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Diritti o profitti?
Il caso H&M e lo scontro
sui valori tra Ue e Cina
nella Nuova era di Xi

H&M non acquisterà più filati provenienti dal Xinjiang, la regione del nord-ovest della Cina tra i principali produttori mondiali di cotone, le cui autorità sono accusate di aver rinchiuso centinaia di migliaia di musulmani in campi di rieducazione politica.

La compagnia svedese di abbigliamento sarebbe stata tra le principali beneficiarie di quello che lo Australian Strategic Policy Institute ha definito (in un rapporto del febbraio scorso) un sistema di “lavori forzati” che fa capo alla Huafu, che in Cina produce per H&M. Quest’ultima è dunque corsa ai ripari, annunciando «un’inchiesta in tutte le fabbriche di indumenti con le quali lavoriamo in Cina per assicurarci che non impieghino lavoratori… attraverso quelli che vengono descritti come programmi di trasferimento di forza lavoro o schemi d’impiego nell’ambito dei quali è aumentato il rischio di lavori forzati».

 

Nei prossimi giorni potrebbe scattare la rappresaglia dei patrioti del web cinese, giovani nazionalisti in carne e ossa e agenti della propaganda governativa pronti a lanciare il boicottaggio di H&M, che seguirebbe quelli di Dolce & Gabbana, Versace e tanti altri brand rei di aver “maltrattato” la Cina e che per questo motivo si sono visti voltare le spalle dalla classe media più grande del pianeta.

Per le centinaia di negozi e store on line di H&M nella Repubblica popolare cinese sarebbe un disastro… ma ciò che a noi più interessa è il contesto nel quale è maturata quest’ultima schermaglia tra Cina ed Europa.

 

La mossa della compagnia rivela infatti un clima di diffusa insofferenza per le politiche della “Nuova era” di Xi Jinping, considerate sempre più (da analisti, policy maker e organizzazioni non governative) sintomo di una hybris cinese anziché – come ripete la propaganda di Pechino – manifestazioni della “rinascita della nazione cinese”. L’irritazione europea è stata esasperata dalla mancata cooperazione con Pechino nella gestione dell’emergenza Covid, ma ha radici ben più profonde.

Dopo la extraordinary rendition di Pechino del libraio hongkonghese con cittadinanza svedese Gui Minhai nel 2015, la scorsa primavera il governo di Stoccolma ha chiuso l’ultimo Confucio in Svezia, diventa così il primo paese europeo senza istituti di cultura cinesi, accusati di essere veicoli della propaganda di Pechino.

Il paese scandinavo, più che rappresentare un’eccezione, sembra rivelare una tendenza: quella di una crescente diffidenza e incomprensione tra la Cina e l’Unione Europea, rispettivamente il primo e il secondo partner commerciale l’una dell’altra, con scambi bilaterali per 1 miliardo di euro al giorno.

 

Ad esempio, l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell’Ue, Josep Borrell, ritiene che la legge sulla sicurezza nazionale dell’ex colonia britannica approvata dal Parlamento di Pechino «mina il principio “Un Paese, due sistemi” e anche l’autonomia di Hong Kong» e che «finora l’Ue è stata troppo naïve nei suoi rapporti con Pechino». «Dobbiamo costruire relazioni realistiche con la Cina e difendere i nostri valori e i nostri interessi», ha concluso Borrell nel giugno scorso dopo un incontro con i leader cinesi.

 

Lunedì scorso, al termine di un summit in videoconferenza tra Xi Jinping e i vertici dell’Unione Europea, il presidente del Parlamento europeo, Charles Michel, ha sottolineato che «abbiamo ribadito le nostre preoccupazioni sul trattamento delle minoranze in Xinjiang e Tibet».

