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Hong Kong e noi,
ovvero il teatrino
della politica italiana
e la nuova Guerra fredda

Sono passati sei mesi da quando Hong Kong ha lanciato la sua sfida alla “Nuova era” della Cina proclamata dal XIX Congresso del Partito comunista, contribuendo a metterne in dubbio la solidità delle fondamenta. Una parte della sua popolazione (l’ampio fronte democratico che si è aggiudicato 17 distretti su 18 nel recente voto amministrativo) teme che la svolta autoritaria impressa da Xi Jinping a Pechino possa compromettere le libertà e l’autonomia garantite dalla Legge fondamentale all’ex colonia britannica, e contro questa prospettiva si è mobilitata in massa, senza requie.

 

Qualche migliaio di attivisti di questo movimento di milioni di persone ha attaccato civili e forze dell’ordine, devastato attività commerciali e servizi pubblici, sulla base della seguente scommessa: dopo il trauma della repressione di Tiananmen e i proclami di amore universale della Belt and Road, Pechino non invierà l’Esercito popolare di liberazione a reprimere i dimostranti di Hong Kong, perché non può permettersi di riportare le lancette della sua ascesa ai tempi dell’isolamento internazionale seguito al massacro del 4 giugno 1989. E i suoi proxy – la “governatrice” Carrie Lam e la polizia locale con il grilletto facile – si sono dimostrati incapaci di fermare la protesta, nonostante migliaia di arresti e l’impiego senza precedenti di gas lacrimogeni.

 

L’azzardo delle frange più radicali si è rivelato vincente. I morti (un paio) e i tanti feriti nelle manifestazioni, il caos nel cuore di una delle più importanti piazze finanziarie globali e l’indisponibilità di un movimento senza leader riconosciuti a dialogare col governo locale stanno stressando la leadership cinese che, nel breve-medio periodo, non ha altre carte da giocare se non quella dell’attesa (finora vana) che le proteste si esauriscano naturalmente.

 

E se gli episodi di violenza di cui si è reso protagonista (tra quelli più atroci, la lapidazione di un oppositore dei manifestanti, morto in seguito alle ferite riportate, e il rogo di un altro, che se l’è cavata con gravi ustioni al volto), avevano precluso al movimento la solidarietà internazionale, tanto dei governi quanto dell’opinione pubblica, a risollevarne le sorti sono intervenuti gli Stati Uniti, che il 27 novembre scorso hanno varato la Legge sulla democrazia e i diritti umani a Hong Kong. Il provvedimento stabilisce che Washington effettuerà ogni anno un revisione delle relazioni Usa-Hong Kong e – se rileverà un’erosione dell’autonomia della Regione ad amministrazione speciale da Parte della Cina – gli Stati Uniti potranno rivedere i rapporti bilaterali privilegiati che hanno con Hong Kong.

 

In questo modo Washington ha messo ufficialmente sotto osservazione Hong Kong, segnalando che è pronta a rimetterci economicamente pur di difendere democrazia e diritti umani. Per la propaganda di Pechino siamo di fronte al “tentativo di rivoluzione colorata, per arrivare a un cambiamento di regime sotto il vessillo dei diritti umani”.

 

Come traspare dallo stesso comunicato della Casa Bianca, Trump non avrebbe mai voluto sottoscrivere un provvedimento così politico, così diverso dall’innalzamento di dazi per centinaia di miliardi sulle importazioni cinesi varato nei mesi scorsi, che secondo la visione dell’economia dei suoi consiglieri isolazionisti servirà a riportare il lavoro negli Usa. Ma vi è stato costretto dal voto del Congresso: alla Camera dei rappresentanti 417 “sì” contro un solo “no”, al Senato “sì” unanime. La maggioranza “bulgara” che l’ha approvata evidenzia un fatto di assoluto rilievo: repubblicani e democratici hanno virato con decisione e in maniera compatta da una prospettiva di engagement a una di containment della Cina.

