Editoriale

Cocci d’Europa
alla corte di Xi




I paesi della Belt and Road Initiative raccoglieranno i frutti della cooperazione”, “Londra entusiasta della BRI”, “Voli diretti collegano la Cina a 43 nazioni della Belt and Road” e, perché no, “Belt and Road permette al Nepal di mantenere l’equilibrio tra Cina e India”. Sono migliaia i titoli grondanti entusiasmo patriottico sfornati dai media cinesi in lingua inglese per accompagnare il Belt and Road Forum for International Cooperation che si è svolto il 14-15 maggio scorso a Pechino.

Un appuntamento con il quale il Partito comunista (Pcc) ha inteso promuovere una certa immagine internazionale della Cina, come in occasione delle Olimpiadi di Pechino (2008), dell’Expo di Shanghai (2010) e del G20 di Hangzhou (2016), e una visione – la Belt and Road Initiative (BRI) – che preannuncia centinaia di miliardi di dollari in investimenti per progetti infrastrutturali attraverso Asia, Medio Oriente, Africa ed Europa.
In tempi di Brexit, di “America first!”, di rallentamento del commercio internazionale, la fase è particolarmente propizia per proporre al mondo come alfiere del libero scambio la Cina del presidente Xi Jinping, una nazione che altresì rivendica un nuovo nuovo status internazionale, consono a un ex Paese contadino diventato prima – dopo oltre 30 anni di investimenti delle multinazionali straniere e di sfruttamento della manodopera locale – la seconda economia del Pianeta, e che ora aspira a portare la sua industria sullo stesso livello di quelle dei paesi avanzati.

 

Anche i media europei ci riferiscono di decine di accordi siglati lo scorso fine settimana e di progetti fantasmagorici (ne è stato presentato finanche uno per un porto offshore che accoglierebbe navi gigantesche a Venezia!) e piogge di miliardi di yuan in arrivo, alimentando le aspettative per una Cina in grado di rimettere in piedi interi paesi prostrati dalla crisi. Da questo punto di vista, Pechino un primo, importante obiettivo lo ha già raggiunto: il brand della via della Seta funziona e in Europa c’è chi dà mostra di credere che il partito comunista cinese si stia trasformando in un’associazione filantropica internazionale con quartier generale a Zhongnanhai, a due passi dalla Città proibita.

Lungo la nuova via della Seta, Berlino teme la competizione delle aziende di Stato cinesi nello spazio eurasiatico, che vede come un gigantesco libero mercato popolato da 4,5 miliardi di persone

Per non parlare delle analisi dei detrattori della Cina “senza se e senza ma”, che dipingono un Paese a un passo dall’instaurare la sua egemonia globale, che sostituirebbe sic et simpliciter quella statunitense.
In realtà la Cina – le cui forze armate hanno ancora molto terreno da recuperare (è un eufemismo) rispetto a quelle delle nazioni più potenti, e che resta un Paese con enormi problemi strutturali economico-finanziari – sta vivendo una delicata fase di passaggio. La leadership del Pcc mira, all’interno, a rafforzare il potere del centro (di Xi in primis) sul resto del Partito e sulla società, nonché a trasformare un sistema industriale che ha fatto perno sugli iper-investimenti e sulle esportazioni in uno che punti maggiormente sui consumi interni e sul terziario; e, all’esterno, a rafforzare l’influenza di Pechino in Asia e a promuovere i commerci cinesi nel mondo. La Belt and Road Initiative è un progetto che ha al centro l’Asia (quella centrale, con la via della Seta terrestre e quella meridionale con la via della Seta marittima) e che, con pragmatismo cinese, procederà a spizzichi e bocconi: i progetti (per ora la Asian Infrastructure Investment Bank, AIIB, ne ha approvati una dozzina) verranno avviati dove si presenteranno le condizioni migliori, sia da un punto di vista sia del ritorno economico sia delle opportunità politiche.

Con la miriade di strade, porti, ferrovie, ponti e altre infrastrutture immaginate nella sua BRI, la Cina mira soprattutto a: rafforzare la sua influenza in Asia; promuovere sui mercati esteri le sue industrie di Stato (SOE); esportare una parte della sua sovrapproduzione in alcuni settori dell’industria pesante.

Vis à vis col principale progetto di politica estera della Cina (la BRI, appunto), un piano che per Pechino ha una valenza geopolitica ed economica strategica, domenica e lunedì scorso l’Europa ha palesato le stesse divisioni che vengono a galla a ogni passaggio importante – come dovrebbe essere quello di elaborare e seguire una strategia “continentale” nei confronti della Cina – della sua storia degli ultimi anni.

