Società

Figlio unico addio, “Un baby boom per far decollare i consumi”




china life, allthecolor

 

La politica del figlio unico sembra finalmente giunta al capolinea. Entro i prossimi due anni le coppie cinesi saranno libere di mettere al mondo un secondo bebè: la dichiarazione non ufficiale del vice-direttore dell’Accademia di scienze sociali, Cai Fang, rilasciata lo scorso 16 ottobre segna il possibile epilogo di una manovra iniziata nel novembre del 2013, quando – a conclusione del Terzo Plenum del 18° Congresso del Partito comunista cinese (Pcc) – il governo aveva annunciato un allentamento del sistema di pianificazione familiare e controllo delle nascite in vigore dal 1979.

Il cambiamento di rotta, sebbene da anni auspicato da chi criticava i gravi risvolti sociali della politica del figlio unico – primo fra tutti il sensibile aumento degli aborti selettivi – non ha mancato di suscitare polemiche. A preoccupare, in particolare, è un possibile boom delle nascite. Che effetti avrebbe sulla stabilità economica e sociale del Paese?

Stando alle stime degli analisti, infatti, nel giro di pochi anni oltre 11 milioni di coppie potrebbero decidere di mettere al mondo un secondo figlio, e in un solo anno potrebbero registrarsi circa due milioni di nuovi nati.

Eppure, c’è chi ritiene che si tratti di stime e timori eccessivi, infondati, come il giornalista Yi Fuxian, che sull’Economic Observer analizza la situazione osservando come, sebbene molte coppie manifestino la volontà di avere più figli, molte meno sono quelle che riusciranno effettivamente a farlo, per motivi diversi: da cause “naturali”, quali l’infertilità e gli aborti spontanei, a ragioni più strettamente economiche e sociali.

In secondo luogo, se anche nei prossimi anni dovesse verificarsi un sensibile aumento delle nascite, si tratterebbe di un fenomeno complesso ma di certo positivo per il Paese e per la sua economia, come più volte è accaduto nel corso della storia cinese ed internazionale:

 

“Se si guarda alla storia dell’umanità, si noterà come i picchi di natalità abbiano spesso favorito un boom economico. Tra il 1963 al 1974, periodo di picco della natalità, in Cina sono nati 300 milioni di bambini, che hanno costituito la base demografica della crescita economica iniziata con le riforme. Allo stesso modo, il baby boom del secondo dopoguerra ha gettato le basi della crescita economica dei decenni successivi. Negli Stati uniti, ad esempio, negli anni ’50 e ’60 i baby boomers hanno trainato la crescita dell’industria dei giocattoli, dei cartoni animati, della musica pop; negli anni ’70 e ’80, raggiunta l’età matrimoniale, hanno stimolato lo sviluppo del settore immobiliare e automobilistico; negli anni ’90, entrati nell’era dei consumi, hanno costituito il motore dello sviluppo dell’Information Technology e di Internet. Al contrario, La crisi economica che ha colpito il Giappone e l’Europa dipende in gran parte dal calo delle nascite iniziato alla fine degli anni ’70”.

 

Dunque il tanto temuto baby boom sarebbe in realtà auspicabile per un’economia, come quella cinese, che, dopo la straordinaria crescita dei decenni successivi all’avvio delle riforme, negli ultimi anni è rallentata a causa – oltre che della congiuntura internazionale – del mancato decollo dei consumi interni. I nuovi nati, infatti, andrebbero a costituire un bacino di potenziali consumatori in grado, nell’arco di pochi anni, di trainare lo sviluppo dell’industria in quasi ogni settore:

 

“Il problema principale dell’economia cinese è l’insufficienza della domanda interna. Da un lato, infatti, la politica del figlio unico ha fatto sì che non ci sia una quantità sufficiente di giovani consumatori; dall’altro, molte persone contengono i consumi preoccupandosi che i figli unici non siano in grado di occuparsi degli anziani. Il boom di nascite che seguirà la sospensione della politica del figlio unico metterà in moto una lunga catena industriale (dall’abbigliamento premaman al latte in polvere, dai pannolini agli alimenti per l’infanzia, dai prodotti igienici all’abbigliamento per bambini, dagli articoli per l’educazione prescolastica a quelli per l’istruzione a tutti i livelli, fino al settore immobiliare, a quello automobilistico e a quasi ogni altro settore industriale), e la sua azione di stimolo della domanda interna sarà di gran lunga più importante rispetto a quella svolta dall’immobiliare e dall’industria automobilistica. La cosa più importante è che questa azione sarà costante, trainando la crescita economica dei prossimi decenni”.

 

Naturalmente, affinché questa situazione si verifichi, è necessario che il Paese si prepari all’enorme cambiamento, adeguando le proprie strutture sociali, sanitarie, scolastiche ed urbane alla nuova realtà demografica. Guardando la situazione da una prospettiva più ampia e a lungo termine, il bilancio dell’operazione è comunque favorevole:

 

“Proprio come accade con il travaglio pre-parto, la sospensione della politica del figlio unico avrà dei costi sociali inevitabili, ma i vantaggi politici ed economici che ne deriveranno saranno di gran lunga maggiori […] il baby boom stimolerà i consumi, donerà gioia e speranza alle famiglie, darà alle persone ancora più umanità ed amore, conquisterà ”il sentimento popolare, condurrà allo sviluppo economico e alla stabilizzazione sociale, rimetterà in moto la capacita di crescita del paese. I costi amministrativi e gestionali della sospensione della politica del figlio unico saranno ancora più bassi: poiché tutti avranno la possibilità di mettere al mondo dei figli liberamente, non ci sarà più bisogno di gestire il divario tra regioni e gruppi sociali diversi e non esisteranno più le procedure di supervisione e di verifica dei requisiti per avere il secondo figlio”.

 

 



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