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Hong Kong e Pechino si dividono anche su Charlie Hebdo

 

Centinaia di copie in vendita nell’ex colonia britannica. A Pechino niente Charlie Hebdo e sdegno per la “doppia morale” evidenziata dall’Occidente sugli attentati terroristici.

 

Dopo le proteste studentesche degli ultimi mesi contro il Partito comunista cinese a Hong Kong, il massacro della redazione del settimanale satirico francese torna a dividere la capitale finanziaria asiatica, dove oggi sarà possibile acquistare il nuovo numero del settimanale satirico la cui redazione è stata decimata dall’attacco della settimana scorsa e la Cina continentale, dove le autorità rivendicano la censura e gli internauti accusano le potenze occidentali di essere state zitte in occasione dei recenti attentati nella Repubblica popolare.

 

Per Charlie Hebdo – che questa settimana aumenterà la tiratura di 60 mila a 5 milioni di copie – ad Hong Kong sono arrivati ordini soprattutto dai 17.000 expat francesi che risiedono nella metropoli asiatica.  Si tratterà di una delle poche – forse l’unica – città asiatiche dove sarà possibile acquistare il numero di Charlie Hebdo con la vignetta del Profeta Maometto in copertina e il titolo “Tutto è perdonato”, in riferimento al massacro di Parigi (rivendicato da Al Qaeda) nel quale sono rimasti uccisi cinque membri della redazione e altre dodici persone.

 

Madeline Progin, proprietaria della libreria “Parenthèses” di Hong Kong, ha raccontato a South China Morning Post che “le richieste continuano ad arrivare”, 30 martedì, ieri 150… Prima della strage, il giornale satirico non vendeva alcuna copia a Hong Kong. “Qui non mi sento minacciata in alcun modo” ha detto Progin al quotidiano hongkonghese.

E Qamar Minhas, leader della comunità islamica dell’ex colonia britannica, ha usato toni distensivi: “Questa edizione (di Charlie Hebdo) provocherà una nuova ondata di odio. I musulmani saranno feriti e offesi, ma la nostra reazione dovrà seguire gli insegnamenti del Profeta: tolleranza, pazienza e misericordia”. 

 

 

A Pechino e dintorni invece si chiarisce il senso della mancata partecipazione di leader cinesi alla marcia “contro il terrorismo” solitaria e blindata che i “grandi della Terra” hanno inscenato domenica scorsa per le strade di Parigi. Il presidente cinese Xi Jinping in quella occasione ha telefonato al suo omologo Hollande per esprimere solidarietà alla Francia, ma la Cina ora denuncia la “doppia morale” dell’Occidente nell’affrontare la minaccia terroristica.

 

Bethany Allen-Ebrahimian e Rachel Lu  (per il sito internet ChinaFile) negli ultimi giorni hanno monitorato i commenti sui social media cinesi relativi al dopo attentato di Parigi. Ne è emerso che i netizen cinesi si chiedono perché l’Occidente piange per Parigi ma non ha versato una lacrima quando, negli ultimi mesi, a morire durante una serie di attentati terroristici senza precedenti, erano cittadini cinesi della Repubblica popolare.

“Nell’attacco all’arma bianca di Kunming sono morte 29 persone, eppure molti paesi occidentali non hanno riconosciuto che si è trattato di un attentato terroristico – sostiene un utente -. Il doppio standard dell’Occidente nel definire il terrorismo è disgustoso”.

Un altro internauta rincara la dose: “Dopo Kunming, l’Occidente si è mostrato compatto nel condannare la Cina per i diritti umani, non il terrorismo”. E un altro ancora: “L’Occidente pensa sempre di essere infallibile nell’utilizzare i propri valori per giudicare il mondo intero. Sono contrario al terrorismo, ma mi irrita allo stesso modo l’ipocrisia occidentale”.

“Dopo l’attacco di Kunming, forse che i media occidentali hanno detto: Kunming (come è avvenuto per Parigi, ndr) oggi è la capitale del mondo intero?”.

 

Reazioni – quelle degli utenti cinesi di internet (oltre 600 milioni) – diverse da quelle dei media governativi, che hanno utilizzato il caso Charlie Hebdo soprattutto per ribadire il diritto da parte del potere politico di limitare la libertà d’espressione e di stampa per salvaguardare “interessi prevalenti”, cioè la stabilità dello stesso potere politico del partito unico.

 

15 gennaio 2015