 

Stretta nella morsa dei suoi creditori, la Grecia ha rappresentato un’avanguardia di quei paesi che, in sostanza, si presentano alla corte del Pcc col cappello in mano: già nel giugno 2013 il premier Antonis Samaras annunciò che “la Grecia diventerà l’ingresso commerciale della Cina all’Europa”. Al suo successore, Alexis Tsipras, non rimase che confermare la privatizzazione del Porto del Pireo sottoscritta dal leader conservatore. Non stupisce che alla conferenza di Pechino sulla BRI – dopo che la Troika non ha fatto sconti al suo paese – il leader di Syriza abbia parlato come portavoce esclusivamente di interessi nazionali. Atene prova a spingere sull’acceleratore di una cooperazione bilaterale che le porti un po’ di investimenti in un sistema economico al collasso: ne ha ben donde.

Xi – riferisce l’agenzia Xinhua – ha ribadito la volontà del suo governo che il Porto del Pireo diventi “un hub per lo smistamento dei container nel Mediterraneo, una testa di ponte per i trasporti terra-oceano e un centro internazionale di logistica a sostegno della China-Europe Land-Sea Express Line e della Belt and Road Initiative”.

 

Molto diverso l’atteggiamento del paese protagonista in questa disastrata Unione Europea (secondo alcuni il protagonista dell’attuale disastro europeo), la Germania. La cancelliera Angela Merkel domenica e lunedì scorsi non era nella capitale cinese, dove ha inviato la ministra dell’economia Brigitte Zypries.

I tedeschi sono scettici nei confronti della BRI: propongono che venga integrata con i piani preesistenti dell’Ue (la EU-Connectivity Platform anzitutto), perché temono la competizione da parte delle aziende di Stato cinesi in uno spazio – quello eurasiatico – che vedono come un gigantesco mercato “libero” popolato da 4,5 miliardi di persone.

La simbiosi sino-tedesca fa male all’UE →

 

Berlino – dopo la campagna shock di acquisizioni cinesi in Germania del 2016, quando, tra l’altro, Midea ha fatto suo il colosso teutonico della robotica industriale Kuka – pretende reciprocità nella Repubblica popolare: il Pcc non può continuare a tenere chiusi agli investimenti europei (e tedeschi) i settori degli appalti pubblici, della finanza, delle telecomunicazioni, dell’energia.
Ma, nello stesso tempo, la Germania si è mossa per tempo per “cavalcare” la BRI, inserendosi nelle posizioni apicali del suo principale motore finanziario, la AIIB.
Con i suoi 4,5 miliardi di dollari nel capitale della Banca (e il 4,4% di voti), Berlino è il quarto maggiore azionista (dopo la Cina, l’India e la Russia) ed il primo stakeholder non asiatico.
Facendo leva sulla sua strettissima e decennale cooperazione economico-commerciale con la Cina, la Germania si è conquistata la vice presidenza della AIIB, affidata al banchiere Joachim von Amsberg, e un rappresentante (Nikolai Putscher) tra i 12 componenti il Board of Directors della AIIB. L’Italia non ha alcun rappresentante nel BoD, nemmeno tra i 16 membri sostituti (“alternate”).

 

E alla mossa di Pechino, che ha imposto che il BoD fosse “non residente”, per non avere i suoi membri nel quartier generale della AIIB nella capitale cinese (ufficialmente per “risparmiare sui costi”), Berlino ha risposto inviando il suo uomo nel Board of Directors nell’ambasciata tedesca di Pechino, per tenerlo vicino alla Banca.

L’Italia, un paese che risponde sempre prontamente al suono dei tamburi di guerra che arriva da Washington, in un primo momento non si è lasciata incantare dalle sirene pechinesi. Ma a Roma, dove la crisi continua a mordere duro e dove in un primo momento non si era afferrato il valore strategico per i cinesi della BRI, ora si prova affannosamente a recuperare terreno.

 

Pechino ripete da anni di volere un’Europa unita e forte. Certo, nell’eventualità di uno scontro con gli Usa un’Europa siffatta le servirebbe per bilanciare la potenza statunitense, ma, intanto, l’Unione Europea ulteriormente frammentata e incattivita dai piani di aggiustamento strutturale che hanno impoverito i suoi popoli per ripianare i debiti della finanza serve perfettamente ai piani del Pcc di acquisizione di tecnologia europea per ammodernare il sistema industriale cinese, in linea con il progetto “Made in China 2025”.

In senso contrario, quanto spazio Pechino è disposta a concedere a questa Europa sui ricchi mercati cinesi e sugli appalti per opere infrastrutturali in Asia – per migliaia di miliardi – che verranno finanziati nei prossimi anni dalla AIIB nell’ambito della Belt and Road Initiative?
Grazie anche alla nuova via della Seta, la Cina si muove con la forza dirompente di una nazione-continente che rincorre il benessere (ripercorrendo in tal senso la strada già tracciata dalle economie avanzate, che non hanno alcun diritto di biasimarla) seguendo il vecchio ma attualissimo motto denghista “arricchirsi è glorioso” e di contare nel mondo, come una vera potenza economica e politica.

 

Nell’Europa disunita che si presenta con singole agende nazionali al cospetto di un attore forte e determinato come la Cina attuale ha voce in capitolo un solo Stato, la Germania. Gli altri – rebus sic stantibus – degli investimenti miliardari lungo la nuova via della Seta raccoglieranno solo le briciole.



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