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Perché le tute bianche
di Hong Kong fanno paura
all’establishment
(a differenza di Casarini)

Sono passati meno di cinque anni dai 79 giorni di occupazione del centro di Hong Kong da parte del Movimento degli ombrelli, eppure i ragazzi che nell’autunno 2014 manifestavano per elezioni democratiche e quelli scesi in piazza negli ultimi giorni contro il disegno di legge sull’estradizione sembrano appartenere a generazioni politiche differenti.

 

Quello che li accomuna – pur tra i distinguo di partiti, sindacati, associazioni studentesche, ong che alimentano la giovane democrazia dell’ex colonia britannica – è l’aspirazione a conservare o aumentare (fino all’indipendenza, sogna qualcuno) l’autonomia dalla Cina della Regione ad amministrazione speciale di Hong Kong (HKSAR), in una fase nella quale però Pechino spinge in direzione opposta, con l’obiettivo di integrarla nell’Area della grande baia Guangdong-Hong Kong-Macao, undici metropoli che dovrebbero dar vita a una gigantesca Silicon Valley con caratteristiche cinesi. Se/quando questo progetto simbolo della Nuova era di Xi Jinping decollerà, Hong Kong – collegata alle dinamiche megalopoli della terraferma attraverso il ponte sul mare più lungo del mondo recentemente inaugurato – sarà pienamente inglobata nel sistema economico (e politico-giudiziario?) della Cina continentale.

 

Diversamente dalla lunga occupazione di cinque anni fa, quella che le autorità cittadine l’altro ieri hanno definito una “rivolta” (punibile con dieci anni di carcere) al momento non ha leader riconosciuti. Non sono ancora emersi nuovi Joshua Wong (in galera per le manifestazioni del 2014), Alex Chow, Nathan Law. Anzi, il leaderismo che sull’onda lunga del Movimento degli ombrelli portò quei giovanissimi capi a fondare nuovi partiti anti-Pechino ora viene messo in discussione e si cerca di dar vita a un movimento il più possibile orizzontale.

Inoltre le tattiche messe in campo nell’ultima settimana segnano un salto di qualità dell’opposizione hongkonghese che sta creando più di un grattacapo alla leadership del Partito comunista.

Anzitutto il livello di violenza, inedito.

Il Movimento degli ombrelli si spaccò anche sull’impiego della disobbedienza civile, che dopo quasi tre mesi di sit-in nel cuore della metropoli finanziaria, non produsse risultati. Allora si decise di tornare tutti a casa, dopo che nelle ultime settimane di protesta la piazza si era sempre più svuotata. Alla sconfitta seguì l’ondata di repressione che portò in carcere Wong e altri studenti universitari.

 

Domenica scorsa, al termine di una dimostrazione di massa pacifica, centinaia di attivisti hanno assaltato il Consiglio legislativo. Tre giorni dopo, migliaia di giovani si sono scontrati duramente con la polizia. Cortei con servizio d’ordine, manifestanti coordinati e preparati a fronteggiare gli agenti in assetto antisommossa, postazioni di primo soccorso, circuito di avvocati pronti a difenderli: tutto è organizzato, spesso grazie all’utilizzo dei social media, come nel caso delle istruzioni su come bloccare le strade d’accesso al parlamentino locale scambiate su canali criptati di Telegram.

 

Ancora, il movimento contro la legge sull’estradizione si è rivolto fin dall’inizio agli Stati Uniti, cercandone l’appoggio ai massimi livelli istituzionali. Il mese scorso una delegazione di hongkonghesi è stata ascoltata dalla Commissione esecutiva sulla Cina, l’organismo del Congresso statunitense che monitora il rispetto dei diritti umani nella Repubblica popolare. Il gruppo, di cui faceva parte l’ex leader del partito indipendentista Demosisto, Nathan Law, ha provato a convincere l’Amministrazione Trump che sarebbero proprio i cittadini statunitensi (circa 85 mila tra uomini d’affari, giornalisti, predicatori, membri di organizzazioni non governative) l’obiettivo della nuova legge sull’estradizione voluta da Pechino che permetterebbe di spedire e processare in Cina sospetti criminali fermati nell’ex colonia britannica.

 

Law e compagni hanno incontrato anche il vice di Trump, Mike Pence, il segretario di stato Mike Pompeo e Nancy Pelosi, la portavoce della Camera dei rappresentanti che ha dichiarato ufficialmente il suo “sostegno ai coraggiosi dimostranti di Hong Kong”, scesi in strada per “rivendicare pacificamente i propri diritti, difendere la loro sovranità e denunciare questa orrenda legge sull’estradizione”. La speaker della Camera dei rappresentanti ha annunciato che il Congresso statunitense potrebbe rivedere le sue relazioni con Hong Kong nel caso valutasse quest’ultima non più “sufficientemente autonoma” in base al principio “Un paese due sistemi” accettato dalla Cina nel 1997 all’atto della restituzione di Hong Kong da parte degli ex coloni britannici.

 

Le tute bianche di Hong Kong – a differenza dei loro italici antesignani (ricordate Casarini e Caruso?) – agiscono la violenza invece di limitarsi a metterla in scena, hanno un obiettivo preciso (il ritiro di una legge), evidenti appoggi internazionali e, per ora, non hanno una leadership ma si rappresentano come un movimento popolare.

 

La contesa sulla norma sull’estradizione – ha osservato Michael Chugani su South China Morning Post – si è così trasformata per Pechino in un ennesimo scontro con gli Stati Uniti da cui, secondo la leadership cinese, i manifestanti di Hong Kong sono manovrati.

E se Hong Kong viene percepita come un cavallo di Troia Usa, si capisce perché Pechino non sia pronta a cedere, ritirando la contestatissima legge, e l’intellettuale dissidente Ai Weiwei abbia lanciato l’allarme: l’ex colonia britannica rischia di diventare una nuova Tiananmen.