 

In questo momento l’America ha contenziosi aperti vis à vis con il suo principale rivale su: commercio bilaterale; sviluppo tecnologico-ruolo dello stato nell’economia; Mar cinese meridionale; Hong Kong; repressione delle minoranze islamiche nella regione del Xinjiang… tutti dossier estremamente sensibili per Pechino che – ad eccezione del primo – li considera questioni di principio e di sovranità nazionale, sulle quali non è disposta a trattare.
È la nuova Guerra fredda, che si articola nelle sue dimensioni politica, economica, militare. In una fase di rallentamento globale della crescita e del commercio internazionale, a scontrarsi pericolosamente sono due nazionalismi: il tentativo di rifare grande l’America attraverso una politica isolazionista, contro il sogno della “grande rinascita della nazione cinese” promossa da Xi Jinping, alimentata da un nuovo autoritarismo iper-tecnologico, all’interno, e dalla promozione del multilateralismo e del libero scambio sul piano internazionale.

 

In questa nuova Guerra fredda siamo tutti coinvolti, perché, a differenza di quella tra Usa e Urss, che vedeva contrapposti due campi (quello capitalista e quello socialista) posti ai due lati della cosiddetta “cortina di ferro”, nel mondo globalizzato gli interessi economici di Washington e Pechino competono ovunque, in Italia, nei mercati africani del futuro, per conquistare i consumatori della Repubblica popolare cinese, per la tecnologia europea e statunitense.

 

Non a caso il comunicato della NATO del 4 dicembre scorso che – per la prima volta nei suoi 70 anni di storia – parla delle “sfide” militari e politiche poste dalla Cina alla stessa Alleanza atlantica, fa riferimento “all’impegno per assicurare la sicurezza della nostra infrastruttura delle comunicazioni, incluso il 5G”. Non c’è più un territorio da conquistare, ma reti, infrastrutture tecnologiche, con i relativi, colossali interessi economici, da difendere dagli assalti del nemico-concorrente.

 

L’ultima mossa dell’amministrazione Usa per sostenere il movimento di Hong Kong ha destato l’attenzione dei politici italiani per le drammatiche vicende dell’ex colonia britannica.
Il 28 novembre scorso – il giorno seguente la firma apposta da Trump alla Legge per la democrazia e i diritti umani a Hong Kong – l’onorevole ex missino Adolfo Urso (Fratelli d’Italia) e la rappresentante del Partito radicale presso le Nazioni Unite, Laura Harth, hanno presieduto un incontro-trappola (per il governicchio giallo-rosé) con l’indipendentista hongkonghese Joshua Wong. Intervenendo via Skype al Senato, Wong ha fatto il suo mestiere di agit prop, scaricando su Pechino tutte le responsabilità, denunciando una “crisi umanitaria” a Hong Kong e chiedendo l’aiuto del ministro degli esteri Luigi Di Maio. L’ambasciata cinese a Roma ha stigmatizzato come un “grave errore” la conferenza al Senato e definito “irresponsabile” il comportamento dei politici italiani che l’hanno resa possibile.

 

La protesta scomposta della rappresentanza diplomatica ha costretto Di Maio a uscire allo scoperto, con una replica tutt’altro che piccata: “Sempre ottimi rapporti con il governo cinese, allo stesso tempo in Parlamento ci sono tante attività che si svolgono ogni giorno ed è giusto rispettarle. I nostri legami commerciali – ha puntualizzato il ministro degli Esteri – non possono assolutamente mettere in discussione il rispetto delle nostre istituzioni, del nostro parlamento e del nostro governo”. Il 5 novembre scorso, il “capo politico” del M5S, in visita al China International Import Expo di Shanghai, sollecitato a esprimere una posizione su Hong Kong, aveva dichiarato: “Non vogliamo interferire nelle questioni altrui e quindi, per quanto ci riguarda, abbiamo un approccio di non ingerenza nelle questioni di altri Paesi”. Successivamente Beppe Grillo aveva incontrato a Roma per due volte l’ambasciatore Li Junhua, per rassicurarlo, dopo aver visto Di Maio, sulla tenuta dell’esecutivo Conte e – ha ironizzato il comico genovese, “per promuovere l’esportazione di pesto in Cina”.

 

Pechino ha trovato in quelle dei cinque stelle le orecchie più sensibili al suo soft power, tanto che sul blog di Grillo capita di leggere articoli che assomigliano a veline del Dipartimento di propaganda del Partito comunista cinese, come quello recentemente pubblicato che nega la repressione delle minoranze islamiche nella regione del Xinjiang.

