione – serviva a rafforzare la fede dei funzionari nel “socialismo con caratteristiche cinesi” alla vigilia del settantesimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare (1 ottobre 1949), mentre Hong Kong attraversa la sua crisi politica più grave dall’handover del 1997 e con gli Stati Uniti infuriano la cosiddetta “guerra dei dazi” e lo scontro sulla tecnologia.

 

Nel suo discorso Xi ha ripetuto la parola dòuzhēng (battaglia) sessanta volte.

 

“Attualmente, e in futuro – ha avvertito Xi –, lo sviluppo della Cina è in una fase in cui rischi e sfide continuano ad aumentare o stanno diventando concentrati. Le grandi battaglie da affrontare non diminuiranno”. Il segretario generale del Pcc ha parlato di pericoli e sfide “incredibilmente impegnativi”. E ha messo quelle interne – Hong Kong e Taiwan – davanti a quelle internazionali.
“I quadri devono prestare attenzione a ogni vento di cambiamento – ha sostenuto Xi -. Devono individuare il passaggio di un cervo dal fruscio delle foglie e il sopraggiungere di una tigre ascoltandone il respiro, devono riconoscere l’arrivo dell’autunno dal colore di una foglia”.

“Sulle questioni di principio non dobbiamo retrocedere di un millimetro, ma su quelle strategiche dobbiamo essere flessibili” ha aggiunto Xi Jinping. Il giorno successivo la chief executive di Hong Kong, Carrie Lam, ha annunciato il definitivo ritiro del disegno di legge sull’estradizione di sospetti criminali che aveva scatenato il movimento di protesta che da 13 settimane scuote l’ex colonia britannica.

 

Il Partito dunque non esclude concessioni se/quando dovessero rivelarsi utili, anche nel bel mezzo della battaglia. Ma si mostra inflessibile sui princìpi: “Un paese due sistemi” per quanto riguarda Hong Kong; “Una sola Cina” su Taiwan; e il controllo del governo sull’economia e sulle aziende di stato nel confronto (il sistema “socialista”) con gli americani e gli europei.

 

L’uscita di Xi è una “dichiarazione politica di antagonismo” nei confronti di chi vuole fermare l’ascesa o cambiare il modello di sviluppo, ha spiegato a South China Morning Post Wu Qiang. Secondo l’analista politico pechinese, si è trattato di una “dichiarazione politica fondamentale: la Cina ora adotterà una posizione e un approccio antagonistici nell’affrontare il deterioramento delle relazioni con gli Stati Uniti”.

 

La propaganda insiste che gli obiettivi del centenario sono sempre lì, a portata di mano: una “società moderatamente prospera in tutti i campi” entro il 2021 (anniversario della fondazione del Partito); e un “paese socialista moderno, prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato e armonioso” entro il 2049 (cent’anni dopo la fondazione della Repubblica popolare). Ma per centrarli – in questa difficile congiuntura – occorrerà accentuare la compattezza organizzativa e il rafforzamento ideologico del Partito avviato da Xi con la campagna anti-corruzione e con l’accelerazione dell’indottrinamento politico dei suoi 90 milioni di iscritti.

 

L’agenzia Xinhua riferisce che durante la sua introduzione alla sessione di studio Xi ha “sottolineato l’importanza di una rigorosa educazione ideologica, politica e pratica per i funzionari, notando che – indipendentemente dal loro grado – è necessario che sviluppino e mantengano carattere e volontà risoluti, e capacità notevoli per portare avanti diverse battaglie nel loro lavoro”.
Hong Kong è diventate una dolorosa spina nel fianco per il Partito.

Un articolo pubblicato ieri da Xiakedao (social media del Quotidiano del popolo) ha sostenuto che “dietro ai crimini violenti di Hong Kong c’è la mano nera di una rivoluzione colorata” e ha ricordato che “il segretario generale ha sottolineato che ci sono rischi di ogni genere e che la situazione si farà ancora più complicata”.

 

La crisi politica dell’ex colonia britannica sta mettendo in evidenza anche i (grossi) limiti della propaganda del Partito, sempre più raffinata ed efficiente tra i confini nazionali, indigesta all’estero.
Attraverso un’abile campagna di marketing politico e un uso sapiente dei social media, i giovani di Hong Kong sono riusciti a scaricare sulla polizia la responsabilità delle violenze di piazza e a contrapporre una Hong Kong giovane, democratica e aperta a una Cina autoritaria e oppressiva. E ora sperano di internazionalizzare la crisi, avendo chiesto il sostegno di Taiwan, Stati Uniti, Australia, Canada, Germania…

 

Pechino si rende conto di non avere nulla da contrapporre a questa narrazione. I suoi ultimatum ai “rivoltosi” suonano sinistri alle orecchie dell’opinione pubblica internazionale; la sua “contro-informazione” sugli eventi ha lo stigma della propaganda di regime; nonostante gli straordinari successi economici, il suo modello di governo continua a suscitare ripulsa in Occidente.

 

Il Pcc prova a metterci qualche pezza, con i limitati mezzi a disposizione. In un messaggio inviato oggi alla China Foreign Languages Publishing Administration in occasione del settantesimo anniversario della sua fondazione, Xi la ha invitata a trasformarsi in un’istituzione di comunicazione di livello internazionale, per presentare nel miglior modo possibile la Cina della Nuova era e le sue tante sfaccettature (non solo la sua politica, ndr). “Bisogna raggiungere nuovi risultati nel raccontare la Cina e promuovere meglio le comunicazioni e la mutua conoscenza tra il Paese e il mondo”, ha raccomandato Xi.