Rimostranze che hanno provocato la reazione del presidente cinese il quale – secondo quanto riportato dall’agenzia “Xinhua” – ha avvertito che il popolo cinese non accetta «lezioni di diritti umani» ed è contrario al «doppio standard». Xi ha insistito che ogni paese deve occuparsi dei suoi affari e l’Unione europea può risolvere i suoi problemi relativi ai diritti umani. Secondo indiscrezioni riferite dal “Wall Street Journal”, al cospetto della cancelliera tedesca Angela Merkel e della presidente tedesca della Commissione europea, Ursula von der Leyen, Xi avrebbe tirato in ballo la questione dell’antisemitismo in Europa, circostanza che – se confermata – darebbe drammaticamente la misura della sfiducia e della tensione che corrono tra Bruxelles e Pechino.

 

In coincidenza con l’incontro virtuale tra Xi e i leader europei, un gruppo di ex consiglieri e diplomatici ha pubblicato sul francese “Le Monde” e sul tedesco “Handelsblatt” un appello all’Ue, affinché cambi politica sulla Cina. Gli autorevoli autori sostengono che l’Europa dovrebbe difendere in particolare lo status quo a Taiwan (tradizionalmente una delle questioni più sensibili per i governi della Repubblica popolare cinese), che l’amministrazione di Xi starebbe provando ad alterare con una serie di iniziative militari, economiche e politiche.

Nello stesso tempo i principali think tank francesi e tedeschi – da posizioni fortemente critiche nei confronti di Pechino – stanno premendo per reimpostare la politica europea nei confronti della Cina.

Queste proposte viaggiano parallelamente al tentativo (e, secondo alcuni, trovano nella sua difficile realizzazione il loro limite principale) di accelerare il percorso verso la creazione di un’Unione politico-militare.

 

I diritti umani continueranno ad essere sacrificati sull’altare del profitto? Per Bruxelles, in questo momento, la priorità è la firma di un trattato sugli investimenti Ue-Cina (Cai) che dovrebbe aprire ulteriori spazi alle compagnie europee nella Repubblica popolare cinese.

Il comunicato di ieri della Camera di commercio dell’Unione europea in Cina chiedere una rapida finalizzazione del Cai usando i diritti umani come strumento di pressione: «La comunità imprenditoriale europea teme che la Cina non si stia facendo abbastanza per affrontare il cambiamento nell’opinione pubblica europea sulla Cina. Al momento, i leader europei hanno ancora voglia di impegnarsi, ma l’opinione pubblica nel Vecchio continente sta provando risentimento nei confronti della Cina: gli elettori stanno esprimendo le loro preoccupazioni per una relazione economica squilibrata, per le accuse di lavori forzati nel Xinjiang, e per l’autonomia di Hong Kong. Queste questioni rappresentano una sfida reale affinché l’Ue e la Cina trovino una strada per procedere assieme prima che si chiuda la finestra di opportunità».

 

La leadership di Pechino ha potuto contare negli ultimi anni sulle divisioni dell’Unione europea e sulla schizofrenia politica di Trump, il cui primo segretario di stato, Rex Tillerson, chiarì che «i nostri valori di libertà, la dignità umana, il modo in cui vengono trattate le persone – tutto ciò rappresenta i nostri valori non le nostre politiche», e il cui mandato si è concluso con l’appoggio ai manifestanti di Hong Kong e agli uiguri del Xinjiang.

E così, avendo abbandonato in politica estera la politica del “basso profilo” praticata fin dai tempi di Deng e, avendo intrapreso all’interno del Paese un accentramento del potere nelle mani della leadership del Partito senza precedenti, la Nuova era di Xi Jinping ha potuto rivendicare – finora senza ostacoli – l’impiego nella sua azione di governo di valori e strumenti contrari a quelli delle democrazie liberali, fondati essenzialmente sul dominio assoluto del Partito-stato, sull’individuo come sulla vita economica. Dalla fine della Guerra fredda, è la prima volta che una grande potenza compie una simile operazione.

Non è un caso che l’Unione Europea e gli Stati Uniti abbiano bollato la Cina, rispettivamente, come “rivale sistemico” e “concorrente strategico”. Nei complessi rapporti tra la Cina e le democrazie liberali lo scontro sui “valori” è destinato a intrecciarsi sempre più con la competizione economica.

 

Michelangelo Cocco è autore di Una Cina “perfetta” La Nuova era del PCC tra ideologia e controllo sociale (Carocci editore), in libreria e su Amazon dal 24 settembre