 

Per quanto riguarda l’opposizione, la destra di Salvini, dopo essersi fatta incantare dalla sirena dell’ex sottosegretario al Mise Geraci, deve farsi perdonare dagli americani l’insubordinazione del memorandum sulla via della Seta sottoscritto con Pechino e per questo motivo ha sposato entusiasticamente la causa di Hong Kong, dando il suo ok a una mozione parlamentare (che dovrebbe essere discussa nei prossimi giorni)  presentata da Maurizio Lupi e appoggiata, oltre che dai leghisti, da Italia Viva, Forza Italia, Fdi, Leu e Pd, che impegna il governo a verificare “l’eventuale violazione dei diritti umani” a Hong Kong. Tra i primi firmatari c’è anche la Dem Lia Quartapelle, che ai grillini chiede “un voto per Hong Kong”.

L’irruzione sulla scena di una Cina che, per la prima volta dalla fondazione della Repubblica popolare, si propone come una potenza globale, sta assestando violenti scossoni al disordine mondiale seguito al crollo del mondo bipolare. La crisi politica di Hong Kong non è che uno dei tanti contraccolpi di questa ascesa della Cina e, in questo senso, ci riguarda. Infatti, lo scontro tra l’autoritarismo della Repubblica popolare e le richieste di democrazia di Hong Kong, richiama il tema del rapporto tra le nostre democrazie e una potenza autoritaria destinata a diventare sempre più un attore globale, che con Xi Jinping avanza puntando sul rafforzamento del Partito comunista (al potere ininterrottamente dal 1949) e del ruolo dello stato nell’economia.

 

Gli ultimi esperimenti degli stranamore a stelle e strisce – dall’abbattimento a suon di bombe del regime jugoslavo di Milosevic, all’invasione dell’Afghanistan dei talebani, alle due guerre contro l’Iraq di Saddam Hussein, al regime change in Libia – si sono rivelati disastrosi da un punto di vista umanitario, economico e politico.
Destabilizzare la Cina vorrebbe dire sprigionare forze ben più devastanti di quelle viste all’opera negli ultimi anni nei Balcani, Medio Oriente e Asia Centrale: basti pensare ai 20 milioni di morti della rivolta dei Taiping nel crepuscolo della dinastia Qing o ai lutti e alle sofferenze prodotti dall’utopia maoista della Rivoluzione culturale.

 

Al momento comunque quella di un cambiamento di regime a Pechino non appare una strada percorribile, perché Xi Jinping e compagni sembrano avere saldamente in mano le leve del potere. Con ogni probabilità, il destino della Cina lo deciderà il suo popolo, che attualmente – nonostante il rallentamento della crescita e le persistenti contraddizioni sociali di uno sviluppo da decenni fortemente ineguale – sembra generalmente accontentarsi del “sogno cinese” che gli ha proposto Xi.

 

Per Hong Kong l’unica via è quella di una soluzione politica, nel rispetto del principio “Un paese due sistemi”. Una posizione “italiana” sensata potrebbe essere un appello – in ambito Ue – alla Cina e al fronte democratico di intensificare e ampliare iniziative di dialogo sul futuro politico di Hong Kong, la cui Legge fondamentale stabilisce che “il sistema e le politiche socialiste non verranno utilizzati nella Regione ad amministrazione speciale di Hong Kong, e il precedente sistema e stile di vita capitalista rimarranno invariati per 50 anni”, scadendo dunque nel 2047.

 

Per quanto riguarda più in generale il nostro rapporto con la Cina della Nuova era (un tema ancora sottovalutato, di enorme importanza, che richiederebbe un’approfondita riflessione) ci preme intanto sottolineare che fino a quando un po’ di sano conflitto sociale e di idee non avrà rivitalizzato i nostri princìpi e sistemi democratici – che, allo stato attuale, hanno scarso appeal agli occhi dei cinesi e godono di poca credibilità presso i loro governanti – le nostre invocazioni di democrazia e di rispetto dei diritti umani non potranno che risultare vane, e anche un po’ ipocrite.